Presentato al Festival Les Nuits de Fourvière di Lione, Delay the Sadness & House è un dittico che fa dialogare due diverse compagnie attraverso le creazioni della coreografa israeliana Sharon Eyal. Il Ballet de l’Opéra de Lyon interpreta House, riallestimento di un lavoro originariamente creato per la Batsheva Dance Company nel 2011 ed entrato recentemente nel proprio repertorio; la Sharon Eyal Dance Company presenta invece Delay the Sadness (2026), nuova creazione nata dalla collaborazione tra Sharon Eyal e Gai Behar. Il programma offre così l’occasione di osservare come uno stesso linguaggio coreografico assuma contorni e densità differenti a seconda del gruppo che lo incarna.
House è una delle opere più rappresentative del linguaggio di Sharon Eyal. La visione all’aperto nel teatro di Fourvière, a poche settimane dalla prova generale dello spettacolo a cui ho assistito in sala, evidenzia subito quanto il lavoro sia penalizzato dal trionfo della luce in queste sere di solstizio. House ha bisogno di affiorare nel nero assoluto della sala teatrale. Soltanto così l’immagine d’esordio dispiega la sua efficacia: il danzatore che innesca la coreografia emerge lateralmente dall’oscurità, mentre i riflettori evidenziano come a “staccarli” riflessi metallici dalla sua tuta in lurex nera, contrapponendoli al chiarore quasi epidermico dei costumi che avvolgono il resto del gruppo.
La musica elettronica di Ori Lichtik, di matrice techno house, amplifica una scrittura fondata su movimenti ripetitivi e minime propagazioni del gesto, generando un universo notturno e pulsante. Vibrazioni, dislocazioni laterali del busto e del bacino, tic delle spalle, sguardi insistiti attraversano l’intera partitura con precisione millimetrica. La composizione si articola in sequenze corali e solistiche che si rispondono e si dissolvono continuamente, sorrette da una catena cinetica in cui il gruppo incarna una forma di instabilità controllata, come un organismo collettivo. Ne emerge un’estetica esigente, androide e sensuale, dove il corpo oscilla costantemente tra rigidità e fluidità, dando spazio a emozioni contrastanti.

È soprattutto nel momento conclusivo della pièce che il Ballet de l’Opéra de Lyon imprime al linguaggio di Sharon Eyal una qualità che gli è propria. Nella perfetta sincronia che attraversa la scena, i ventidue danzatori dispiegano una straordinaria capacità di organizzare il movimento collettivo senza perdere nitidezza formale. L’esperienza maturata dalla compagnia nell’interpretazione delle architetture organiche di Christos Papadopoulos, già presente nel suo repertorio, sembra riflettersi anche in House: la capacità di restituire al movimento di gruppo intensità e assoluta compattezza del gesto. Nel finale, il disegno luci si riscalda e la vibrazione elettronica si distende, lasciando filtrare un’atmosfera quasi pop attraverso la griglia ipnotica che ha sostenuto l’intera coreografia. Nel frattempo, il buio è calato sul teatro antico.
La seconda parte della serata si apre sulla partitura sonora più atmosferica e frammentata di Josef Laimon, nella quale il ritmo emerge per stratificazioni, ritorni e accelerazioni improvvise, generando una tensione più interna ed emotiva. Gli otto danzatori di Delay the Sadness indossano tute color carne attraversate da una ferita laterale e guance segnate dal fard. Le posture serrate, le continue sospensioni e discontinuità espongono il corpo, che appare sempre sul punto di eccedere la propria forma senza mai farlo completamente.
Il verbo delay del titolo suggerisce una dimensione di ritardo o sospensione della tristezza che la coreografia sembra tradurre in termini fisici: le emozioni vengono trattenute o differite, trasformate in energia compressa nel gesto. Ne risulta un paesaggio scenico più rarefatto e introspettivo rispetto a House, dove la tensione non nasce dalla trance collettiva ma da una fragilità condivisa.
Gli interpreti della Sharon Eyal Dance Company possiedono una presenza scenica statuaria che la coreografia va costantemente a perturbare, attraverso posture disallineate e articolazioni esasperate. Un gioco continuo di apparizioni dal fondale mette infine in evidenza un principio costitutivo del lavoro: accanto alla chiarezza geometrica, fondata su una trama attraversata da linee, diagonali, duetti e quartetti, agisce una forza opposta, una continua deflagrazione interiore che incrina la regolarità della composizione. Delay the Sadness mette in luce l’energia muscolare della scrittura coreografica, percorsa da scarti repentini e mani che risalgono verso la gola come impulsi trattenuti. A controbilanciare questa tensione interviene una morbidezza portata soprattutto dagli interpreti maschili, che dona all’insieme una qualità al tempo stesso vulnerabile e potente.
In assenza di una scenografia in senso stretto, Delay the Sadness affida ai corpi la costruzione dell’intero paesaggio visivo. La coreografia mantiene lo spettatore in uno stato di sospensione percettiva, senza orientare verso un percorso emotivo compiuto né una lettura univoca della tristezza evocata dal titolo. La sofferenza rimane pura materia corporea, qualità del movimento, mai pacificata. Il confronto tra le due opere proposte sembra così sottolineare la continuità della cifra autoriale di Sharon Eyal nei quindici anni che le separano, lasciando emergere la persistenza della sua grammatica coreografica, più che uno spostamento della sua traiettoria poetica.
L'autore
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Esperta in didattica della traduzione, ha sviluppato un percorso di ricerca nelle Digital Humanities, affiancandolo a una pratica di scrittura creativa e critica attenta alla danza e al teatro. Vive a Lione e collabora con L’Oca, Persinsala e Altrevelocità.


