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Settanta volte sette, che cosa vuol dire il perdono
di Sofia Longhini pubblicato in Recensioni il 16 Ottobre 2019 0 commenti 6 minuti di lettura
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Sei figure in scena, tutte in proscenio e vicine al pubblico, come a dover condividere un antico segreto di famiglia. Siamo al Teatro Sociale di Gualtieri e a un passo da noi, in un’intima vicinanza, tutto può accadere. E accade.

Settanta volte sette, la nuova creazione di Controcanto Collettivo vincitrice del festival “I teatri del Sacro 2019”, dopo la quotidiana freschezza di Sempre domenica, racconta la storia di due famiglie le cui vite si incontrano e si incrociano a causa di una morte. Gli attori rimangono sempre tutti in scena, messi a tacere dal buio o chiamati in causa quando le luci li illuminano. Gabriele (Federico Cianciaruso), il fratello della vittima, con al suo fianco la fedele compagna Paola (la regista, e qui anche attrice, Clara Sancricca), si contorce in un dolore che diventa ben presto frustrazione, rabbia, desiderio di vendetta. Il responsabile dell’omicidio, Christian (il giovane Riccardo Finocchio) ha ucciso la vittima in una notte come tante, fuori da un locale, in quell’ubriachezza e in quell’euforia tipica di quando hai vent’anni e senti che puoi avere il mondo intero in pugno. Un terribile e fatale errore che costa non solo una vita perduta, ma anche altre quattro cambiate per sempre, condannate per il solo fatto di essere sopravvissute. La sorella Ilaria (Martina Giovanetti) non lo lascia mai solo, anche quando Christian finisce in carcere, aspettando il processo che decreterà la sua pena definitiva. È in questa immaginaria stanzetta carceraria che Christian incontra Bruno e Michele (rispettivamente Emanuele Pilonero e Andrea Mammarella), due detenuti che, logorati dalla noia e dalla libertà sottratta, complici e autoironici, passano le giornate facendo cruciverba, dando qualche dritta al nuovo arrivato e raccontandogli le regole e gli aneddoti di una vita tra le sbarre. La prigione, nei suoi aspetti più cruenti e deleteri, si delinea con accurata verosimiglianza, a testimoniare un’attenta analisi della compagnia di questi luoghi ai margini della società, dove, nonostante tutto, la vita brulica più potente che mai. La noia stesa con i corpi sul letto, la furia che si estende e si dilata per tutta una vita, l’incapacità di ricominciare, il bisogno di non pensare e il conseguente pensiero che si affolla, sempre lì, a tormentare la mente e le notti insonni. A scandire la sofferenza, la voce della defunta vittima non appare che tramite audio vocali WhatsApp che il fratello riascolta (selezionati tra veri audio vocali che gli attori – amici nella vita quotidiana – si sono scambiati nel corso degli anni). E questo è l’unico contenuto audio dell’intero spettacolo, scelta che si discosta molto dal precedente spettacolo che invece culminava sulle note di Vasco Rossi. Nonostante ciò, il ritmo procede cadenzato e lento al contempo, nella rabbia rancorosa di Gabriele e nel percepibile movimento delle lancette dell’orologio di un carcere, da qualche parte, a Roma. Una sorta di guerra che ha a che fare anche con l’appartenenza sociale: caso vuole infatti che vittima e parenti appartengano a una famiglia borghese e benestante, diversamente dal colpevole e sua sorella, che abitano una Roma faticosa e disagiata.

Siamo davanti a due schieramenti opposti: Christian e Ilaria da una parte e Gabriele e Paola dall’altra. Ma esistono davvero delle partite, delle squadre, dei campi di battaglia, dei nemici? Esistono i buoni o i cattivi? Controcanto Collettivo cerca di rispondere con le sfumature e i chiaroscuri, immaginando una nuova via: un’opportunità di riconciliazione, se possibile, con il proprio aggressore. Christian, giovane disfattista, quella notte compie un terribile e irrimediabile gesto. Ma questo basta a renderlo il “nemico”? Rispondono Paola e Ilaria, in una sensibilità tutta materna e femminile che, dopo essersi incontrate, decidono insieme di spingere i due uomini a un incontro. Dopo un’iniziale resistenza di Gabriele, che si scaglia contro Paola su quel sonoro «ma tu da che parte stai?», a rimarcare una divisione tra vittima e carnefice, tra colpevoli e innocenti, ecco che succede l’impensabile: Gabriele si presenta in carcere per incontrare quel ragazzo che affolla e tortura la sua mente da ormai troppo tempo. Lo fa portando con sé una fotografia del fratello da donare proprio a Christian, che la accetta e la stringe tra le mani, sospeso tra l’incredulità, la vergogna e un’impotenza disarmante. Si susseguono poche parole, tutte frammentate e confuse, spezzate. L’incontro più atteso finisce per ridursi, proprio come potrebbe succedere nella vita vera, in una manciata di minuti spesi a non guardarsi negli occhi, ad avere paura, a non sapere più parlare.

E allora può il perdono arginare la ferita, alleviare il dolore? Svaluta forse il peccato? Gli esseri umani possono ancora riconoscersi tra di loro in una società che ritrova troppo spesso nella vendetta una (o forse l’unica?) possibilità di risoluzione dei conflitti? Non ci è dato sapere come finirà questa storia, quale sarà la pena di Christian, o come (e se) Gabriele tornerà davvero alla vita. Rimane solo la forte determinazione con cui questa compagnia sta in scena, in un modo tutto suo, che svela il potente legame che tiene uniti tra loro tutti gli artisti. Come una famiglia, contraddistinta e rafforzata dalla grande pluralità di presenze. Gesti piccoli, quasi su impronta cinematografica, eppure sorprendentemente calzanti anche a teatro, toni bassi e voci esili, dunque microfonate: una scelta necessaria, quest’ultima, che a tratti però stona e spezza l’incantesimo del racconto, ma che a sua volta apre fondamentali riflessioni sul tipo di relazioni che si possono aprire in scena e con il pubblico e sulla capacità o meno del teatro di raccontare i minuti dettagli della vita quotidiana.

Controcanto è una famiglia che sceglie di raccontare e affrontare tematiche capitali come la morte, il dolore e il perdono, non discostandosi nemmeno per un instante dalla realtà di tutti i giorni, contraddistinta dall’uso del romanesco, dalla banale e dunque preziosissima quotidianità degli argomenti di conversazione, dalle multiformi relazioni familiari, che a volte si rivelano fallimentari e altre volte salvifiche. Rimane una domanda a importunarci una volta usciti, forse la più scomoda tra le tante che pullulano nella mente: al male bisogna rispondere con il male?

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