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Di menzogne rivelate e altre fragilità. Angelini, Céline e Il dottor Semmelweis

di Ilaria Cecchinato

«Nella storia dei tempi la vita non è che un’ebbrezza, la Verità è la Morte». Una frase al sapore di tenebroso epitaffio, sintesi del pensiero nichilista del suo autore – Louis-Ferdinand Céline – ma anche del personaggio storico di cui egli narra, ovvero il medico ungherese Semmelweis, colui che scoprì la causa della febbre puerperale nella mancata disinfezione delle mani da parte dei medici che assistevano le partorienti dopo aver dissezionato cadaveri. È proprio con questa citazione che si apre Semmelweis, regia di Claudio Angelini e interpretato da Marco Foschi, una creazione scenica liberamente tratta da Il dottor Semmelweis (1924) di Céline, andato in scena in anteprima dal 4 al 6 giugno 2021 negli spazi di Exatr a Forlì. Si tratta di un lavoro che, dopo il confronto con I morti di Joyce e Le metamorfosi di Kafka, «prosegue un viaggio di quasi dieci anni nella letteratura del Novecento – dichiara Angelini – facendosi punto d’arrivo di una trilogia». Il testo in questione non è propriamente un romanzo, sebbene ne abbia la forma e lo stile, bensì la tesi di laurea in medicina di Céline, che narra di Semmelweis, delle sue intuizioni e della tragica fine in manicomio per una grave crisi depressiva, a seguito dell’ostilità della comunità scientifica nei confronti della sua teoria.   

Durante l’incontro Il lavoro di traduzione de Il dottor Semmelweis e la figura di Louis-Ferdinand Céline (5 giugno, Exatr) con Teatro Akropolis di Genova e il traduttore Massimiliano Morini, Angelini ha raccontato di essersi imbattuto in questo testo un po’ per caso, riconoscendo in Marco Foschi il perfetto interprete (anche per non rivelate attinenze biografiche) e ritrovando in alcuni temi una continuità con precedenti lavori e indagini artistiche: dal corpo come sintesi indissolubile fra vita e morte all’essere umano come animale intuitivo o, citando Céline, «sentimentale», la cui follia pare sintomo della lotta con le menzogne del sociale e con i propri demoni interiori. «Quello che mi ha subito colpito – ha spiegato infatti Angelini – è stato il rapporto vita-morte-follia. Uno degli aspetti chiave che hanno acceso in me l’interesse per questa storia è stato proprio il genio eccentrico di Semmelweis, che può esser visto come una sorta di visionario. Céline ci riporta a una fase della scienza in cui l’intuizione veniva prima della tecnica, in cui la scoperta istintiva veniva solo successivamente provata da equazioni che la sostenessero, a differenza di quanto accade ora». Il fascino per questi aspetti ha portato Angelini e Foschi a lavorare a un primo studio che avrebbe dovuto debuttare a ottobre 2020, ma la pandemia lo ha impedito. Tuttavia questo fermo obbligato non ha interrotto il processo d’indagine e di pensiero, anzi ha permesso di prolungare la già lunga gestazione per affinare alcuni aspetti propri del testo e dell’autore. Per farlo hanno sentito il bisogno di riappropriarsi delle parole di Céline attraverso una nuova traduzione dall’originale francese, commissionata con precise indicazioni a Massimiliano Morini, docente di lingua inglese e traduzione all’Università di Urbino. Il confronto con l’opera e con la personalità di Céline ha acceso a tal punto il professor Morini da portarlo a ricercare «un senso» allo stile sovrabbondante tipico dello scrittore francese e visto come «fuori luogo rispetto al contenuto» non soltanto nella tesi-racconto in questione, ma in generale nella sua scrittura. «La sovrabbondanza e la ripetizione tipiche di Céline – ha sottolineato Morini – mi infastidiscono a tal punto da considerarle una sorta di discrasia stilistica. Questo eccesso, nel primo studio della messa in scena, mi sembrava si trasformasse in un eccesso di dizione, e quindi nella resa di un Céline canonizzato, ripulito dal colloquialismo che invece gli è proprio». Morini ha così approfondito la letteratura dello scrittore francese fino a trovare il senso di questa discrasia nell’ingombrante megalomania di Céline, che porta sempre se stesso dentro l’opera: Semmelweis, in questo caso, diviene una sorta di suo alter ego, quasi si riconoscesse in lui (e, di fatto, non ci andrà molto lontano, quasi preconizzasse il suo destino). Da queste constatazioni, Morini ha prodotto una sorta di versione colloquial-fattuale de Il dottor Semmelweis, costruita mediante un collage di vari testi di Céline e intitolata Dr Semmelweis e Mr Céline (ricalcando Lo strano caso del Dr Jackyll e Mr Hyde di Stevenson): è pensata per un solo attore che da una parte declama teorie scientifiche in modo posato e puntuale, dall’altra si fa portavoce dei deliri di un pazzo, con tutto il superfluo e gli eccessi celiniani in termini di stile e di contenuto, riprendendo anche parte dei pamphlet antisemiti dell’autore. Tale testo extra non ha sostituito il riadattamento scenico di Angelini e Foschi, ma è stato materiale rivelatorio sotto vari aspetti. «Il mio approccio teatrale alla letteratura – ha raccontato il regista – è di profonda “animalità ignorante”: io non sono affatto un conoscitore di Céline, come non lo ero di Kafka e di Joyce. Il lavoro di Massimiliano Morini ha quindi contribuito a dare forma a diversi elementi scenici e interpretativi che prima non avevamo considerato e che hanno reso il lavoro più completo».  

In particolare, le riflessioni e il testo di Morini hanno condotto Angelini e Foschi a sospendere per un attimo l’attenzione ai temi a loro cari e a confrontarsi con la pagina e la scomoda personalità dello scrittore francese arrivando a chiedersi che cosa significasse confrontarsi con Céline, fra i più dibattuti e censurati scrittori del Novecento. «Céline è una sorta di apocalisse umana che va attraversata – ha spiegato Clemente Tafuri, direttore artistico insieme a David Beronio di Teatro Akropolis, co-produttori di Semmelweis e conoscitori appassionati di Céline, entrambi presenti all’incontro del 5 giugno. «In certi momenti – ha proseguito Tafuri – Céline è difficile perché ci mette di fronte all’inaccettabile, facendoci rendere conto che in qualche modo quell’oscurità ci appartiene, almeno in potenza, sia da un punto di vista culturale che in quanto esseri umani». Divenuto medico alla Società delle Nazioni, Céline fu sensibile e attento nei confronti dei poveri e degli ultimi, tanto da farne oggetto delle sue opere e conquistarsi il sostegno della sinistra francese. Tuttavia, tale riconoscimento della fragilità umana e la sua esperienza da volontario alla prima guerra mondiale (con il successivo trauma fisico e mentale) segnarono profondamente la sua visione del mondo, approdando a un estremo e violento nichilismo che sfocerà in folli deliri sulla pagina scritta, in particolare nei pamphlet antisemiti e nella Trilogia del Nord, che gli costarono la censura, l’esilio e il carcere. «Céline porta avanti una concezione politica della letteratura – ha spiegato David Beronio – ma la sua violenza stilistica e contenutistica, a ben guardare, si rivolge verso tutto e tutti». Non è un caso che Céline negli anni sia stato rivalutato come scrittore al di là del contenuto, riconoscendo nel suo impeto una sorta di slancio anarchico e desiderio di svelare le menzogne della società, creare alternative al racconto del presente. Beronio ha argomentato facendo riferimento a Omaggio a Zola in cui Céline «vede nel naturalismo una sorta di possibilità di smascherare quella che lui chiama “mistificazione”, ovvero la grande menzogna della società. La letteratura di Céline è dunque coerente a questo suo stesso pensiero». Visto in questi termini, dunque, lo scrittore francese perde alcuni connotati di antisemita e pazzo, per fare spazio a istanze per certi versi anarchiche, o quantomeno alternative a un sistema generalizzato di potere di cui sente il peso della menzogna e del tradimento. Il suo pare dunque essere un modo di fare arte politica mediante uno stile letterario in cui l’affannante accumulo stilistico è funzionale alla creazione di un piano alternativo di resistenza e opposizione all’arte fine a se stessa, o a quella che lui definisce «letteratura come sceneggiatura». «Viviamo in un tempo – ha aggiunto Tafuri – in cui fare i conti con i nostri demoni e ossessioni è qualcosa che non siamo più disposti a fare. Trovarsi perciò di fronte a una personalità e a dei contenuti di questo tipo non può che essere destabilizzante. Tuttavia entrare nella letteratura di Céline, così come avviene per molti altri autori, permette di rapportarsi con se stessi e ciò che di problematico ci circonda. Quanto ci costa confrontarci con Céline? Che prezzo si paga?» 

Lo spettacolo Semmelweis di Angelini decide di accogliere questi interrogativi e di pagarne il prezzo, aprendosi a Céline e alle sue contraddizioni, con il coraggio di attraversare la sua letteratura e il suo pensiero. Tali ragionamenti e studi attorno all’opera e all’agire di Céline hanno infatti influito, come si accennava sopra, nella resa scenica e interpretativa, in cui il tema della corporeità sintesi della triade vita-morte-follia va a intrecciarsi con la pagina, le parole, la biografia di Céline. Ὁ βίος βραχύς, ἡ δὲ τέχνη μακρή, ὁ δὲ καιρὸς ὀξύς si legge nella tela raffigurante un serpente attorcigliato a un bastone: «La vita è breve, l’arte è lunga, l’occasione fuggevole». In scena vediamo Marco Foschi che da dietro un tavolo inizia a narrare la vicenda di Semmelweis come in una sorta di conferenza-lezione. Sta in piedi, gesticola tenendo in mano i suoi fogli, fino a un momento di stacco in cui una luce al neon lampeggia: sembra sul punto di accendersi, ma non lo farà mai. A illuminarsi è invece una teca, al cui interno c’è una piccola postazione circondata da microfoni. Appare come una cabina radiofonica, ma rimanda anche alla teca del processo Eichmann, forse sintesi simbolico-metaforica della condanna di Céline e della paradossalità nel considerarlo un “antisemita non collaborazionista”. Lì Foschi siede per illustrare la scoperta scientifica di Semmelweis, con un atteggiamento in bilico fra la declamazione di un freddo bollettino informativo e il commento carico di accenti emotivi che paiono sfuggire al controllo della ragione. Sebbene il progetto abbia preso avvio in fase pre-pandemica e Angelini dichiari a più riprese di non voler far alcun riferimento al contingente, la postazione, la declamazione per dati e percentuali, la reiterazione dei termini “epidemia”, “lavaggio delle mani” e “infezione” inevitabilmente risuonano forti nello spettatore. In altre parole, non si può prescindere dal presente in cui viviamo e il pensiero è legittimato ad andare in quella direzione. Non per questo si ha a che fare con una debolezza: forse invece questa risonanza, questo richiamo al presente, aiuta il pubblico ad avvicinarsi emotivamente alla narrazione, prevalentemente lasciata alla parola e completata da simboli; aiuta insomma a provare compassione, ma anche a leggere e interpretare il racconto scenico, percependo che Céline-Semmelweis, in fondo, siamo noi. Foschi in scena è infatti sempre doppio, forse multiplo: è narratore e personaggio insieme, la sua voce spesso si sdoppia in un fuori campo, un’interlocuzione fra un esterno e un interno in cui Céline, Semmelweis e gli altri si confondono in un solo uomo, in un unico corpo. Il tavolo del conferenziere verrà spogliato dal telo che lo ricopriva, svelandosi tavolo anatomico nel quale Celine-Semmelweis – in una crescita di impeto verbale e delirante – si stenderà dopo essersi infettato, facendo così del suo stesso corpo emblema incarnante vita, morte e follia. 

Semmelweis è una creazione artistica che porta alla riscoperta del lato nascosto di Céline e ne riabilita il valore artistico, inserendosi coerentemente all’interno del percorso di ricerca di Angelini. Il progetto continuerà ad evolversi nel corso dei prossimi mesi e ad approfondire alcune questioni stilistiche, interpretative, sceniche e di relazione con l’essenza propria di Céline. Il debutto è infatti previsto per novembre 2021 a Genova, nell’ambito di “Teatro Ricerca Azioni – festival internazionale multidisciplinare” a cura di Teatro Akropolis.  

L'autore

  • Ilaria Cecchinato

    Laureata in Dams e in Italianistica, si occupa di giornalismo e cura progetti di studio sul rapporto tra audio, radio e teatro. Ha collaborato con Radio Città Fujiko ed è audio editor per radio e associazioni. Nel 2018 ha vinto il bando di ricerca Biennale ASAC e nel 2020 ha co-curato il radio-documentario "La scena invisibile - Franco Visioli" per RSI.

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