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Cartoline da Castiglioncello. Di spettacoli, continuità e cambiamenti

di Altre Velocità

La scena è vuota. Un’asta microfonica di lato. L’attore è al centro con un libro in mano. Ci guarda entrare e prendere posto sulle nostre sedie. Il primo spettacolo visto a Castiglioncello per la ventesima edizione del Festival Inquilibrio è Delitto e castigo à Saint-Denis di Silvia Garbuggino e Gaetano Ventriglia. La compagnia livornese ha già frequentato le stanze del Castello Pasquini in passato, passando proprio attraverso il grande romanzo di Dostoevskij, sperimentato tra l’altro in una versione dislocata nei quartieri spagnoli nel programma 2010 di Napoli Teatro Festival. Gaetano Ventriglia e la sua compagnia, dunque, conoscono bene le pagine della storia che anche qui, seppure in uno spazio unitario, ci propongono in maniera frammentata. La maschera magra del volto di Ventriglia offre già una forma ai personaggi che va a interpretare, dapprima la figura che col dito tiene il segno sulle ultime pagine di Delitto e castigo, che getterà a terra e sul quale sputerà, poi quella di una vecchia, destinata dalla trama a morire di lì alle scene successive. Se all’inizio, quando l’attore è sul punto di dire qualcosa, incerto e aperto, ci siamo dedicati all’attesa e all’ascolto col massimo dell’attenzione, successivamente lo spettacolo ci sfugge: nel dare giocoforza per scontato alcuni passaggi, i dialoghi finiscono per imprimersi come pure forme non rette dallo svolgimento dei fatti, e anche la recitazione si maschera in un “come se” che sembra bastare a se stesso. Resta un tentativo linguistico che sovrappone la naturalezza a una marcata finzione.
Un attore, dunque,  sulla scena e alla prova con uno dei più grandi narratori della storia, segna il nostro ingresso nel festival. E di teatro ce n’è molto in questo programma, l’ultimo che si svolge nelle sale del magnifico castello, destinato a restauri che non garantiscono la presenza di Armunia nei prossimi anni. Ci si sposterà a Rosignano, comune limitrofo a Castiglioncello dove quest’anno nella Sala Nardini trovava casa la programmazione dedicata alla danza. In questi due grandi corsi era articolato il programma del Festival, curato dai due direttori Angela Fumarola e Fabio Masi: da una parte la parola, dall’altra il movimento – con tutte le sfaccettature che ogni autore portava con sé. La linea proposta appare piuttosto semplice, ma nel corso degli anni la direzione artistica ha saputo fare di questa scelta una caratteristica di Inequilibrio: una semplicità che insiste con determinazione su un teatro d’attore e una danza d’autore, lasciando che da un anno all’altro ricorrano, perché no, più volte gli stessi artisti, aprendo al pubblico la possibilità di frequentare e approfondire e creare consuetudini, da una parte, e offrendo continuità e rapporti di lunga durata ad alcuni autori, dall’altra, considerato anche il programma annuale, nel quale alcune formazioni hanno trovato casa nelle stanze del Castello attraverso programmi di residenze, prove aperte e piccole rassegne.

Tra questi, I Sacchi di Sabbia e Massimiliano Civica, al debutto con I dialoghi degli Dei dai racconti del retore e scrittore greco Luciano (125 d.C.). Lo spettacolo nasce in occasione del ventesimo compleanno di Armunia nel 2016 e vede il regista e la compagnia tosco-napoletana al lavoro per la prima volta insieme. Dichiaratamente un divertissement, I dialoghi degli Dei è una proposta di alto intrattenimento, in cui si accentua la ricerca dei Sacchi di Sabbia sul comico: ambientato in un’aula scolastica dove due alunni (uno bravissimo e uno imprigionato nella media del 2) sono sottoposti a una sfilza di domande sui rapporti di parentela degli Dei, sugli amorazzi di Zeus e i litigi tra le tante Dee dell’Olimpo. Se la motivazione è quella di strapparci al peso dell’esterno per alleggerirci con un’ora di spettacolo, I dialoghi degli Dei risponde bene al suo obiettivo. Il lavoro d’attore, come sempre di alto livello nel lavoro di entrambe le formazioni, e il ritmo dello spettacolo ci accomodano su scambi di battute e giochi linguistici divertenti e spesso intelligenti, lasciandoci uscire dalla sala di buon umore. Un regalo per una festa, allora, da godersi con un po’ di leggerezza.

Nella linea di continuità degli ospiti ritroviamo anche Fortebraccio Teatro, la compagnia diretta da Roberto Latini, con il progetto Metamorfosi. L’anno precedente il festival si era dedicato con un’attenzione particolare al progetto, accogliendo il debutto delle varie tappe (Metamorfosi si compone di più atti performativi) in diversi punti della città e a diverse ore del giorno, come l’episodio di Orfeo ed Euridice, allestito in spiaggia poco dopo l’alba. Quest’anno Fortebraccio ha proposto nuovi pezzi, accolti nell’anfiteatro. Siamo stati testimoni di Sirene, scritto e interpretato da Ilaria Drago, attrice formatasi al fianco di Perla Peragallo e già collaboratrice della compagnia, che con il lavoro musicale di Gianluca Misiti investe la voce di quel potere di seduzione e incanto proprio delle figure marine mezze donne e mezze pesce: l’immagine della bellezza pericolosa scorre tutta in una voce luminosa – «Io la musica son dai dolci accenti» – e persuasiva – «Tuffati!» «Entra nel mare!» – che impercettibilmente ci trascina in un gorgo sempre più profondo, lasciando che il sipario si chiuda sulle note di un dolore lacerante e pauroso. È qui che entra Roberto Latini, interprete della Sibilla Cumana: abbandonate le scarpe da clown – mise di tutti gli attori in scena, con tanto di cerone bianco sul volto, strisce a stella intorno agli occhi e un mobile naso rosso – il corpo grande di Latini è cassa di risonanza per un’anima destinata a farsi piccola come un chicco di grano, sbadata signora che ha conquistato una vita immortale ma ha dimenticato di chiedere, insieme a quel destino, la giovinezza. Inginocchiato e ancora attento a non perdere il cuore del suo personaggio, Latini è raggiunto dagli altri compagni di scena, pronti a richiudere con un piccolo coro silenzioso il mondo di cui, per pochi minuti ma con estrema forza, abbiamo fatto esperienza.

Da un anno all’altro, il festival si conferma casa del Premio Lo Straniero, occasione per incontrare autori di più discipline che lanciano all’arte e alla società proposte eretiche, non allineate. Il Premio, promosso dall’omonima rivista di Goffredo Fofi (di cui con dispiacere accogliamo la notizia della chiusura entro il 2016) oltre all’incontro dedicato alla premiazione ha costruito insieme al Festival alcuni incontri tematici dedicati alla formazione, al cinema, al fumetto e all’architettura. Tra le tante parole ascoltate risuonano certamente quelle dell’architetto Giacomo Borella che ha sottoposto al pubblico e ai colleghi del suo incontro un assunto tanto semplice quanto propositivo, a mo’ di monito per chi lavora sugli spazi e negli spazi: «Ogni luogo va preso sul serio, perché ogni luogo è unico». Abbiamo già accennato al fatto che il Castello Pasquini non sarà più la casa di Armunia, e questo passaggio genera sicuramente malinconia per l’abbandono della bellissima sede, centro operativo di Armunia e cornice nella quale molte opere sono nate, ma chissà che questo salto da un punto a un altro della costa non sia un’occasione per il festival stesso. Che cosa ci suggeriscono i luoghi? Che cosa ci suggeriscono gli spostamenti da una casa che amiamo a un altra nuova e sconosciuta? Forse è a partire dai luoghi, vecchi e nuovi, che si può provare a rigenerare uno scambio, a costruire vortici centripeti di idee e visioni, siano questi luoghi teatri, uffici o piazze.

Tra gli spazi di cui si è avvalso il Festival fuori dal Castello Pasquini, il teatro di Vada ha ospitato il debutto della prima parte di Acqua di colonia di Frosini / Timpano. La coppia d’arte, al debutto con l’opera completa il prossimo novembre a Romeuropafestival, propone una riflessione sul colonialismo europeo e i suoi echi, lanciando una provocazione: sulla scena, mentre i due attori ripercorrono la storia del colonialismo attraverso stralci documentari e immaginando una possibile rappresentazione da farsi, una donna di colore sta seduta in silenzio o, meglio, senza diritto di parola, come ci viene detto nel programma di sala consegnatoci all’ingresso. È così che mentre gli attori agguantano ora la retorica dei “poveri stranieri” ora quella del potere fascistoide, il risultato è sempre il medesimo: le vittime di un processo di annullamento non sono realmente prese in considerazione, né dagli oppositori buoni né dai sostenitori cattivi, promotori di una politica che si basa su principi di segregazione e di classe. Con questo palese e rischioso espediente, Frosini e Timpano provano ad ammettere un limite, a confidare un imbarazzo, a rappresentare un dato di fatto. Con il registro di una doppia narrazione che investe sul sorriso e su contenuti storici, la prima parte di Acqua di colonia è ad oggi una buona promessa per uno spettacolo che possa farsi propulsore di riflessioni sulla separatezza (culturali e sociale), su contesti e storie accomodate, da tanto tempo e da tante istituzioni, sotto il morbido tappeto del passato-che-non-tornerà.

di Serena Terranova

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