altrevelocita-logo-nero
(foto dalla pagina dell'occupazione Κατάληψη Ολυμπια- Συντονισμός Εργαζομένων και Σπουδαστών στο χώρο του χορού)
(foto dalla pagina dell'occupazione Κατάληψη Ολυμπια- Συντονισμός Εργαζομένων και Σπουδαστών στο χώρο του χορού)

Atene, come nasce un’occupazione? Marco D’Agostin racconta il Teatro Olympia

di Agnese Doria

A fine aprile siamo andati al Teatro Laura Betti per vedere l’ultimo lavoro di Sotterraneo (potete trovare qui la recensione de L’Angelo della storia). In quell’occasione, all’uscita da teatro, abbiamo incontrato il coreografo e performer Marco D’Agostin che ci ha raccontato cosa gli era successo qualche tempo prima portando Best Regards al Teatro Olympia “Maria Callas” di Atene, intercettando, fin dai giorni precedenti al suo arrivo in Grecia, movimenti, fermenti e occupazioni in atto nei teatri della capitale ellenica.

È da febbraio, infatti, che in tutto il paese il mondo degli studenti delle accademie e delle scuole teatrali sta protestando contro un decreto legge passato dal governo a dicembre: la misura in pratica equipara i diplomi in arti performative con i titoli di studio di scuola superiore. Ciò implica significative ripercussioni in termini di salari, garanzie sociali e altri diritti. Per questo, si sono verificati scioperi e oltre venti teatri sono stati occupati. Fra questi, anche il Teatro Olympia di Atene, che ha deciso di mobilitarsi proprio in seguito alla messa in scena di Best Regards.

Marco D’Agostin: Durante il lungo viaggio in auto di avvicinamento alla Grecia sono stato contattato su Instagram da alcune ragazze che stavano prendendo parte alle proteste che nascevano in risposta a una riforma estremamente peggiorativa del sistema di educazione e formazione alle arti. Le Accademie di danza e teatro e i Conservatori si stavano mobilitando già da qualche settimana, con occupazioni e altre azioni. Nel dar conto delle loro istanze mi avvisavano che probabilmente ci sarebbe stato del fermento al Teatro Olympia la sera del mio spettacolo (24 febbraio, ndr).

In Best Regards, verso la fine dello spettacolo, arriva una lettera indirizzata al pubblico e scritta da Chiara Bersani. Io non leggo mai la lettera prima dello spettacolo, ma nei giorni precedenti la replica consegno a Chiara suggestioni e informazioni sul contesto e il luogo in cui sto per andare in scena.

È una lettera sempre diversa di replica in replica e il cui contenuto cambia dunque in relazione alla città, ai ricordi che Chiara ha di quel luogo o alle immagini che le ho riferito.

Nel dialogare con Chiara sul possibile contenuto della lettera per Atene, abbiamo pensato di provare a farci da tramite di quelle voci che ci stavano raggiungendo.

In quei giorni i ragazzi e le ragazze che animavano le proteste hanno continuato a scrivermi, chiedendomi di poter leggere prima o dopo lo spettacolo un documento in cui spiegavano le proprie ragioni. Io ho risposto che avrei destinato loro uno specifico momento dello spettacolo.

Interessante come gli studenti e le studentesse si siano mossi relativamente in tempi brevi per rispondere a quello che hanno sentito come un chiaro attacco al sistema di formazione ed educazione alle arti. Non tanto al sistema spettacolo ma all’educazione. Non mi pare, dalle tue parole, che si sia trattato di un movimento di artisti ma piuttosto di studenti e studentesse. Ma tornando a quella sera, cos’ha scatenato dunque la lettura del messaggio di Chiara? Quando hai aperto anche tu per la prima volta quel suo scritto, quali sono state le tue sensazioni, cosa ha “vibrato” in quel momento?

M. D’A: Best Regards vive di un’intensa prossimità con spettatrici e spettatori, che ho bisogno di guardare negli occhi; ci sono dei tempi di azione e reazione che misuro direttamente nel mio dialogo con il pubblico in sala. Ero molto spaventato dal Teatro Olympia che ha una sala molto grande – di solito ospita l’opera lirica – e una buca per l’orchestra che mi allontanava molto dal pubblico, rendendo faticoso intravedere i volti e sondare le reazioni dei presenti. Per tutta la parte centrale dello spettacolo la mia percezione dell’ambiente poteva contare solo sull’ascolto dei suoni di risate che mi sembravano provenire da voci molto giovani. La sera precedente ero seduto nella platea dello stesso teatro per assistere ad un altro spettacolo e avevo invece notato che il pubblico era mediamente molto adulto. Ho quindi subito pensato che in sala potevano esserci alcune delle giovani persone che mi avevano scritto nei giorni precedenti.

Il momento dello spettacolo in cui leggo la lettera di Chiara è per me un ritorno alla realtà: è la prima volta che mi fermo dopo molto movimento, il mio corpo si ricopre di sudore, inizia a raffreddarsi, riprendo fiato e ritorno nel tempo dello spettatore, i battiti del mio cuore si risincronizzano con quelli degli spettatori. Quella sera, quando si sono accese le luci in sala ed è arrivata la lettera, ho avuto la conferma delle mie sensazioni: la platea era gremita di giovani.

Durante la lettura ho percepito chiaramente un crescente senso di emozione e sospensione dalla platea, sentivo che le parole di Chiara stavano riuscendo ad afferrare quel momento. La tensione e la qualità del silenzio mi sembravano quasi “sospette”. Ho avuto la netta sensazione che quelle parole stessero davvero parlando alle persone che mi stavano di fronte.

(foto di Roberta Segata)

Chiara è chiamata ogni volta a una scommessa, a un esercizio di preveggenza, prova a indovinare qualcosa del pubblico presente in sala, ma non è sempre detto che il pubblico si riconosca nelle parole che sente leggere da me.

Al Teatro Olympia mi rendevo conto che Chiara stava parlando proprio a loro, aveva capito da lontano chi erano quelle persone, le sue parole erano davvero indirizzate ai presenti e capaci di rispondere a una loro richiesta d’aiuto.

Alla fine della lettura c’è stata una deflagrazione.

Da un lato inattesa, dall’altro forse un modo possibile per sciogliere quel silenzio così teso. C’è stato un applauso con delle urla, alcuni si sono alzati, altri hanno alzato i pugni, stava accadendo una cosa al di là dell’eccezionale, che io stesso non afferravo. Alcune persone del pubblico si guardavano attorno, senza forse capire del tutto, anche perché la lettera di Chiara non parlava direttamente agli studenti e alle studentesse, semplicemente chiedeva alle persone di riappropriarsi del proprio spazio e del proprio tempo e dichiarava che io ero disposto a farmi da parte per concedere loro di prendersi quello spazio.

Alla fine dello spettacolo, mentre io ero già in camerino, una persona si è alzata prima che la gente uscisse dalla sala, ha letto un testo e ha annunciato l’inizio di un’occupazione pacifica del teatro.

Solo in quel momento ho capito che gli studenti e le studentesse avevano pianificato da tempo quell’azione, e che durante la lettera di Chiara avevano avuto occasione di farsi forza, di superare il timore di agire.

Quali sono state le tue riflessioni su questa mobilitazione greca nel suo farsi comunità, nella possibilità di avanzare collettivamente delle istanze, nel desiderio di lottare per proteggere ciò in cui si crede quando si parla di formazione in campo artistico?

M. D’A: Era chiaro che il movimento era prevalentemente composto da studenti e studentesse e non tanto da artisti professionisti. Le proteste si erano formate velocemente, in risposta a una serie di avvenimenti: non era dunque la sintesi di anni di altre lotte e altre questioni. In un certo senso quel movimento non aveva ancora una storia, stava nascendo, e questo mi è sembrato un elemento di forza. Persone che non si erano mai organizzate assieme hanno saputo riconoscere immediatamente una minaccia e hanno agito con velocità.

In Italia, oggi, per cosa occuperemmo parlando d’arte, di teatro e di formazione alle arti?

M. D’A: È una questione complessa. Io credo che in Italia oggi non occuperemmo, ma questo ha naturalmente a che vedere con la percezione e il valore che attribuiamo all’arte come cittadine e cittadini interessati, e forse anche alla percezione e al valore che vengono attribuiti dall’esterno, da chi non è interessato né coinvolto.

Credo però che la questione sia ancora più ampia e che abbia a che vedere con una certa indolenza collettiva, con un senso diffuso di disillusione. In fondo in questi primi mesi del nuovo governo avremmo avuto moltissime ragioni per organizzare mobilitazioni su ampia scala, ma non è accaduto.

Rispetto all’ambiente del teatro, io mi interrogherei per esempio sul Teatro di Roma e sul suo destino, che ci riguarda tutti come cittadini prima ancora che come artisti e spettatori.

L'autore

  • Agnese Doria

    Classe 78, veneta di nascita e bolognese d’adozione, si laurea in lettere e filosofia al Dams Teatro e per alcuni anni insegna nelle scuole d'infanzia di Bologna e provincia e lavora a Milano nella redazione di Ubulibri diretta da Franco Quadri. Dal 2007 è giornalista iscritta all’ordine dell’Emilia-Romagna. Ha collaborato con La Repubblica Bologna e l’Unità Emilia-Romagna scrivendo di teatro e con radio Città del Capo.

Condividi questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

articoli recenti

questo articolo è di

Iscriviti alla nostra newsletter

Inviamo una mail al mese con una selezione di contenuti editoriali sul mondo del teatro, curati da Altre Velocità.