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Chroma Keys di Motus. Una crepa nel verde
di Francesco Brusa pubblicato in Recensioni il 28 Ottobre 2019 0 commenti 4 minuti di lettura
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Osservare, se così si può dire, il carattere di artificiosità dell’immagine reale, il suo grado di concreta trasfigurazione nell’atto stesso del trasfigurarsi. Chroma Keys dei Motus, coerentemente con alcune linee dei loro ultimi lavori, scompone e spezzetta la visione su più livelli, dentro un apparato scenico stratificato ma – immerso in un verde neutro e astratto – al contempo “trasparente”.

In asse sulla medesima traiettoria Daniela Nicolò, seduta di fronte a una videocamera, e Silvia Calderoni, in piedi, occupano il palco. Quasi sembrano “tagliarlo” in due, a dividere in profondità la scenografia che è composta da numerosi schermi: uno, più esteso, posto dietro alle “attrici” e due, di dimensioni ridotte, che da lato e dall’alto “sbalzano” verso il fuori avvicinandosi al pubblico. Un effetto che, in altre rappresentazioni dello spettacolo come al festival di Santarcangelo di quest’anno, viene dilatato ulteriormente dalla compagnia fino a coprire tutto l’arco di una piazza. E c’è, in effetti, la volontà di creare delle “contraddizioni di sguardo”, piccoli errori del sistema-vista: l’attenzione dello spettatore è chiamata a rimbalzare continuamente da uno schermo e da un livello all’altro (ove l’immagine può essere più o meno ridotta, più o meno nitida, oppure cambiare di segno se ci si concentra sulla figura di Daniela Nicolò di spalle che guarda dentro la videocamera o ancora sulla postazione di controllo presieduta da Enrico Casagrande, a lato del palco) ma allo stesso tempo viene spinta a convergere sui movimenti di Silvia Calderoni, che sola agisce e sostiene lo sviluppo (il “dramma”?) della performance. Come una galleria in cui ci si immerge, il verde neutro (che appunto è utilizzato al cinema per incorporare due o più girati diversi nella medesima inquadratura) si trasforma subito in scene di film celebri dentro le quali l’attrice viene virtualmente catapultata. “Rincorriamo” Calderoni per le lunghe carrellate di Béla Tarr, in mezzo agli uccelli di Hitchcok, avvolta dalle atmosfere rarefatte di Deserto rosso, in “autocitazioni” da Davide Manuli… Sono soste sceniche brevi, di una qualche manciata di secondi, che se da una parte ci invitano a “straniarci” nell’alchimia dell’illusione, dall’altra già instillano un senso d’attesa per il cambio d’immagine che ha da venire di lì a poco.

Ed è forse proprio dentro questa attesa che, in maniera più sottile di quanto faccia già l’impostazione scenografica, lo sguardo spettatoriale viene ancor più diviso, spezzettato. C’è una logica della visione continuamente tradita e ricalibrata: a volte Silvia Calderoni attende che la scena del film abbia inizio per poi agirvi, come se dovesse prima ambientarsi, altre anticipa lei lo stacco, posizionandosi plasticamente in un punto preciso del palco, altre ancora esce per qualche attimo dal “campo verde” ritardando la sua irruzione nella celluloide. La nostra sorpresa arriva dunque alternativamente dalle pellicole che passano sullo schermo (sugli schermi), dai gesti della performer, dall’insieme della visione tutta che – come fosse un divertissement o un gioco, quale sembra essere poi il senso ultimo dello spettacolo – ci assegna un ruolo di “micro-attività”, di re-indirizzamento della percezione a sincopi, fugaci singulti.

Così, anche sulla scena, si svolge una sottile dialettica di confronto fra la sequela di film, con i loro propri attori e il proprio senso interno, e Silvia Calderoni. Oltre al tema dell’identità – come giustamente rileva Massimo Marino su Doppiozero – che è di volta in volta reinventata, rimodulata e trasformata per ogni singola inquadratura, c’è anche in Chroma Keys un discorso sulla gerarchia (artistica), di cui forse l’identità non è che un’espressione. La performer sembra mantenere lungo l’intero spettacolo un distacco ironico, quasi a conferirle una posizione “sovrana” e di controllo sul materiale cinematografico in cui si trova immersa. Eppure, fra il bianco e nero delle pellicole più “d’antan” e l’intensità che alcune scene paiono reclamare a sé, la postura attoriale cede a volte alla potenza della celluloide, arriva al punto di rarefare la fisicità per dare invece maggior concretezza e tangibilità all’immagine virtuale. Sotto la maschera dell’ironia, c’è dunque un corpo a corpo con il cinema e le sue apparizioni, una sotterranea e costante “battaglia autoriale”.

D’altronde, ogni gioco che si rispetti abbisogna alla fine di un vincitore: nell’ultima scena (sia teatrale che filmica) Silvia Calderoni arriva a coincidere in tutto e per tutto con uno dei protagonisti della sequenza iniziale del videoclip Veridis quo dei Daft Punk. Attraverso il chroma key, la sua figura nello schermo esplode in mille pezzi al battere della cassa e al segnale dei titoli di coda. Un annullamento completo del reale nel virtuale, e viceversa: un “pareggio per parossismo”, la vittoria mutilata dell’artificio la cui mutilazione, infine, ricade su di noi-spettatori, sulla crepa che scegliamo di essere col nostro (colpevole) atto del guardare.

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