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Banalità e contraddizioni della coppia nel teatro di Progetto Demoni
di Alex Giuzio pubblicato in Recensioni il 17 Dicembre 2018 0 commenti 4 minuti di lettura
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«Provate a pensare a un ricordo qualsiasi, e questo sarà banale». In un’abitazione angusta, una giovane ragazza pronuncia questa frase guardandoci negli occhi. Poi è lei a evocare i suoi ricordi ad alta voce. Come va a pezzi il tempo di Progetto Demoni, spettacolo ideato al Kilowatt Festival 2018 per quattro spettatori alla volta, si svolge in un’antica abitazione privata, poche piccole stanze nelle quali una coppia ha vissuto l’inizio e la fine del suo amore. Chi sono? Come si chiamano? Da dove vengono? Non importa. Gli attori Alessandra Crocco e Alessandro Miele appaiono come due fantasmi, indossando abiti e mettendo un vinile di sottofondo che ci portano subito agli anni ’60. Si rincorrono, si baciano, si amano. Lei è la narratrice che scivola tra i piani della realtà, prima raccontandoci e poi rivivendo il ricordo stesso; lui è una presenza lontana che emerge a intermittenza per incarnare gli episodi via via evocati.

La storia, raccontata per frammenti e facendo camminare il ristretto pubblico fra le stanze per assistere alle scene, è quella di una coppia che non vuole essere come tutte le altre ma che è come tante altre, quelle che anelano a essere “diverse”: lui vuole fare lo scrittore ma ottiene solo rifiuti e fallimenti, lei gli sta al fianco sacrificando la sua vita («Cosa faccio io? Non ha importanza»), e noi assistiamo all’idillio, alle tensioni, ai litigi e infine allo sgretolarsi dell’amore. È la banalità del quotidiano e della coppia nella sua essenza, spogliata del contesto e filtrata da ogni ornamento, che a tratti riesce a essere tenera ma che è per lo più agghiacciante, arida e spassionata. Crocco e Miele la recitano senza artifici, con dialoghi asciutti e con gesti studiati ed essenziali, articolati in un’abile drammaturgia che riesce a evocarci l’universalità del fallimento amoroso: una vita che si ripete, che soffoca dentro un piccolo appartamento, che non va da nessuna parte. Si apparecchia la tavola e non si cena, si versa il caffè e non si beve; lui fa lo scrittore ma non lo riesce a fare, lei non fa niente ma esorta lui a fare di più: stranezze e contraddizioni di due individui che si sentono diversi e che invece incarnano le dinamiche più classiche e banali della convivenza amorosa. È la banalità appunto, quella evocata dalla ragazza alla sua apparizione in scena, che contraddistingue qualsiasi ricordo: il flusso in cui ci fa scivolare Progetto Demoni lo sentiamo quindi vicino per empatia, ci provoca angoscia e inquietudine perché vi riconosciamo la mediocrità della loro (e della nostra) vita, ci fa pensare che la fiamma di quel sentimento è forse destinata per sua natura a spegnersi quando entra nel consueto, anche se ci illudiamo che possa essere eterna. L’amore è un fallimento? La diversità è un fallimento? Cosa resta allora da fare? Queste le domande che ci portiamo dietro, uscendo muti da quelle piccole stanze dopo il buio e doloroso finale.

Con questo spettacolo Crocco e Miele, coppia di attori campani migrati a Lecce, fanno un passo ulteriore nel loro percorso di ricerca sulle dinamiche e sul significato della coppia: se il precedente lavoro Lost generation era un’opera frontale che si ispirava a una vera biografia – quella tormentata di Zelda e Francis Scott Fitzgerald – in Come va a pezzi il tempo i due attori-autori riescono a creare una storia universale partendo dal piccolo, dal banale, dal quotidiano (e sempre con Fitzgerald che continua anche qui a ispirare Progetto Demoni: il momento teso in cui l’aspirante scrittore impersonato da Miele pronuncia un drammatico elenco delle banalità della sua vita è una diretta citazione del romanziere statunitense che, nei suoi momenti di maggiore depressione, redigeva lunghe liste di qualsiasi cosa).

C’è poi un altro grande merito di Come va a pezzi il tempo, che sta nella modalità con cui lo spettacolo si mostra: entriamo nell’intimità di una coppia e subito ci riconosciamo in essa, senza essere chiamati a interagire con gli attori – come di solito avviene in questi lavori site specific per pochi spettatori alla volta – ma piuttosto come degli intrusi che spiano qualcosa che è già accaduto e sempre accadrà, dunque è inutile essere chiamati a interferire. Un teatro che scava nell’intimo e lì rimane, parlandoci direttamente e profondamente e proprio per questo facendosi universale. Una cifra stilistica pienamente raggiunta non solo grazie alla modalità di scrittura in sottrazione, ma anche per lo studio dei luoghi che Progetto Demoni porta avanti da anni, con amorevole cura e appassionata dedizione. Una pratica che ha pochi eguali nell’attuale panorama teatrale italiano e che porta la compagnia a creare non spettacoli, ma scene vissute come se fossero davvero lì accadute e che riescono a parlare a tutti con semplicità. 

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