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Continuando a crollare (e se davvero non ci restasse che l’apocalisse?)
di Giuseppe Di Lorenzo Pubblicato in Recensioni il 26 ottobre 2018 0 commenti 5 minuti di lettura
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I keep on falling
in and out of love
with you

Nell’aprile del 2001 viene pubblicato il primo grande successo commerciale di Alicia Keys, figlia dell’alta borghesia newyorkese pronta per essere lanciata nell’olimpo della musica pop. Songs in A Minor conquisterà la cima di tutte classifiche vincendo il disco di platino anche da noi in Italia. La canzone con cui Keys riuscì ad avvincere Billboard e il pubblico di Oprah Winfrey fu Fallin, “cadere”, in amore ovviamente. Per gli Usa dell’estate 2001 Fallin era questo: il caldo di un groove soul e il volto dolce ma maturo della Keys. Al centro del dibattito pubblico c’era l’ambiente, e il Bic Mac Index era da 15 anni uno strumento di purchasing power parity, in pratica in tutto il mondo per comparare il potere d’acquisto di una valuta lo si faceva calcolando il prezzo del Big Mac in quel paese. Questo almeno finché non giunse settembre, e senza che nessun indice di Borsa o del Big Mac potesse prevederlo, tutto crollò dopo l’impatto di due Boeing 767 contro le Torri Gemelle.

<OTTO> della compagnia pratese Kinkaleri si può tranquillamente definire come un classico degli anni zero, una pietra miliare del teatro italiano che con uno sguardo impietoso rappresenta il crollo ininterrotto della società occidentale dall’11 settembre 2001 a oggi. Riproposto a Prato in occasione del Festival Contemporanea di quest’anno con tre giovani interpreti (Filippo Baglioni, Chiara Bertuccelli, Andrea Sassoli e una breve ma formidabile comparsa di Mirco Orciatici), <OTTO> continua a seguire il flow, il ritmo della caduta, con una precisione maniacale.

La scena si presenta spoglia, siamo al secondo piano del Centro Pecci, il museo d’arte contemporanea di Prato recentemente rimesso a nuovo. Ci sono due entrate frontali per gli attori poste ai lati del fondale bianco e un pavimento grigio. In scena una sedia, un microfono e una scarpa. Non è un elenco della spesa, desueto in un’epoca in cui basta un click per guardarsi due foto dello spettacolo, semmai prendetela come un’impressione totalmente soggettiva del senso di vacuità urbana che ci viene proposto. La scala cromatica dello spettacolo mi ricorda gli insipidi paesaggi aziendali di Thomas Demand, foto di uffici o archivi in cui l’umanità sembra scomparsa da poco in un’effimera apocalisse. Un primo attore entra a passo sicuro e d’improvviso cade su se stesso. Il silenzio che ne segue lascia pensare a una desolazione assoluta, che alla fine di <OTTO> risulterà ancora più grottesca a causa dei tantissimi oggetti di scena che puntellano lo spazio, lasciandolo comunque metafisicamente sgombro, evacuato, come le nostre città, costruite sopra i palazzi crollati delle precedenti società, senza neanche prendersi la briga di far prima pulito. Il resto dello spettacolo è una reiterazione di quel gesto, variazioni su una melodia tronca, una lunga digressione alla DeLillo, scampoli di un post-modernismo algido e disilluso.

La cultura consumistica occidentale viene messa alla berlina, tutti i suoi fragili fondamenti decadono uno dietro l’altro. L’incessante moto degli attori in scena, corpi-vettori di una prossemica virtuosistica e muscolare, viene costantemente fermato da delle cadute che, come il ticchettio dell’orologio dell’apocalisse di Chicago, si avvicina ineluttabilmente all’ora fatale. Cadono mentre ballano, mentre combattono, mentre mangiano, mentre portano delle scartoffie, mentre si fanno una foto, concentrati in una vita di apparenza e consumo, individui che non s’incontrano mai in scena, che s’ignorano seguendo percorsi inutili, perché tutti funestati da una fine comune e persino ridicolizzata nella morte, come in uno di quei video di 1000 ways to die. Assistiamo a un florilegio di elementi pop appena accennati, come la musica che proviene dalle cuffie di un vecchio lettore cd, delle volte amplificata dal microfono in scena, delle altre appena udibile, elemento ambientale ma significativo, un moto perpetuo di hit pop tra Kylie Minogue e Alicia Keys, quest’ultima che continua a cadere in amore mentre di fronte a noi ci sono solamente corpi inanimati e macerie. Viene da pensare che essendo “otto” un numero palindromo ci venga suggerito che dietro a questo crollo ci sia un’enorme e infinitamente ironico calcolo aritmetico, un eterno ritorno nostro malgrado. Magari il crollo parte da più lontano, magari, in qualche modo, soggiace al tentativo di costruire una società.

Non c’è molto da descrivere dello spettacolo in sé, ma è affascinante l’effetto di crescente entusiasmo nel pubblico, confuso all’inizio da un’apparente inconsistenza. L’ironia – a volte glaciale ma comunque irresistibile – è l’armonia sostenuta dal ritmo delle cadute, i suoi incastri apparentemente casuali ipnotizzano lo spettatore (gli spasmi, le pause, i salti, le danze, i sospiri, le parole poetiche che diventano rumore, texture sonora come l’esplosione di un petardo o il suono pericolante di una pila di piatti di ceramica). Quello che avvince lo spettatore non è tanto il sottotesto politico o le digressioni post-moderniste, piuttosto è la forma e la comicità slapstick che rendono <OTTO> uno spettacolo accattivante, quasi pop. Sebbene all’inizio rarefatto, il ritmo arriva e cresce come in una hit da classifica, e proprio tramite questa accessibilità raggiunge i tratti di universalità che lo rendono un classico.

Vi propongo un’ultima suggestione. Frammenti di una deflagrazione nucleare: le azioni in scena si potrebbero anche interpretare così, istantanee in successione che mostrano azioni quotidiane poco prima e poco dopo lo scoppio di una bomba. Questa bomba a orologeria in realtà per Kinkaleri è già esplosa, e la sua forza inerziale continua a spingere, una a una, le tessere di questo domino occidentale.

 

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