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Dispacci dal vuoto #1: Ma che bel sogno!
di Sofia Longhini Francesco Brusa Lorenzo Donati Ornella Giua pubblicato in Recensioni il 22 Novembre 2018 0 commenti 5 minuti di lettura
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Cosa c’è dietro un tormentone degli anni ’80 come Tropicana? Cosa si cela dietro un gruppo musicale diviso fra la ricerca del successo e la necessità di un messaggio? Partendo da questa domanda, la giovane compagnia Frigoproduzioni cerca di indagare, all’interno dello spettacolo Tropicana, proprio quali sono i meccanismi che animano (o alienano?) i nostri tempi e le modalità ricettive che caratterizzano gli anni zero.

Lo spettacolo vede protagonista il gruppo musicale “Gruppo italiano” alle prese con la stesura di questo brano, destinato a diventare una hit intramontabile, ancora oggi trasmessa dalle radio italiane. Pian piano ogni componente del gruppo rivendica la sua individualità, tenta di guadagnare il suo posto al sole a colpi di immaginazione e ambizione. Salvo poi comprendere che ogni tentativo si risolve in pubblicità e meteora, dove anche i sogni sono qualcosa che “funziona” nel sistema mercato.

Il testo del drammaturgo Francesco Alberici è in perfetta comunicazione con i nostri tempi e racconta il dramma attuale del sentire senza ascoltare, della necessità di affermarsi nella “realtà data” a discapito delle qualità. Immersi in uno studio completamente verde, gli attori (Alberici stesso, Claudia Marsicano la cantante, Daniele Turconi il chitarrista, Salvatore Aronica il corista) abitano la scena come privi di energia, se non di vanitosi slanci personali che si risolvono in una imperturbabile tendenza a non agire davanti alla catastrofe globale. E così, come fosse una meteora, le ambizioni, le creazioni, le complessità dell’arte e del pensiero critico si sgretolano sotto il peso delle leggi di mercato e del valore di scambio, ormai fondamenta della società occidentale. In un rimbalzo tra costruzione teatrale e teatro che si racconta nel suo progettarsi, lo spettacolo trascina il pubblico dalla sua parte, che ora conosce e si riconosce, fra le note dell’acre motivetto in scena e non gli resta che ballare la sua fine.

(Ornella Giua, Sofia Longhini)

Post-scriptum

Tropicana parla di “noi”, lì su quel palco è come se fossimo presenti un po’ tutti noi spettatori, siamo saliti sul palco al fianco degli attori. Noi che ci conosciamo tutti, noi che ci domandiamo che fine stia facendo “la cultura” nel teatrino della nostra società, noi che fatichiamo sempre più a trovare “un senso” a questa storia, quella di chi ha fra i venti e i quarant’anni e prova a fare arte (o a occuparsene a diverso titolo). Questo ragionamento qui abbozzato non può essere risolto in una nota breve, dunque ci proponiamo di tornarci con maggiore spazio. Tuttavia ci pare importante lanciare, dunque lanciarci, una specie di autoprovocazione. Con una domanda: quale è lo sguardo che viene convocato e messo a punto nello spettacolo? Dove guarda Tropicana?

Con una specie di avvitamento di 180 gradi, è come se una metaforica macchina da presa dell’arte qui si torcesse gradualmente: in cerca di una narrazione paradigmatica, Frigoproduzioni (ma molto spesso gli artisti di oggi, e in diverse discipline) hanno incontrato quei giovani in piena età del narcisismo, gli anni ’80, a ridosso di quel “decennio dell’io” raccontato da Tom Wolfe (il quale tra l’altro spiegava come il narcisismo nascesse anche dal pensiero apocalittico, dal sentimento di rassegnazione che derivava dal trovarsi sull’orlo di una guerra atomica, tutti temi più volte evocati in Tropicana); la loro storia, confezionata dalla società dello spettacolo di quegli anni, arriva a gettare la sua ombra sulla fabbricazione delle biografie di chi sta crescendo negli anni dieci del nuovo secolo. Così l’arte, per raccontare “la realtà”, avvita il suo sguardo su se stessa: è come se fra realtà e “io” non ci fosse più differenza, tutto coincide, tutto si sovrappone, tutto si sfalsa.

Tropicana è forse l’autobiografia di una classe, quella che Raffaele Alberto Ventura chiama “disagiata”, una classe permeata da una sorta di disillusione o rancore per spazi che mancano, per una funzione (dell’arte, degli intellettuali, della cultura) sempre più confusa nelle seduzioni consumistiche e dell’intrattenimento. Noi lì seduti in platea, siamo davvero “diversi” da chi scrolla le bacheche xenofobe dei nostri politici, commentando indignato? E da chi mette like convinto? Però Tropicana non parla di questo, ma di una canzone dove “noi” non abbiamo voluto intendere un possibile carattere di preconizzazione; parla di “noi”, unica forma di “mondo” che forse drammaticamente siamo capaci di ritrarre.

Ma ancora, seguendo il meccanismo di fondo dello spettacolo, la domanda non è più tanto: di che cosa parla veramente una canzone? Piuttosto, dovremmo provare a interrogarci sul con chi intende parlare, e perché la scelta di quel referente. Col dubbio che siano proprio queste le domande che fatichiamo a mettere a fuoco. Forse perché un “noi” (che non sia il mondo del nostro io) non esiste ancora. Ma allora, ci vengono in mente dei modi per evocarlo questo “noi”, a teatro? O forse, perché il “noi” presuppone anche un “loro”, e la paura è quella di scoprire quanto i due termini si stiano approssimando, quanto – anche noi – siamo sempre più coinvolti, sempre più inesorabilmente “complici”?

(Francesco Brusa, Lorenzo Donati)

 

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