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Cartoline da Ipercorpo 2023. Giorno #1

di Altre Velocità

Questo articolo è frutto della Scuola estiva di giornalismo culturale in Romagna, organizzato da Altre Velocità, che attraversa il Festival di Santarcangelo 2024.

Luce

Qui e ora, in presenza. È il messaggio della XIX edizione del festival Ipercorpo, che si apre nella luce suggestiva dell’Arena forlivese, posto del cuore di questa città, dove passato e presente continuano a mescolarsi. E il passato ancestrale delle sculture di Victor Fatso Nyie emerge violentemente da questa cornice, nei volti delle sue opere, che riflettono il sole e sembrano urlare che “vogliono esistere”, come dice il loro creatore.
Dalla luce ambrata del tramonto si passa all’oscurità del teatro, dove Masque mette in scena Il presente eliminando i contorni dello spazio, escludendo il dopo e rendendo possibile l’impossibile: la dissoluzione di un corpo, ma anche delle forme e degli spazi, il mescolarsi continuo tra dentro e fuori, tra ciò che è e ciò che potrebbe essere, che sono la cifra stessa del luogo in cui si tiene il festival, un ex deposito delle corriere trasformato in teatro. Qui subito dopo si esibiscono Jean Gaudin e Markéta Stránská, due performer che, servendosi solo dei loro corpi e di carta stropicciata, in …Or to be cercano di comunicare l’incomunicabilità; e sempre qui si sfidano i limiti del suono con una chitarra elettrica, come fa Dario Neri col suo concerto Chordae. Un luogo che è stato tante cose e ne sarà ancora tante altre, senza mai perdere la sua vocazione originale: connettere.

Caterina Langella

Macchine

Un vecchio edificio abbandonato, un odore penetrante. Riqualificazione e valorizzazione di un luogo in disuso: al primo giorno festival Ipercorpo, l’ex deposito delle corriere Atr diventa uno spazio di incontro e aggregazione che ci connette alla relazione tra uomo e macchina. Cosa resterà dell’umanità nel futuro che ci attende? Saremo dominati dalle macchine o saremo in simbiosi con loro? Oppure saremo capaci di controllarle e controllarci, di disporre di un potere inimmaginabile in modo giusto ed equo per la sopravvivenza della nostra specie? E se invece saranno le macchine a prendere vita, usandoci come polmone? Queste suggestioni emergono durante la visione dello spettacolo di Masque, Il presente, in cui un corpo adagiato su una macchina (Eleonora Sedioli) prende vita e si muove mutando insieme alla macchina, e portandoci in una relazione talmente stretta da trovarci a contatto con una fusione, in una sorta di transumanesimo. Ci sentiamo invece spaesati come un esploratore in una terra disabitata durante …Or to be di Jean Gaudin e Markéta Stránská, piccoli microcosmi umani che non comunicano tra loro e che vivono la propria vita parallelamente. I due sentono intorno a loro una presenza, ma non vedendola provano paura e allo stesso tempo ne sono attratti, in uno scenario devastato danzano sulle macerie, su quello che resta.

Tommaso Daffra

Contrasti visivi

Ipercorpo inizia con l’odore della pioggia appena caduta; un fatto ironico dal momento che proprio questo festival è stato rimandato di alcuni mesi a causa dell’alluvione. Appena arrivati l’atmosfera sembra rilassata, ma l’emozione di tutte le persone coinvolte nell’organizzazione è percepibile nell’aria tanto quanto l’umidità. Alcuni sorseggiano vino sui divani in pelle in un panorama conviviale, e le luci al neon e gli edifici urbani intorno a noi contribuiscono a creare un ambiente sofisticato e ricco di contrasti visivi.
La prima performance a cui assistiamo è Il presente di Masque. Nel buio più totale emerge un corpo nudo apparentemente sospeso in orizzontale, i suoi muscoli sono tirati, sembra un ammasso di carne accartocciata, come un serpente ripiegato su se stesso che tenta di alzarsi e mutare forma. La macchina su cui poggia il corpo, che non pare neanche più essere umano bensì un ibrido, si flette lentamente e impercettibilmente, modellando le linee fisiche e portando i muscoli a uno sforzo innaturale. Una lenta metamorfosi kafkiana in carne e ossa.
Il secondo spettacolo è …Or to be di Jean Gaudin e Markéta Stránská, che prende vita all’interno di un capannone abbandonato, illuminato da fredde luci al neon che contribuiscono a creare un’atmosfera cupa. I due performer si alternano sulla scena, comparendo all’improvviso e in silenzio. La donna si diverte a remare con le braccia ridendo a crepapelle, tenta di raccogliere l’energia che è dissolta nell’aria come avesse la telecinesi, e quando non ci riesce, crolla in un’altra risata isterica. L’uomo invece gironzola confusamente, come se fosse sospinto da un vento: sembra spaventato e disorientato, quando a un tratto viene colto da un’illuminazione e si rasserena. I due non si incontrano mai, ma cosa sarebbe successo se l’avessero fatto?

Elena Tassinari

Riappropriazione

Il festival Ipercorpo di Forlì inaugura la sua prima serata all’EXATR, un ex deposito di autobus che ospiterà la maggior parte degli spettacoli fino a domenica. Nell’entrare all’interno dell’edificio si ha la sensazione di essere in presenza di uno spazio dimenticato, o meglio di uno spazio che ha lasciato che l’arte fiorisse incolta e ripopolasse le sue stanze. Sensazione che viene riconfermata anche nella vicina Arena forlivese, all’interno della quale l’artista Victor Fotso Nyie ha installato le sue sculture, le prime di una serie di opere di diversi artisti che nei giorni a venire popoleranno l’arena, dandole nuova vita. Ritornando all’interno dell’ex deposito entriamo in una piccola sala per assistere al primo spettacolo, Il presente di Masque Teatro. Una volta iniziata la performance, la luce già fioca se ne va completamente, lasciandoci al buio pesto in compagnia solo dell’odore acre delle poltrone impolverate. Il sipario si apre e una figura di donna di spalle viene illuminata. È stesa su una superficie di metallo, la quale è eretta da un pistone pneumatico che lentamente comincia a muoversi insieme al corpo. Lo spettacolo si sposa perfettamente con il luogo in cui ci troviamo, così buio e intimo, e con i rumori del pistone automatico che richiamano la precedente anima di questo spazio. Una relazione stretta tra luogo e spettacolo che si ritrova anche nelle performance successive. Jean Gaudin e Markéta Stránská con …Or to be si trovano a rappresentare due corpi che non riescono a incontrarsi, complice la frenesia della quotidianità e la confusione del mondo odierno, rappresentati perfettamente dal palcoscenico, un tempo luogo di stazionamento degli autobus: ampio ma pieno di strettoie e vicoli ciechi, vuoto ma disordinato e denso dei lasciti della sua vita passata. Infine, ritroviamo il buio pesto e l’intimità che ci permette di concentrarci sui suoni prodotti dalla chitarra elettrica di Dario Neri nella sua performance Chordae, con la quale sperimenta le potenzialità di sole sei corde in maniera antimelodica, giocando sul riverbero. La prima giornata di Ipercorpo si conclude invitando lo spettatore all’introspezione, a indagare sia le performance, prive di parole ma dense di suoni, sia il luogo in cui queste avvengono, in cui l’arte è penetrata trasformandolo in qualcosa di molto lontano a ciò che era prima, seppur lasciando immutata la sua forma fisica.

Alessandra Sabbatini

Corpo

Tutto è corpo, tutto è presente. Lo sono le porte scrostate e i vetri polverosi, lo sono i muri inermi e grigiastri, invecchiati e graffiati dal tempo, e lo è anche il cemento, che tace educato le sue ferite. Lo sono le poltrone di pelle bruna agli angoli del bar, i bicchieri di vetro ormai svuotati dal vino e l’odore fresco e tondo della pioggia al calare della sera. Qui anche i suoni si possono toccare: questi, prima innocui, d’un tratto si schiantano vibranti dentro alla cassa toracica, pervadono lo stomaco, condizionano il respiro. L’arena, che chiacchiera e poi tace, che consuma faticosamente il calore del giorno per rivelarsi emergendo dal buio, riscrive ogni anno il presente attraverso la sua storia, mostrando fiera il suo corpo nudo, storto, rugoso. La sua è una presenza ambigua, appena accarezzata dalle luci di scena, fuggevole. In questo luogo e in questo tempo, corpo e spazio si intersecano, si mescolano viscosi e si manifestano nella propria forma imperfetta, viva, umana.

Margherita Alpini

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