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Borges e la Compagnia della Fortezza. I labirinti dell'essere umano

di Altre Velocità

«Chi ha visto questo presente ha visto tutte le cose, quelle che furono nell’insondabile passato e quelle che saranno nel futuro. Voglio sognare un uomo, voglio sognarlo con minuziosa interezza e imporlo alla realtà». Con queste parole tratte dal racconto Le rovine circolari di Borges (in Finzioni, pubblicato in Argentina tra il 1941 e il 1944, in Italia nel 1955) si chiude Beatitudo, spettacolo della Compagnia della Fortezza andato in scena presso il Teatro Arena del Sole il 30 e 31 marzo.

Il testo teatrale è basato sulla rielaborazione scenica di vari frammenti delle opere dello scrittore argentino Jorge Luis Borges. La compagnia, (una delle prime a muoversi nell’ambito del teatro carcere, oggi al trentesimo anno di attività) sotto la direzione di Armando Punzo, ha lavorato, infatti, seguendo un metodo che prevede una fase di lettura a partire dalla quale nasce e si sviluppa autonomamente la drammaturgia in tutti i suoi aspetti. Per approfondire la comprensione dello spettacolo, credo sia necessario preliminarmente un piccolo focus su Borges e sulle principali linee che costituiscono lo scheletro della sua produzione.

Jorge Luis Borges (Buenos Aires, 1899 – Ginevra, 1986), considerato dal critico Angel Flores come l’iniziatore del realismo magico, è narratore, poeta e critico letterario, autore di opere in poesia e in prosa in cui la riflessione filosofica si lega ai temi del fantastico. Nella sua opera letteraria possiamo individuare una serie di tematiche centrali, che costituiscono gli elementi cardine di tutta la sua riflessione e che diventano aspetti chiave di Beatitudo.

Aleph: è la parola che indica la prima lettera dell’alfabeto ebraico, che simboleggia Dio e la complessità dell’universo. L’Aleph corrisponderebbe perciò al punto nello spazio che comprende all’interno di sé tutti gli spazi, è una sorta di effimero accesso all’infinito, spesso collegato alla figura della circonferenza.

«Vedo l’Aleph da tutti i punti, vedo nell’Aleph la terra e nella terra di nuovo l’Aleph e nell’Aleph la terra» (Aleph, in L’Aleph)

Tutte le scene di Beatitudo, che non seguono un filo narrativo preciso, concorrono strutturalmente, invece, alla creazione di un Aleph finale. Infatti, negli ultimi momenti dello spettacolo la processione di tutti i personaggi precedentemente apparsi, sale sul palco e lo riempie nella sua interezza, restituendo perfettamente la compresenza degli elementi eterogenei che concorrono alla composizione di quella complessità irriducibile che è l’universo.

Biblioteca: simbolo che assume nello scrittore argentino molteplici significati, tra i principali quello di specchio dell’umanità, con la sua irriducibile eterogeneità e della mente umana, con i diversi linguaggi con i quali ragiona e immagina. Allo stesso tempo, la biblioteca con la sua vastità esprime l’impossibilità di raggiungere un sapere totale da parte dell’uomo e la costante ricerca di un’interpretazione della realtà.

«Non mi sembra inverosimile che in un certo scaffale dell’universo esista un libro totale; prego gli dei ignoti che un uomo – uno solo, e sia pure da migliaia di anni – l’abbia trovato e l’abbia letto» (La Biblioteca di Babele, in Finzioni)

La biblioteca è, nello spettacolo, un elemento tematico che intesse e tiene unite le apparizioni in scena, rappresentando una costante. Tra i vari riferimenti a questa, sicuramente spiccano le figure delle bibliotecarie che percorrono lo spazio camminando in vari momenti e di un bibliotecario infaticabile, che ha creato una muraglia circolare di libri nell’angolo sinistro appena al di sotto del palco, collocando pazientemente i volumi a uno a uno, in una eterogeneità di pagine che rispecchia quella degli esseri umani in scena.

Labirinto: i significati di questa figura sono ambigui come la sua forma, se da un lato infatti può simboleggiare l’incomprensibilità del mondo alla ragione umana, dall’altro è proprio questa impossibilità di comprendere che permette all’uomo di sperare in un significato misterioso intessuto tra i fili di un’apparente realtà prosaica.

«Penso a un labirinto di labirinti, a un labirinto sinuoso e crescente, che abbracci l’avvenire, e che implichi anche gli astri» (Il giardino dei sentieri che si biforcano, in Finzioni)

Il tema del labirinto viene restituito su più piani in Beatitudo, tra questi possiamo individuare almeno due dimensioni: quella temporale e quella spaziale, strettamente connesse. Per quanto riguarda la seconda, centrale è la decisione di utilizzare l’interezza dell’edificio dell’Arena del Sole, facendo muovere gli attori nella biglietteria, sulle scalinate, in mezzo alla platea e creando, così, nello spettatore la sensazione di essere continuamente circondato da possibili vie di accesso e di fuga, da angoli in cui l’azione scenica compare e scompare, senza una via di uscita lineare.

Sogno: definito da Borges come atto essenzialmente creativo, differenziabile dalla veglia proprio per il fatto di essere generato integralmente dal soggetto. Strettamente collegata all’ambito onirico è la dimensione della poesia, intesa come momento intimamente creativo, la particolarità di quest’ultima è, inoltre, quella di avere origine in entrambi gli stati: sonno e veglia.

«Insidiosa speranza interminabile. Un mare al sorgere dell’alba. Il sogno, questo assaggio della vita» (Lo specchio, in La cifra)

Tutto in Beatitudo concorre alla creazione di un’atmosfera onirica, i personaggi diversissimi tra di loro, impossibili da inserire in coordinate cronologiche e spaziali precise, la scenografia spoglia, simbolo della mente umana affollata da personaggi, la musica che non permette facili riferimenti a un background musicale definito. Lo spettatore si perde, come in un sogno, tra figure che catturano la sua attenzione, senza sapere da dove vengano o per quale motivo siano comparse, ma le segue con quell’inspiegabile consapevolezza dei sogni, nel forte valore simbolico che portano con sé in ogni apparizione.

Specchio: con la sua capacità di moltiplicare potenzialmente all’infinito lo spazio, diventa un elemento centrale nell’espressione dell’indagine che Borges conduce sul reale. Questo è composto da incalcolabili piani, in relazione l’uno con l’altro, in un gioco continuo di rimandi e letture. Inoltre, lo specchio rappresenta la moltiplicazione dell’io, evidenziando un altro nucleo della poetica borgesiana, la riflessione sull’identità e sulla percezione di sé.

«Un incessante specchio che si guarda in un altro e nessuno che li veda. Altro non siamo che queste immagini» (Lo specchio, in La cifra)

Nello spettacolo, ogni personaggio o ogni azione può essere il riflesso di un’altra, ma un riflesso che restituisce un’immagine alternativa, che viene da un altro tempo o da un altro stato d’animo, da altre circostanze. I personaggi si presentano sulla scena e lo spettatore non sa se possano comunicare tra di loro o se stiano occupando piani della psiche differenti e non riescano in realtà a incontrarsi, ma percepisce la somiglianza che li lega (restituita scenicamente dall’elemento del colore rosso, che accompagna in modi diversi tutte le apparizioni) e il senso che ognuno acquista proprio in relazione all’altro.

Tempo: il tempo occupa un ruolo centrale nella poetica di Borges e spesso viene presentato, insieme allo spazio, come indefinito e onirico. Nei suoi racconti, lungi dall’essere presentato come lineare, è caratterizzato dalla complessità dell’interiorità e viene esplorato, grazie alla memoria, in tutte le sue direzioni.

«Disfare l’universo, le ramificazioni senza fine di effetti e di cause, che si perdono in quell’abisso senza fondo, il tempo» (Il sogno, in L’altro, lo stesso)

L’altra dimensione del labirinto è sicuramente quella temporale, in Beatitudo si dà forma al luogo senza tempo dell’inconscio, in cui tutto è sempre presente. La compresenza spaziale di azioni e movimenti sospende la narrazione e sviluppa ogni elemento in direzioni alternative, secondo uno schema non lineare, ma che si dà spontaneamente per libere associazioni. Così, salgono sul palco alternandosi, per osservare questi sogni, un bambino e un adulto, che rimangono a guardare o forse, a salire è un solo uomo, che nello spazio dell’onirico ritrova, per un istante, compresente e completa, tutta la sua vita.

Emma Pavan

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