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Cronaca di una serata d’antan: ”Il Girello” al Manzoni di Pistoia

di Giuseppe Di Lorenzo

Come molti di voi già sapranno, Pistoia è la Capitale Italiana della Cultura 2017, e nell’ambito delle celebrazioni per questo importante titolo, lo scorso 18 e 19 marzo 2017 il Teatro Manzoni ha voluto ospitare e collaborare alla realizzazione di un classico della storia del teatro italiano (mai rappresentato in epoca moderna), che è anche una delle opere più note dell’autore pistoiese Jacopo Melani, Il Girello. Quest’opera buffa vide la luce nel 1668, poco più di mezzo secolo dopo la nascita del melodramma; e a Pistoia abbiamo assistito a una versione che si rifà a quella pensata per il Carnevale Veneziano del 1682, in cui il protagonista viene rappresentato in scena come un Arlecchino. Le vicende narrate sono piuttosto semplici: Girello è un servo del Re Odoardo ed è scacciato ed esiliato dal suo regno perché pare che corteggi la regina Erminda. Durante il suo esilio incontra un mago che gli dona un mantello magico che lo fa apparire agli occhi di tutti come il Re Odoardo in persona. Nel mentre si creano altri intrecci, come quello tra Mustafà e Doralba, e anche Mustafà viene punito per la sua lussuria, ma Girello interviene in vece del Re. Da qui in poi il vero Re e Girello confondono fino all’inverosimile i loro servitori, fino ad arrivare a una resa dei conti finale dove Girello ammette le sue malefatte e il Re perdona tutti.

Arrivo a teatro con quasi un quarto d’ora d’anticipo e già gran parte degli spettatori avevano preso posto. Entro in platea dando un’occhiata al pubblico, davanti a me trovo subito un numeroso gruppo di anziani tutti in piedi a discutere tra di sé come se fossero nel salotto di casa. Guardando meglio vedo qualche quarantenne e gruppi di miei coetanei sugli spalti, e ci sono persino un paio di famiglie al completo. Per prendere posto anch’io devo far alzare una signora piuttosto anziana che mi saluta con un sorriso sincero, è chiaro che non vede l’ora che lo spettacolo cominci. Alla mia sinistra una coppia di cinquantenni leggono la brochure che ci hanno dato all’entrata, contenente delle note storiche e il libretto originale di Filippo Acciauoli. Davanti a me un nonno con la nipotina: «È la più giovane frequentatrice del teatro», afferma soddisfatto rivolto alla mia fila. La signora anziana mi spiega che attendeva con ansia di vedere questo spettacolo, perché fa parte della storia della città, e tira anche una stoccata al teatro contemporaneo, per lei non troppo rispettoso del passato che tanto ama. Il nonno seduto davanti a me spiega alla nipotina per sommi capi la divertente storia di Girello, ma lei adesso vuole solo vedere quelle fantastiche marionette che si muovono e parlano come per magia e smette presto di ascoltarlo.

Gli applausi cominciano scroscianti al solo arrivo dell’orchestra. Questo perché Auser Musici, dal punto di vista del rigore musicologico con cui ripropone opere dal passato nei teatri contemporanei, è certamente una delle realtà più importanti al mondo. Fondata e condotta da Carlo Ipata nel 1997, l’orchestra ha riportato alla luce capolavori di Pietro Nardini, Antonio Celesti e tanti altri, avvalendosi di cantanti e musicisti d’eccezione, come anche di musicologi per fornire la massima precisione filologica nella rievocazione storica. Anche la strumentazione seguiva le più ferree regole musicologiche, con la presenza di una viola a gamba d’antan e di una bellissima tiorba. La musica di Melani rispecchia i canoni del suo tempo, i violini in primo piano servono a sottolineare gli affetti (lo diceva anche Giovanni Battista Doni che il violino è lo strumento che meglio interpreta la voce umana, e per questo è il più indicato per esprimere le emozioni), la presenza del basso continuo e il rapporto biunivoco tra strumenti e personaggi (in particolare quello tra le noti gravi del clavicembalo e il Mago, che ne rafforzavano la tensione drammatica). Ma i veri protagonisti al Teatro Manzoni sono state le attesissime marionette della compagnia Carlo Colla & Figli, compagnia nata nel lontano 1861 a Milano, e che oggi conta numerose rappresentazioni nei teatri di tutto il mondo.

All’apertura del sipario viene svelato un altro sipario più piccolo e palesemente fittizio, come da tradizione nel teatro delle marionette. Il palcoscenico è occluso da un dipinto, su di esso è rappresentata una scena allegorica con dei putti in festa. Sento attorno a me dei mormorii, più del solito, probabilmente giustificati dalla poca luce in sala che permette a noi spettatori di poter leggere sul libretto e seguire meglio la vicenda: «Vedi, questo dipinto rappresenta il tripudio della vita, della felicità», dice qualcuno dietro di me. In realtà l’iconografia dei putti è fortemente legata alla musica, ma non è una notazione poi così importante – una rievocazione storica ha di per sé degli elementi che potremmo chiamare senza alcuna presunzione “criptici”, proprio a causa dei secoli che si portano addosso; l’azione teatrale invece, il moto che muove le emozioni e il pensiero, non sono di certo cambiati.

Si apre il secondo sipario. Il prologo è la scena più curata ed elaborata di tutta la pièce. Sono state allestite quattro file di quinte fittizie ornate di dettagli tanto deliziosi per l’occhio quanto efficaci per la narrazione, siamo negli Inferi e sulla scena vediamo Plutone, Proserpina, Vendetta e Inganno che si muovono come fiammelle di un fuoco appena accesso, figure febbricitanti su un fondale rosso sanguigno. La scenotecnica tra luci e atmosfera raggiunge subito il suo apice, ammorbidendosi via via che la pièce prende piede dando maggior spazio alle vicende e ai dialoghi. La bambina davanti a me sussulta di fronte a quella formidabile prova muscolare di ingegno teatrale, ma ben presto comincia a chiedere al nonno di cosa parlano quegli strani personaggi, che concludono nel coro finale del prologo inneggiando a un carnevalesco riformar costumi, e il nonno ha avuto un bel daffare per seguire l’opera e al contempo la nipote. Accanto a me la coppia di cinquantenni segue in silenzio, quasi estasiati da quei primi momenti così conturbanti. La signora anziana invece non riesce a trattenere un sorriso adolescenziale, anche se i suoi occhi tradiscono altre sensazioni certamente più complesse. Finito il breve prologo ecco che si presentano Filone e Ormondo (in vesti da Commedia dell’Arte) che importunano la bella e inviperita Pasquella. I caratteri sono vivissimi e non portano un anno dei loro secoli, il libretto di Acciauoli spinge al massimo sull’ironia e l’ambiguità, incasellando fin da subito una formidabile sequenza di battute ed equivoci esilaranti. Le arie dei personaggi sono brevi e prive di eccessi virtuosistici e infiorettature (relegate com’era d’uso ai versi che vengono ripetuti più volte), in questo modo si lasciano seguire con facilità imponendo il primato della parola e dei tempi comici. Girello si presenta nei panni di un Arlecchino, la sua voce è un basso affidato a Giorgio Marcello, molto attento nel colorare la sua voce prima di dubbio e poi di giocosa ingegnosità. Il passo della marionetta è diverso da quello di tutti gli altri personaggi, similmente come un vero e proprio Arlecchino della Commedia dell’Arte Girello zampetta, danza, compie gesti di una teatralità esasperata, quando si strugge è come se tutti i mali del mondo lo perseguitassero, quando è felice esprime una saccenteria superlativa ma che lo rende altresì ridicolo (anche se mai odioso). Va detto però che il pubblico pistoiese è stato fortemente impressionato dal talento del giovane Riccardo Angelo Strano, controtenore che interpreta Mustafà, nella Scena X della prima parte gli spettatori, dopo una breve aria della marionetta dai tratti irriverentemente arabici, scoppiano in un applauso genuino. La signora accanto a me è visibilmente emozionata: «Ma guarda com’è giovane, sarà persino più giovane di te! E com’è bello, com’è bravo!». Si respira un’altra aria invece alla mia sinistra, dove la coppia brontola senza applaudire: «Certo che potevano tradurlo questo testo, o comunque mettere un testo a fronte in italiano corrente, non ci si capisce niente qui».
Nella seconda parte dello spettacolo, dove la trama si infittisce e la commedia degli equivoci diventa sempre più intricata con continui ribaltamenti e colpi di scena, parte del pubblico più giovane comincia a rumoreggiare, denunciando un certo disinteresse. La bambina davanti a me inizia a chiedere ogni cinque minuti al nonno quando finisce lo spettacolo, ricevendo infine come risposta un foglio di carta e un pennarello per svagarsi. La coppia nel frattempo ormai si è arresa, hanno adorato la scenotecnica e le musiche, ma hanno fatto molta fatica a seguire sul libretto le vicende. La signora invece ride e segue con trasporto immutato. Al personaggio di Tartaglia, il carceriere di corte, sono affidate le battute più esilaranti sia a causa del suo irrefrenabile balbettio (interpretato dal tenore Albero Allegrezza), sia dal fatto di essere il soggetto preferito delle angherie di Girello, del Re e infine persino del Mago. Il coro finale esplica le intenzioni della commedia più di qualsiasi analisi filologica:

Se maga virtù
trovò l’invenzione
che muta in padrone
chi servo già fu,
resti sì bella moda
ai bassi, ai bassi,
e una volta per un,
ciascun comandi.

Poco prima che il coro finisca, viene tolta l’impalcatura che sorreggeva il finto teatro per svelare i marionettisti al lavoro negli ultimi istanti dello spettacolo, un espediente già noto per chi segue gli spettacoli della compagnia, ma non per questo meno d’effetto. Le ultime note de Il Girello vengono sommerse dagli applausi, meritatissimi.

Esco dal teatro e resto qualche minuto ad ascoltare qualche impressione a freddo. Molti sembravano aver preso con eccessiva serietà quella che in pratica è un’opera buffa e principalmente vorrebbe far ridere, ma può starci data la cornice culturale della serata e l’attenzione sulla storicità che si è voluta sottolineare prima della mise-en-scène. Alcuni si sono lamentati per la durata e perché non hanno compreso gran parte del testo e quindi delle battute e degli equivoci. Moltissimi si sono semplicemente divertiti. Altri, soprattutto i più giovani, si prodigavano in pindariche interpretazioni, che vedevano Girello rappresentare l’italiano contemporaneo che necessita di vestire i panni del politico per far comprendere alla politica le necessità del “Paese reale”.

Può sembrare che puntare così in alto dal punto di vista culturale in una serata di “svago” possa rivelarsi un boomerang per il Manzoni, ma puntare in alto in questo caso si è rivelata essere una scelta accurata. Oggi il concetto di tradizione viene spesso sostituito con quello di appartenenza, invece col Girello si è tentato di avvicinare una città alla propria identità senza passare necessariamente dalla retorica del passato glorioso, ma anzi riproponendo un pezzo di storia popolare, uno spettacolo che fu molto amato dai pistoiesi di qualche secolo fa. Forse il suo modo di porci certe domande è effettivamente usurato dai secoli, il suo linguaggio apocrifo per molti, ma conserva quella schiettezza e immediatezza in cui  qualunque toscano può riconoscersi facilmente.

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