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«Dilatare i tempi, moltiplicare lo sguardo». Intervista ai direttori di Ipercorpo
di Francesco Brusa pubblicato in Interviste il 30 Settembre 2020 0 commenti 5 minuti di lettura
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Claudio Angelini e Mara Serina, come tanti altri direttori e curatori, si sono trovati a fare i conti con l’improvvisa chiusura dei teatri e la conseguente sospensione degli appuntamenti festivalieri per via della pandemia di Covid-19. Un evento che ha portato dunque a un generale ripensamento, sia dei desideri che animano la presente edizione di “Ipercorpo” (dal 25 settembre al 4 ottobre a Forlì) sia delle modalità con cui far “avverare” tali desideri. Se l’attenzione rimane sempre puntata sulla fisicità e sul movimento, la scelta di quest’anno è quella di costruire delle “giornate monografiche” di incontro con artisti e compagnie (gruppo nanou, Teatro Akropolis, Muta Imago, Roberto Villa e Cacao, Davide Fabbri e Elisa Gandini, Francesca Foscarini, Luna Cenere, Chiara Caimmi e Anna Basti) che si sviluppano attraverso dialoghi, prove aperte e anteprime.

Un’edizione che arriva dentro a una pandemia globale. In che modo un tale avvenimento ha influenzato le vostre scelte?

L’incertezza dovuta al diffondersi dell’epidemia di Covid-19 ci ha portato ad ascoltarci reciprocamente e a dialogare, ancora di più di quanto avremmo fatto per una “normale” edizione. Abbiamo davvero discusso tanto, anche in maniera non per forza operativa ma a volte semplicemente per confrontarci su ciò che stava succedendo.
È stato allora chiaro che non si trattava di aspettare, posticipando tutto a quando il “peggio” fosse passato. Al contrario, occorreva cambiare la struttura stessa del festival, provando a immaginare nuove modalità di relazione con le opere e con gli artisti, ma soprattutto nuove modalità di relazione degli artisti con il pubblico.
Fin da subito, però, una cosa ci era chiara: non avremmo in alcun modo rinunciato alla presenza, a una condizione per cui incontro nel qui e ora. Fare altrimenti, magari percorrendo l’ormai già inflazionata formula dello streaming e dell’on-line, ci sarebbe sembrato un tradimento nei confronti del pubblico.

Per quale formula avete allora optato?

Abbiamo pensato che, dal momento che i nostri corpi si stati “sequestrati” durante il lockdown, avremmo dovuto cercare una dimensione di incontro e fruizione più dilatata del solito, una modalità di avvicinamento con gli artisti e le opere che non si “consumasse” solo nel momento finale dello spettacolo.
È il “tempo reale” a cui allude il titolo di questa edizione: concepire ogni giornata del festival come un percorso eterogeneo di esplorazione dentro una determinata poetica, per cui ci possano essere momenti di dialogo, prove aperte, laboratori, spettacoli o anteprime da parte dello stesso artista o della stessa compagnia senza una vera e propria soluzione di continuità.
Siamo stati lontani col corpo, prendiamoci allora più tempo: questa è la nostra intuizione. Si tratta di coltivare un desiderio di prossimità con gli artisti, ma anche fra di noi e col pubblico. Un desiderio che è stato declinato in ogni sezione del festival (teatro/danza, musica, arte contemporanea) e ha orientato le scelte di tutti i curatori.

In tutto questo ragionamento, che ruolo gioca lo spettatore?

La metafora dell’“Ipercorpo” che dà il nome al festival ha acquisito nuovi significati nel corso degli anni. All’inizio, pensavamo chiaramente al corpo del danzatore ma poi abbiamo sempre più voluto riferirci – attraverso questa metafora – all’intero spazio della città, al “corpo” della comunità con cui entriamo in relazione.
Perciò, nelle ultime edizioni, abbiamo provato ad approfondire il nostro sguardo sul territorio, ideando percorsi di avvicinamento con la cittadinanza e provando a far entrare dentro il festival pezzi di città: è il caso della produzione artistica di Zona K Generazione gLocale oppure dello spettacolo di Zimmerfrei Family Affair.
Quest’anno la nostra urgenza era soprattutto quella di chiamare gli artisti a elaborare delle pratiche che riflettessero ciò che a loro sembra più importante e necessario in questo momento. Ci interessava ricreare una dimensione quasi “familiare” con dei percorsi artistici che seguiamo da tempo e aprire questa dimensione al pubblico, alla nostra comunità di riferimento.

Pensando appunto al “corpo”, qual è la posta politica in gioco?

È evidente che il corpo possiede un valore politico e sociale su cui si producono riflessioni da oltre quarant’anni, a partire dai lavori di Foucalt, Agamben, etc. e da tutto il filone della biopolitica. Al corpo si legano poi questioni enormi, che incrociano le tematiche della manipolazione, dell’identità, delle questioni di genere… Diciamo che noi proviamo a partire da una consapevolezza tutto sommato abbastanza semplice: l’evidenza che tutto ciò che accade in un festival teatrale, con spettacoli o concerti che parlano all’anima e ai desideri di ciascuno, non potrebbe avvenire se non attraverso i corpi. Perciò ricerchiamo una certa circolarità fra pensieri e fisicità: un binomio fondamentale, la cui importanza si è forse rivelata con maggiore chiarezza durante la “privazione” del lockdown.
Allo stesso tempo, però, è massimamente necessario mantenere anche una sorta di “sfocatura”, di pluralità di sguardo. Lo vogliamo dire con le parole della direttrice belga Frie Leysen, scomparsa da poco e ospite qualche anno fa proprio qui a “Ipercorpo”: «Voglio vedere il mondo con gli occhi di altri cento artisti», affermava, «perché questo mi permette di vederlo meglio». Se il nostro sguardo resta singolo, individuale, risulta meno interessante oppure monco. In questo sforzo di “moltiplicazione dello sguardo” risiede allora la cifra della presente edizione: uno sforzo che ci porta tra l’altro a declinare il corpo in un senso più ampio, non solo come necessità del corpo in scena ma anche come necessità del corpo nella relazione con lo spettatore.

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