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Antigone di Civica. Nel vicolo cieco della democrazia
di Giuseppe Di Lorenzo pubblicato in Recensioni il 17 Gennaio 2020 0 commenti 10 minuti di lettura
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L’Antigone di Massimiliano Civica mi ha suscitato diverse domande:

  • Si può essere filologici senza passare attraverso la rigidità storica?
  • Si può amare uno spettacolo che non entusiasma?
  • Se lascio lo spettatore decidere sulla chiave di lettura, non mi sto nascondendo dalla possibilità di prendere posizione?

Lo ammetto, il mio primo incontro con il nuovo spettacolo di Civica non è stato dei migliori. Già prima che entrassero i cinque attori in fila mi ero fatto un’idea piuttosto precisa di come sarebbe dovuto essere l’Antigone, almeno in base ai precedenti spettacoli del regista: umorismo surreale, intimismo poeticamente imbarazzante, semplicità che nasconde un’irragionevole quantità di riflessioni e lavoro… insomma, il solito Civica. E pur possedendo in ordine sparso tutti questi elementi, era come se lo spettacolo non volesse partire, e gira che ti rigira nel blocchetto di accensione, con quel rumore di motore che proprio non vuole saperne sebbene la batteria sia nuova di zecca (in questa mia orrenda metafora il blocchetto è la regia, la chiave sottintesa che gira a vuoto è quella di lettura e la batteria sono i bravissimi attori in scena). Però quei personaggi, quelle parole, quelle storie mi erano rimaste così impresse che, se non fossi tornato a vederlo, sapevo che me lo sarei sognato per un’altra settimana questo Antigone. E così, un po’ irrequieto, mi sono ritrovato di nuovo a teatro, stavolta senza un’idea di spettacolo, semplicemente predisposto ad ascoltare invece che capire. E così ho capito.

Lo zen e l’arte della manutenzione del blocchetto di accensione

Lo avrete sentito dire mille volte: Nietzsche non era un filosofo, era un filologo. La verità è che Nietzsche è stato tante di quelle cose che categorizzarlo serve solo ad aiutarci nell’indicizzazione della pagina su Wikipedia, ma questa curiosa specifica sul filosofo tedesco viene spesso fatta per esaltarne la capacità di ricostruire il pensiero ellenico, di cui si dimostrò un famelico studioso fin dagli anni di Pforta. Il filologo non è un semplice conoscitore dei documenti antichi, bensì ne è il decifratore, e l’approccio di Nietzsche era talmente erudito e approfondito da risultare inaspettatamente anti-accademico, perché rilevava le falle di un sistema difettato da dogmi e vecchi pregiudizi.

Quando a teatro ci troviamo di fronte a opere che rielaborano il classico cercando di donargli una grammatica più contemporanea (sia nel lessico che nella regia), difficilmente ci troviamo di fronte a una presa di posizione contro l’idea popolare che si ha di tale opera. Civica si prende questa responsabilità e lo fa con cognizione di causa, elaborando uno spettacolo filologico che si fa beffe dei dogmi che lo tarlavano. Perfino Wikipedia lo dice: «L’Antigone è stata spesso vista, in tempi moderni, come una metafora dei diritti del singolo contro gli Stati totalitari», e così viene stoicamente rappresentata anche nelle sue rielaborazioni più spavalde. Civica invece riesuma lo spirito civile del teatro greco, rileva nelle parole di Sofocle un fine più alto che quello di narrare una storia morale quanto invece formare una morale civile. Già nei costumi di Daniela Salernitano scaturisce una drammaturgia precisa, anche se a primo acchito ambigua: Creonte e i suoi sono vestiti da partigiani, le donne in borghese stile anni ’40 e Polinice, presente fuori-scena come un fantoccio disteso a terra, è rivestito di tutto punto da gendarme fascista. Questa iconografia così immediata però non è un modo di segnalare una chiave di lettura politica, bensì di demistificarla tramite l’oggettività della storia. In quest’ottica infatti il pubblico viene chiamato in causa dallo sguardo degli attori non in quanto pubblico ma in quanto civis, responsabilizzandolo invece che moralizzandolo a colpi di teatro.

La traduzione del testo è desaturata dagli inutili arcaismi che fanno tanto “antica Grecia” e si avvale perfino di declinazioni dialettali, ed è qui che la filologia si discosta in modo irreversibile dalla rigidità accademica: non c’è rielaborazione o aggiunta di alcun tipo, ma si lascia che l’asciuttezza e la rigidità del testo compiano la loro funzione pedagogica da sé. La filologia non risparmia nemmeno lo spazio scenico, impostato con le astrazioni tipiche del teatro greco (il palazzo di fronte a noi, la città a destra e la campagna a sinistra), il tutto senza essere criptico o astruso per lo spettatore invitato a individuare questi aspetti deducendoli dalla semplice e chiarissima prossemica. È vero, Civica presume uno spettatore che sia filologo dello spettacolo, che indaghi il luogo, le parole, i gesti, i costumi e le luci sapendo che alla fine dovrà giudicare questi personaggi e affidargli “la propria città”. Questo metodo deduttivo si evidenzia nel meccanismo di sepoltura di Polinice: alcuni personaggi prima di entrare nel quadrato scenico interagiscono con il corpo del morto con un semplice gesto che lo copre o lo disvela alla luce del giorno, suggerendoci l’atto non di una, ma di ben due sepolture del cadavere. Il pubblico diventa così consapevole che Ismene (Monica Demuru, che recita anche le parti di Euridice e Tiresia) ha posto della terra sul corpo di suo padre prima della sorella. Secondo questa prospettiva suggerita dalla regia, il celebre gesto di Antigone (Monica Piseddu) di salvarla dall’ira di Creonte (Oscar De Summa) prendendosi la responsabilità del gesto inviso al nuovo governatore, non assume la classica forma del martirio che la metafora accademica vorrebbe, e getta delle ombre sulle motivazioni della principessa. Sul filo di queste ambiguità lo spettacolo demistifica i suoi personaggi e ne ridimensiona i rispettivi ruoli, consegnandoci più che delle metafore degli umani imperfetti.

Una batteria di suoni

Gli attori entrano in scena in fila che il teatro è ancora tutto illuminato, si siedono su un panca posta frontalmente a noi, si spengono le luci e cala un buio assoluto. Emergono dall’abisso voci gutturali di guerra e conflitto, poi un terribile verso afono anticipa l’urlo disperato di una donna. Con questa introduzione “kubrickiana” si apre Antigone: da qui in poi sarà un constante andirivieni di attori dentro il quadrato di luce che rappresenta il cuore della città, il luogo dove ci si incontra per prendere le decisioni e per governare. L’introduzione cerca chiaramente di confinare la storia entro una forma di ciclicità ineluttabile, perché di tragedia si parla e non di melodramma, e fin dai primi attimi si vuole adombrare gli eventi che seguiranno con questa oscura profezia sonora.

Nel teatro di Sofocle gli attori erano tre; Civica si avvale invece di cinque interpreti, aggiungendo due attrici per le parti femminili, e non è una questione di filologia ovviamente, quanto di traduzione secondo canoni che oggi sono più leggibili. Il flusso costante di parole che ritma lo spettacolo suona quasi frettoloso anche se distante emotivamente, in questo suo tiepido crepitare diventano essenziali le sfumature che avvampano di tanto in tanto. La guardia (Francesco Rotelli, interprete anche di Emone) si esprime in un romano comico, ricordando i personaggi di Aldo Fabrizi con il loro tono roco e colorato; Emone invece è altezzoso come il padre, ma la paura della morte evade dal tremore della voce. Tiresia si esprime come chi parla raramente, con voce profonda ma calibrata, ed Euridice, nella sua regale compostezza, contiene le emozioni in un tono nervosamente neutro. Il coro (Marcello Sambati) lega le diverse scene declamando con chiarezza e calore: è sua la voce della ragione, ma non per questo è meno timoroso del destino. Questa batteria di suoni caratterizza anche lo scontro tra Creonte e Antigone: Creonte parla in modo autorevole ma quasi caricaturale, per poi scoppiare in risate isteriche e farsesche; Antigone dal canto suo è rigida e composta, sogghigna di nascosto e quasi non riesce a contenere la gioia di immolarsi e diventare simile a una dea.

Da un punto di vista politico si può dire che Antigone rappresenta la tradizione mentre Creonte l’innovazione e il progressismo, ma i loro caratteri sono gonfi di contraddizioni: Antigone non avrebbe corso questo pericolo per un marito o un figlio, dato che ne avrebbe potuti avere altri, e vive la tradizione familiare come un dogma divino, mentre Creonte asserisce che farebbe giustiziare perfino sua madre se non rispettasse la legge. La visceralità con cui i due vivono il proprio ruolo appare progressivamente sempre più stolta ed egoista, deflagrando in uno scontro senza soluzione che s’acquieta solo con la morte di Antigone, Emone ed Euridice. Giunti a questo punto, secondo il coro Creonte è pronto per governare, ora che ha conosciuto le orribili cause dell’orgoglio e della testardaggine. Lo spettacolo si chiude con il re di Tebe chiamato per arringare ancora una volta la sua civis, ma quello che ci offre è un discorso afono e gutturale, giacché le azioni hanno reso superflua ogni parola. È uno spettacolo per cui è volutamente difficile entusiasmarsi, perché scorre costante e forte come un fiume in piena, prendendosi il rischio che le parole scivolino via, lasciando uno spazio vuoto dove ci aspetteremmo una presa di posizione chiara e irreversibile.

Ma allora lo chiamo o no il meccanico?

Il fatto è che il motore era già bello che partito prima ancora che mi fossi seduto al mio posto. Antigone comincia dalla traduzione e non finisce con la fine dello spettacolo, ma si protende oltre cercando di contaminare la nostra percezione dell’opera di Sofocle. La regia è zeppa di riferimenti impossibili da intercettare per un pubblico generalista, ma questi sono talmente ben calibrati da essere fonte di riflessione e non di costante frustrazione. L’unica cosa che può lasciare perplessi è la chiave di lettura, che proprio non ne vuole sapere di entrare nel blocchetto. La macchina, insomma, va da sé.

L’impegno di Civica è quello di estirpare le radici politiche che hanno imprigionato l’impegno civile dell’Antigone, e per farlo non sembra disposto a compromessi. Al pubblico è richiesta una buona dose di attenzione e di voglia di approfondire, e se disattento, si troverà spesso a intraprendere una strada a fondo cieco. L’unico modo che resta per interpretare questo spettacolo è proprio come una lezione di vita civile, sulla scia delle origini del teatro Greco: siamo chiamati a giudicare Creonte e Antigone senza il filtro di una regia che demonizza l’uno per far risplendere l’altro. Non ci sono martiri né tiranni in questa storia, bensì amore e fratellanza, comunione e orgoglio, ego e odio, risentimenti e repressioni; c’è un’umanità che si crogiola nel cercare il modo giusto per vivere in armonia, perfino tra i corpi dilaniati ancora caldi di una guerra. Più che essere Civica a nascondersi dietro l’approccio filologico, c’è lo spettatore che deve prendersi la responsabilità di scegliere e quindi ottenere un cambiamento che, imprevedibilmente, può portare alla tragedia. Ma è in questo modo che si cresce come società, prendendo collettivamente coscienza degli errori del passato e delle sue virtù per compiere delle scelte più ponderate e meno egoistiche. Un messaggio chiaro e piuttosto politico, dopo tutto.

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