Testo originale in inglese di Amanda Homa e Gaia Vimercati, pubblicato in Around About Circus
Traduzione italiana di Gaia Vimercati
Introduzione
Dopo la stesura degli articoli su Mentally Safe(r) Spaces e Decoloniality and Questioning Privilege as Embodied Practices, la ricercatrice Gaia Vimercati e l’artista-attivista Amanda Homa hanno tenuto un keynote speech alla conferenza internazionale Take Care – Circus life in a swing. European Conference on Mental Health and Well-being in the Circus and Performing Arts Sector, a cura di FEDEC, all’interno del Circus Dance Festival 2025. Altre Velocità, in collaborazione con Around About Circus e Quattrox4, ospita una traduzione del discorso in italiano, a sostegno del lavoro di promozione e divulgazione che Quattrox4 sta portando avanti per il circo contemporaneo in Italia con il sostegno del FNSV 2021 – 2027.
Le evidenze mostrano che, nella pratica circense, la cura è spesso associata al rischio fisico, mentre pericoli meno visibili — emotivi, psicologici o sistemici — vengono frequentemente trascurati, lasciando le persone sole ad affrontarli.
Questo keynote si interroga su una domanda cruciale sul tema della cura nelle organizzazioni culturali: chi decide quanta cura è necessaria e per chi? Questa domanda intreccia i bisogni individuali con quelli collettivi soprattutto nei contesti di lavoro culturale dove, purtroppo, l’oppressione sistemica è raramente presa in considerazione rispetto ai temi di cura e salute mentale, nonostante l’impatto duraturo e visibile dei traumi che essa produce sulle persone che la subiscono.
Lo speech invita a considerare un punto cruciale: senza interrogare il modo in cui la definiamo e organizziamo all’interno delle istituzioni culturali, “cura” rischia di diventare una parola vuota, scollegata dalla pratica. Un invito a ripensare la cura come un’azione collettiva e continua — che implica coscienza del proprio posizionamento politico nella società, fiducia, capacità di navigare il conflitto, fallimento, responsabilità (“accountability”) e riparazione storica.
Così come lə artistə circensi devono valutare il rischio per sostenersi fisicamente a vicenda, chi opera nel campo culturale deve sviluppare una coscienza sociale capace di riconoscere e affrontare le pressioni strutturali che ogni giorno informano il nostro lavoro. “Prendersi cura” dovrebbe iniziare dalla domanda: che cosa devo sapere/imparare per comprendere meglio che cosa è giusto fare? Quali strumenti sociali posso acquisire per leggere le dinamiche di potere in una data situazione?
Di seguito la versione integrale del discorso.

Quando pensiamo alla salute mentale come a un tema pubblico e quindi collettivo, un concetto ci viene subito in mente: si chiama “oppressione sistemica”.

Ci sono molte parole che ci aiutano a definirla: razzismo, discriminazione culturale e religiosa, sessismo, abilismo, classismo, grassofobia, omofobia, transfobia e colonialismo — un elenco tutt’altro che esaustivo.
Sentiamo la necessità di invitare queste parole nella stanza e di ripeterle più volte — non perché non facciano parte dei nostri contesti lavorativi quotidiani, ma perché sono invisibili (e questo la dice lunga su come spesso la società viene rappresentata solo parzialmente nei spazi in cui lavoriamo). Vogliamo quindi inventare un rituale per evocare questi “elefanti nella stanza”, nella speranza di mettere un accento sul fatto che, quando si parla di salute mentale, a dover essere guarite non sono solo le persone, ma le istituzioni.
Invitiamo quindi queste parole nel discorso: razzismo, discriminazione culturale, discriminazione religiosa, sessismo, abilismo, classismo, grassofobia, omofobia, transfobia e colonialismo.

Pensiamo sia importante nominare queste forze ogni volta che è necessario nominarle, aprire nuove discussioni negli ambienti che abitiamo perché possiamo mettere in discussione collettivamente i meccanismi oppressivi che abbiamo interiorizzato e che inconsciamente replichiamo. Queste parole sono forze che esercitano un potere su di noi: a volte generano nel nostro corpo una paura talmente grande da impedirci di pronunciarle a voce alta, altre volte non riusciamo perfino a nominarle.
Questo keynote speech parla principalmente della sofferenza socialmente costruita. Riconosciamo l’esistenza di malattie mentali non esclusivamente legate all’ambiente sociale, ma siamo convinte che, anche per queste malattie, la struttura stessa delle nostre società contribuisca ad aggravare la condizione di persone che già vivono una condizione marginalizzata: società che organizziamo attorno a un “centro” considerato “la norma”.
Oggi vogliamo porre attenzione alla sofferenza psichica che vediamo crescere intorno a noi: condizioni purtroppo sempre più comuni (e i cui sintomi spesso vengono romanticizzati come parte del “lavoro culturale” o tollerati nel nome della carriera artistica): stanchezza cronica, stress psicologico e burn-out, ansia e depressione, disturbo post-traumatico da stress, disturbi alimentari e disturbi dissociativi – tutte condizioni che senza troppa sorpresa portano a quelle che vengono chiamate “dimissioni silenziose”, spesso l’unico meccanismo di sopravvivenza per restare nel mercato.
Siamo qui per dire, quindi, che non possiamo davvero affrontare il tema della salute mentale all’interno delle nostre organizzazioni senza parlare dei problemi strutturali che creano il terreno fertile alla base di tanto malessere.
Crediamo che molte delle nostre lotte interiori siano legate alla pressione di adattarci a un sistema disfunzionale e violento, e al modo in cui, crescendo, siamo sempre più inclini a cedere ad una profonda sottomissione alle (op)pressioni sociali, considerandole non forze su cui si può lavorare e a cui si può resistere, ma una “realtà immodificabile”. Eppure, ciò che percepiamo come inevitabile è spesso solo il risultato di ciò che ci è stato assegnato, e che abbiamo sempre creduto come qualcosa che non può essere messo in discussione. Ma il fatto che qualcosa possa o non possa essere messo in discussione, non è una qualità intrinseca di un oggetto: è una postura del soggetto, che può essere allenata e cambiata attraverso la pratica.
Negli ultimi anni, il confine tra felicità e comfort, salute e tranquillità, soddisfazione e realizzazione individuale si è fatto sempre più sfumato. In questo contesto non dobbiamo dimenticare che oggi il discorso sulla salute mentale in Europa è perfettamente compatibile con l’assetto neoliberale e con il mito del libero arbitrio individuale.
Come spiegano Pierre Dardot e Christian Laval, il neoliberismo è un recinto insidioso che limita gli individui: al suo interno ci si può sentire liberə di esprimere i propri desideri, ma senza mai mettere in discussione il recinto stesso.

Christopher Laquieze scrive: «Sono contro l’idea di sviluppo personale perché contribuisce a questa grande impresa contemporanea: la scomparsa dell’esperienza condivisa. Tutto ciò che resta sono individui soli con sé stessi, caricati del compito di ‘ripararsi’ da soli, mentre le strutture continuano a produrre, usare, consumarci».
Senza dubbio molte persone nel nostro settore stanno cercando alternative con le migliori intenzioni, ma dobbiamo fare attenzione a non riprodurre l’oppressione sistemica. Chiamiamo questo tipo di oppressione “sistemica” proprio perché non dipende dalle intenzioni (buone o cattive) dei soggetti per esistere: l’oppressione sistemica è la base stessa del nostro sistema, ciò che consente alla disuguaglianza di alimentarsi e crescere ogni giorno.
Senza dubbio possiamo fare molto meglio in fatto di pratiche di cura individuali, relazioni professionali e ambienti di lavoro “più sani” (e qui per “più sani” intendiamo “meno tossici”). Ma questo non può essere solo un esercizio individuale e informale: è una responsabilità di cui le istituzioni devono farsi carico.
A questo punto sorge una domanda spinosa: come facciamo a garantire che l’istituzione si prenda cura, e non il controllo, dell’individuo?

Se c’è un pericolo che vediamo oggi nell’“istituzionalizzare” la cura, è quel crinale scivoloso che il tardo capitalismo ha già creato intorno a questo concetto. Molte persone e molte organizzazioni confondono il “prendersi cura” con il “prendere il controllo” delle persone. Così “prendersi cura” di qualcuno si trasforma nel decidere quando qualcuno deve fermarsi, quando deve consultare un esperto, come e quando deve esprimere le proprie emozioni, quali emozioni sono legittime e quali no, e persino qual è il tono giusto da avere per una “buona” discussione. Siamo in un momento storico in cui iniziamo a portare il discorso sulla cura nelle nostre organizzazioni, ma forse una domanda che potremmo porci è: da che prospettiva guardiamo alla cura e come la definiamo? E soprattutto: chi la definisce?

Il problema centrale rispetto a questo punto è l’egemonia. L’egemonia è uno dei valori fondamentali su cui capitalismo e colonialismo si fondano: attraverso l’idea che tutte e tutti debbano desiderare lo stesso stile di vita, avere gli stessi modelli e replicarli nelle proprie esperienze individuali, questi sistemi continuano a funzionare e a crescere.
C’è quindi una linea sottilissima tra cura e controllo: molte persone tra noi l’hanno già vissuta o sperimentata nella vita privata. Prendersi cura di qualcuno non significa far rientrare l’altra persona nei nostri modelli. Ma allora: dove tracciamo questa linea di confine? Come? Chi lo fa?
Come ci insegnano i movimenti antirazzisti, queer e femministi, in uno spazio devono essere stabiliti dei limiti perché chi subisce la violenza possa parlare ed essere ascoltato.

Quindi, quando pensiamo a come “migliorare le nostre pratiche”, ci sono alcune cose a cui porre attenzione: stiamo dedicando abbastanza energia ad assicurarci che tutte le persone coinvolte siano invitate alla discussione e possano effettivamente prenderne parte? Stiamo imparando ad ascoltare i discorsi di chi vive esperienze da prospettive diverse dalle nostre? Come ci stiamo formando in ciò? Siamo coscienti di quale sia la prospettiva sociale e politica da cui parliamo, quando discutiamo questioni di interesse pubblico e collettivo? Stiamo imparando a farlo? Come?
Questo si lega profondamente all’idea di cura come azione: ci sono azioni concrete e quotidiane che possiamo comprendere facilmente e su cui possiamo concretamente agire, piuttosto che continuare a pensare che il cambiamento sia qualcosa di lontano e utopico, speculando su intenzioni personali poco tangibili. Possiamo iniziare a ragionare su azioni concrete, che possiamo mettere in pratica.
Non esiste una formula segreta per costruire spazi più equi, se non provare a farlo insieme: stare in una postura di sforzo continuo per creare uno spazio che permetta il disaccordo, tenendo bene in mente che il terreno comune è qualcosa verso cui dobbiamo lavorare in ogni istante, e che non dobbiamo mai dare per scontato, perché appena lo diamo per scontato sparisce.
Oggi vi invitiamo a camminare nella zona grigia, in una terra di confine, ricordandoci costantemente dell’esistenza di prospettive diverse e fino ad ora “marginalizzate” – un invito a vedere il confine come uno spazio vivo e non come uno spazio di separazione. Un luogo in cui cerchiamo di non dimenticare mai il pericolo delle soluzioni semplici a problemi complessi. Un luogo dove facciamo del nostro meglio per cercare alternative dentro la difficoltà. Come dice Donna Haraway e come difficilmente si traduce in italiano, stay with the trouble.
Cercare alternative a cose che sembrano immodificabili, comincia ad esempio con il resistere a mettersi sulla difensiva di fronte alle critiche; non mascherare questa postura con l’atteggiamento facile del “stiamo facendo del nostro meglio”, riconoscendo l’importanza delle critiche come espressione di mancanze ed errori da parte nostra che possono essere rimaste invisibili alla maggioranza delle persone nella stanza, di cui ciascuno può essere sempre parte.
Camminare nella zona grigia significa cercare alternative anche a ciò che sembra davvero immutabile, resistendo alla passività o al senso di disperazione.
Dovremmo fidarci delle nostre emozioni — discomfort, disagio, inquietudine, vergogna o imbarazzo— e dovremmo considerarle non segni di inadeguatezza o debolezza, ma indicatori di una forma di intelligenza che ci segnala ciò a cui dobbiamo resistere, quello che dovremmo ascoltare o, perlomeno quello che potremmo mettere in discussione.
Allo stesso tempo non dobbiamo mai dimenticare che le nostre emozioni sono informate dal nostro posizionamento politico nella società. Per questa ragione, curiosità, coscienza sociale e ascolto attivo delle esperienze dei gruppi razializzati o marginalizzati sono esperienze fondamentali per contribuire a smantellare il sistema (coloniale) dentro di noi.
Resistere a un sistema significa praticare l’accettazione della critica e del feedback non come punizione e con paura, ma con coraggio e gratitudine: fare un passo indietro, ascoltare, respirare, chiedere scusa se necessario, e lavorare per riparare il danno.

Per riuscire a restare nella difficoltà e ad abbracciare la zona grigia in cui camminiamo, c’è un’altra cosa che dobbiamo allenare: il coraggio e l’audacia (In inglese c’è una parola, moxie, che rende bene questi due termini insieme).
Coraggio, prima di tutto, di indignarsi: di non lasciare che la rassegnazione prevalga sull’indignazione.
Come dice Guillaume Ouellet, l’indignazione è il primo passo verso l’azione, è un rifiuto dell’assurdo.
Arrabbiarsi non significa solo provare disagio di fronte all’ingiustizia e all’oppressione: significa rifiutare che queste diventino la norma, e allo stesso tempo resistere alla trappola del cinismo — quel vicolo cieco che paralizza invece di trasformare.
Arrabbiarsi significa, soprattutto, riaffermare la propria capacità di agire, reclamare il proprio potere di azione, e rifiutare la passività di fronte a un sistema che infantilizza o disumanizza invece di proteggere.
Vi lasciamo con una domanda: Come possiamo evitare che la coscienza sociale e la consapevolezza del mondo diventino un ostacolo alla salute mentale? Siamo prontə a ripensare i modelli oppressivi che stiamo continuando a portare avanti, e smettere di produrre strumenti compensativi che convincano le persone ad adattarvici?
A volte “la guarigione” non ha le sembianze della tranquillità.
A volte guarire assomiglia di più all“onestà”.
E gli spazi di guarigione sono spesso quelli che non mentono sul dolore.
Thank you,
Amanda Homa and Gaia Vimercati

Fonti
Articoli
Alex Soojung-Kim: “A recompensa do sucesso não é descansar, mas trabalhar ainda mais”, Leonardo Neiva (BR)
Hopepunk: pour une bienveillance radicale, Guillaume Ouellet (FR)
Imposter Syndrome Isn’t a Personal Flaw. It’s a Systemic Issue, Shari Dunn (ENG)
Longstanding Health Crisis In Creative Industries Linked To Passion-Driven Work, Research Find, Matthaios Tsimitakis (ENG)
O esgotamento mental de quem tem vários trabalhos, Ana Elisa Faria (BR)
Thomas Curran: “A sociedade te humilha se você não for bem-sucedido”, Leonardo Neiva (BR)
Radical Care: Survival Strategies for Uncertain Times, Hi‘ilei Julia Kawehipuaakahaopulani Hobart and Tamara Kneese (ENG)
Radical Care: Seeking New and More Possible Meetings in the Shadows of Structural Violence, Kelly Gawel (ENG)
“Nothing comes without its world. Thinking with care” in Matters of Care. Speculative Ethics in More Than Human Worlds (ch. 2), María Puig de la Bellacasa (ENG)
Le “care” : d’une théorie sexiste à un concept politique et féministe, Hélène Combis (FR)
Racism and mental health, Blog (ENG)
Systemic Racism Takes a Toll on BIPOC Mental Health, Nadra Nittle (ENG)
Why We Need Working-Class Cultural Institutions, William Harris, (ENG)
Who is ‘working class’ and why does it matter in the arts?, Lanre Bakare and Nadia Khomami (ENG)
Libri
When I dare to be powerful, Audre Lorde (ENG)
Decolonizzare lo sguardo, Grace Fainelli (IT)
On connection, Kae Tempest (ENG)
The Feminist Killjoy, Sarah Ahmed (ENG)
Staying With the Trouble: Making Kin in the Chthulucene, Donna Haraway (ENG)
The New Way of the World: On Neoliberal Society, Pierre Dardot and Christian Laval (ENG)
Books
When I dare to be powerful, Audre Lorde (ENG)
Decolonizzare lo sguardo, Grace Fainelli (IT)
On connection, Kae Tempest (ENG)
The Feminist Killjoy, Sarah Ahmed (ENG)
Staying With the Trouble: Making Kin in the Chthulucene, Donna Haraway (ENG)
The New Way of the World: On Neoliberal Society, Pierre Dardot and Christian Laval (ENG)
Per saperne di più su Take Care Conference, qui c’è un introduzione a cura di Valentina Barone e il Circus & Science: An Overview of Health Research and Monitoring in Circus Performance di Rogier van Rijn.
Gli autori
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È ricercatrice indipendente e progettista per Quattrox4, centro per il circo contemporaneo a Milano. Ha conseguito un MA in Comparative Literature al Trinity College Dubin (2015) e una Laurea in Lingue e Letterature Straniere all’Università degli Studi di Milano (2012). Nel 2016 ha co-creato con Filippo Malerba CENSIMENTO CIRCO ITALIA, la prima mappatura delle compagnie circensi italiane. Dal 2021 è curatrice di LA PAROLA AI CORPI, progetto di ricerca sperimentale nel circo contemporaneo che mira a superare la dicotomia tra teoria e pratiche nel circo. Nel 2024, insieme a Maristella Tesio e Teresa Noronha Feio, ha curato la traduzione italiana delle Open Letters To the Circus di Bauke Lievens e Sebastian Kann (Editoria & Spettacolo). Ha partecipato a numerose conferenze internazionali. E' stata keynote speaker al MAD Festival di Anversa (2024) con il discorso Queering the Leadership: against the myth of a progressive circus e insieme ad Amanda Homa per la conferenza TAKE CARE (Colonia, 2025) con il discorso Care as a verb, not only as a practice: what have we been actually practising? Nel 2022 ha pubblicato per La Biennale di Venezia Sott’acqua tutte le isole si toccano. Il lascito di Monk e Mnouchkine alla Biennale del ’75 e l’articolo Chaplin, Brecht, Fo: toward a Concept of Epic Clowing per l’antologia 360°. CIRCUS MEANING. PRACTICE (Routledge). È stata sguardo esterno per LA DONNA LAMPADA di Laia Picas Rodoreda (2024) e per FAST FOOD EMOTION con Cie PHONOBOBIA.
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Amanda Homa (she/her) è un’artista nippo-brasiliana che vive in Europa dal 2012. Si è formata presso CEFAC (Brasile), FLIC (Italia) e ESACTO'Lido (Francia). Dopo il diploma ha collaborato come performer con diverse compagnie. Nel 2021 ha co-fondato la propria compagnia, Diagonale du Vide, co-creato il spettacolo C'est l'Hiver le Ciel est Bleu nel 2023, e ha iniziato la creazione di YOUR EMPTINESS IS NOT AS EMPTY AS YOU THINK nel 2024 e ascension fusion nel 2025 . Parallelamente, lavora come attivista contro le logiche patriarcali e coloniali — e la loro espressione specifica nel campo della produzione artistica — conducendo workshop, scrivendo articoli, partecipando a incontri e tavole rotonde e collaborando come sguardo esterno per diverse compagnie e progetti culturali.


