Una scatolina-casetta con un bagno, un tavolino, una sedia. Dentro c’è Vincent, un ragazzino occhialuto e luminoso, gioioso e colorato. Ama ballare con la sua gonna rosa di tulle. Danze sfrenate, incontrollate, libere. E cosa accade quando non si abbassa la testa di fronte all’imperativo dell’omologazione lo sappiamo bene, oggi più che mai. Vincent a poco a poco, ferito dal giudizio dei coetanei, perde il sorriso, i colori, la gioia, la libertà di essere come vuole. Perde se stesso.
La scatolina-casetta diventa la sua prigione, ma anche l’unico posto in cui sentirsi al sicuro, lontano da chi ha stabilito le buone regole per stare al mondo. Sembra andare bene così: lui dentro e il drago, di cui sente il feroce verso ogni volta che schiude la porta, fuori. Se non fosse che il suo cuore è ridotto in mille pezzi. È lui stesso a strapparlo davanti a noi, come un foglio di carta che non serve più a niente. Lo osserva piovere sulle sue scarpe, con dolore e rabbia, perché non avrebbe mai fatto nulla di simile se non fosse stato costretto a rinunciare a ciò che aveva di più caro.
La compagnia Dimitri/Canessa con Cuor di Coniglio, spettacolo visto il 12 aprile alla VI edizione del festival Contemporaneo Futuro, per la regia di Elisa Canessa e la collaborazione artistica di Giorgio Rossi, indaga la fragilità umana di fronte al giudizio, che spegne la possibilità di vivere secondo le proprie pulsioni e di tenere acceso il desiderio di giocare con l’immaginazione. Esistono parti di noi che possono inabissarsi. Esistono, ma scivolano talmente in fondo che diventa impossibile rintracciarle, tanto che a un certo punto può sembrare più facile dimenticarsene. A volte convivere con un cuore spezzato può diventare la normalità. I ragazzi, le ragazze, i bambini e le bambine già lo sanno.
Cuor di coniglio affronta un problema sempre più complesso e urgente, quello della solitudine di fronte a un mondo giudicante, che non pratica l’ascolto. Come uscirne? In questo caso la salvezza ha orecchie di coniglio, un’energia travolgente e una simpatia irresistibile: è Rosi. Un personaggio sopra le righe che attraverso una sorta di surreale viaggio iniziatico aiuterà Vincent a ricomporre il suo cuore e a ritornare a vivere secondo le proprie regole.

Francesco Manenti e Federico Dimitri, eccellenti protagonisti della storia, utilizzando il linguaggio della danza e della clownerie permettono agli spettatori e alle spettatrici di prendere parte a un divertentissimo show pensato apposta per loro, con esplosioni di musiche e luci e corpi vibranti che rendono difficile restare fermi sulla sedia. Non si perde però mai di vista la complessità del tema trattato, che anzi, grazie all’utilizzo dell’humor, diventa estremamente chiaro e potente, inserendosi in una dimensione onirica e simbolica capace di rendere la vicenda del giovane Vincent un racconto universale.
Una sorta di fiaba moderna in cui il male, che in questo caso è rappresentato da una battaglia intima da combattere prima di tutto con se stessi, viene sconfitto grazie a un aiutante magico in grado di indicare la strada verso una presa di coscienza necessaria. La storia procede all’inizio su due piani diversi e apparentemente inconciliabili: da una parte la vita del protagonista dentro la sua scatolina-casetta, dall’altra, fuori da quel parallelepipedo domestico, un bizzarro coniglio che invita spettatori e spettatrici a osservare ciò che accade nello spazio in cui Vincent si è rinchiuso.
Rosi si comporta come una specie di presentatore che, microfono alla mano, racconta con una vena ironica apparentemente distaccata la triste vicenda del ragazzo, per poi entrare in azione e portarlo in salvo con tutti gli strumenti a sua disposizione. I due piani infine si mescolano, i due protagonisti entrano finalmente in relazione (in collisione!) e in seguito a rocambolesche peripezie in cui Rosi fa di tutto per tirare fuori Vincent dal suo spazio protetto, il ragazzo comincia a fidarsi, a comprendere che quel comportamento invadente e insistente nasconde un grande gesto di cura.
I due danzano insieme, stretti stretti, come se fossero un’unica persona. Sembra che d’un tratto Vincent riconosca Rosi. All’inizio ne era spaventato, ora però chiama il coniglio per nome ed è palese la tenerezza che prova nei suoi confronti. Rosi, forse, non è altro che la parte nascosta di Vincent, quella che aveva inizialmente rifiutato a causa dell’altrui giudizio, quella che rimasta per così tanto tempo inabissata a un certo punto è esplosa ed è andata in suo soccorso. Rosi potrebbe rappresentare il potere stesso dell’immaginazione, senza la quale la vita non ha vie d’uscita.
Ognuno di noi probabilmente ha un coniglio dalle orecchie lunghe da qualche parte, che dà di matto quando si sente messo da parte. Meglio restare in ascolto e tenersi pronti ad accoglierlo.
L'autore
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Studiosa di teatro, formatrice e critica teatrale. Si è laureata con una tesi sulla narrazione della fiaba nel teatro per le nuove generazioni ed è specializzato sulla scena per ragazzi e ragazze.


