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Attorno al tavolo e alla vita delle Ariette

di Altre Velocità

Attorno a un tavolo. Piccoli fallimenti senza importanza, il nuovo progetto di Paola Berselli e Stefano Pasquini. Uno spettacolo che rompe la “quarta parete” e che dialoga col pubblico fin da subito. Si assiste alla preparazione di una cena tra amici: un lungo tavolo rettangolare, attorno al quale si adoperano i tre padroni di casa e, poco più in là, aspettano le sedie vuote degli spettatori; sette postazioni di lavoro e nell’aria la pacata frenesia dei preparativi. In un angolo, il forno acceso; negli altri tre, tavoli di appoggio carichi di accessori pronti per imbandire la tavola protagonista. Come una madeleine proustiana, l’odore di farina ci riporta al pranzo della domenica, quello della pasta fatta in casa e del dolce della nonna. Pamela Valerio Le Ariette sono un inno all’arte della vita semplice, fatta di pochi ingredienti essenziali e sempre condivisi. Viene proposta un’idea di teatro fuori dagli schemi tradizionali, caratterizzata da un rapporto immediato col pubblico, col quale gli attori condividono non solo lo spazio scenico ed esteriore, ma anche quello interiore, privato, del loro vissuto personale, reso universale in quanto vero. Alla fine dello spettacolo, davanti ad un bicchiere di vino e un piatto di pasta, cucinata da loro durante lo spettacolo, si ha la sensazione di essere tutti amici, attori e spettatori.  Gaetano Palermo È la notte di Capodanno e Paola e Stefano aspettano i loro invitati, che anche quest’anno non saranno presenti. Hanno preparato dei dolci, ma non potranno condividerli con nessuno. Paola è seduta sopra il tavolo, illuminata da una luce dall’alto, si mette un rossetto rosso e inizia a cantare Christmas Card From a Hooker in Minneapolis di Tom Waits. Paola canta sempre delle storie accompagnata dagli arpeggi di una chitarra: storie malinconiche, di amori finiti o immaginati, di giornate monotone. E anche se ci troviamo dentro la sala di un teatro, al chiuso, ci sembra di essere su una spider cabriolet, abbracciati dal vento che passa tra i capelli. Un’atmosfera calorosa avvolge gli spettatori, seduti attorno alla grande tavola al centro della sala, che si lasciano trasportare dai racconti, entrano nelle loro giornate, passeggiano tra i campi coltivati e respirano l’aria delle Ariette. Tra una ricetta e una canzone aumenta il dolce odore del pane e della torta di mele che, insieme alle ottime tagliatelle al pesto di noci, verranno condivisi alla fine della rappresentazione accompagnati da un bicchiere di vino. Uno spettacolo imperdibile, dove il confine tra arte e vita non è poi così facilmente individuabile. Flavia Mazzarino «Una ricetta semplice, ci vuole molto tempo ma il risultato è buono». Come per le loro brioche di capodanno, la ricetta usata dalla compagnia delle Ariette in teatro è una ricetta di semplicità. E certo di tempo. Il tempo che non è mai abbastanza, che sfugge nella frenesia del quotidiano, e che invece qui è riassaporato, trattenuto. Maurizio Ferraresi ci faceva notare come ci sono tempi di scena e tempi della cucina, tempi che possono andare in contrasto ma che bisogna saper gestire e far convivere. Il mescolarsi di questi due tempi guida il ritmo dello spettacolo, che si fa cadenzato nelle corse intorno al tavolo o nel taglio delle tagliatelle, dove lo scandito battere del coltello viene rielaborato e ripetuto dall’impianto audio. In altri momenti il tempo invece si dilata, come nell’esibizione da improbabile giocoliere in cui Ferraresi si destreggia con delle uova. Queste vengono passate al volo al pubblico, e, come tanti presenti, ho sperato non accadesse a me, diffidando della mia poco sicura presa. Maurizio chiede poi di rilanciare le uova facendo centro dentro il suo cappello: inutile commentare come il tutto si sia risolto in tragedia. Mentre girano attorno al tavolo, seguendo il ritmo dei gesti che guidano i preparativi per la cena, animano i personaggi protagonisti dei racconti: il mugnaio con la sua nuova macina elettrica, il clown davanti al plotone di esecuzione, i protagonisti delle ballate, Lucy Jordan e la prostituta di Minneapolis cantata da Tom Waits. Così, attorno al tavolo, le Ariette ci fanno percepire il teatro come casa, dove passare il tempo senza doverlo continuamente inseguire, dove trovare nei commensali che ci stanno accanto un attimo di scambio, di dialogo, trasformando il teatro in un posto ritrovato, caldo, accogliente. Matteo Boriassi La conversazione è informale e confidenziale; la sensazione è quella di stare in una cucina intima e privata dove, mentre si sgusciano noci, ci si racconta. Si parla di viaggi, di aerei, della paura di volare, dell’escamotage della lettura che insegna a reagire. Girano galline, volano uova, si sentono risate: il pubblico partecipa, vive assieme ai personaggi che si susseguono in scena. Riecheggia una morale che tarda ad arrivare e che, allora, si adorna di piccole sentenze nel corso dei dialoghi: ridere è libertà; non dimenticare la capacità di afferrare qualcosa nella sua completezza in un mondo in cui vige la specializzazione; il ritorno alle piccole cose e la memoria delle tradizioni che furono. Ma l’epilogo si avviluppa e si snoda attorno a un’unica domanda: è possibile un teatro “senza trucco e parrucco”, senza quell’artificio che lo rende diverso dalla vita reale? Alle Ariette, dove di giorno «si vede il cielo» luminoso e sereno e, di notte, la volta nera, la luna e le stelle, sì. È possibile. È un teatro della quotidianità che comincia dal campo, prosegue col raccolto e viene servito a tavola, dolce e dorata «prigione delle tagliatelle». È un teatro che nasce da Teatro da mangiare? (2000). Dopo quasi vent’anni, resta il tavolo come inattesa scenografia che ricalca la forma di un campo; non manca il cibo, da cui il Teatro da mangiare aveva inizio, ma che, in questo nuovo spettacolo, è solo la finale “ciliegina” sulla torta. Il primo trovava la sua essenza nell’atto del mangiare insieme; ora, da attorno a un tavolo, il pubblico può avvicinarsi solo a fine spettacolo, riscoprendo il senso di comunità nella preparazione e nella condivisione, prima della cena e poi con gli amici, tra una forchettata e un bicchiere di buon vino. Pamela Valerio]]>

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