altrevelocita-logo-nero

Angelka e la Jugoslavia che non c'è più. A proposito di "Diario di una casalinga serba"

di Altre Velocità

Diario di una casalinga serba con cui ha vinto, nel 2014, il Premio Giovani realtà del teatro come miglior monologo. Lo spettacolo è stato messo in scena al Teatro delle Moline di Bologna dal 26 al 28 gennaio con la regia di Fiona Sansone ed è prodotto da CSS Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia. Un monologo che si fa voce di una generazione, quella a cavallo tra gli anni 60’ e 90’, che ha visto decadere un paese davanti ai propri occhi. È proprio questo che si chiede Angelka ripercorrendo, dall’infanzia all’età adulta, la sua vita: «Come si può distruggere un paese così bello?», riferendosi alla sua cara Jugoslavia. È quello che forse ci chiediamo anche noi, tutti i giorni pensando alla nostra Italia. Per questo, Diario di una casalinga serba, liberamente tratto dal romanzo di Mirjiana Bobic Mojsilovic, risulta così diretto, perché tutti, ogni tanto, ci fermiamo nelle nostre case a pensare a un passato che ci rassicura e a un presente che ci sembra così difficile. Sul piccolo palcoscenico del Teatro delle Moline tre cassettine in legno sono disposte orizzontalmente a triangolo. Entra una donna, bionda, con una vestaglia azzurra e la classica aria da casalinga disperata, spettinata, trasandata ed esausta. Si siede dentro una cassettina e accende uno di quei vecchi registratori a nastro che fanno tanto anni ’90. Si sente la sua voce; sembra dire a qualcuno qualcosa di personale … «Ti ricordi..?» ma poi parte una canzone popolare (Maljički degli Idoli, un gruppo musicale serbo) e Angelka si alza, inebriata da quel ricordo felice. Si alza e comincia a interpretare se stessa nelle sua evoluzione da bimba a donna. Si toglie la vestaglia, rimanendo con un leggiadro vestitino a fiori, si fa una coda di cavallo, si mette al collo un fazzoletto rosso e indossa delle ballerine. [caption id="attachment_1613" align="alignnone" width="850"] Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2015[/caption] Grazie anche alle luci, bianche, semplici ma di grande effetto, davanti a noi sembra esserci davvero una bambina spensierata. Angelka è a scuola e la maestra le insegna che la Jugoslavia ha tutto, che il grande compagno Tito è da amare e rispettare; il grande Tito la fa alzare in piedi e le fa salutare insieme ai suoi compagni (saluto socialista: pugno alzato), una figura che è stata sia quella di un dittatore che quella di un uomo in grado di raccogliere consenso pubblico e di unificare un paese distrutto dalla guerra, sotto un’unica nazione Jugoslava. Angelka adesso è una ragazza, con i capelli sciolti al vento, un foulard a coprirle il collo e un paio di tacchi vintage, è piena di sogni e aspirazioni, sembra essere una ragazza ambiziosa che vuole lasciare il segno. Balla sulle note di Čokolada, sempre degli Idoli, e ci racconta di quanto la Jugoslavia in quegli anni la facesse sentire sempre in vacanza. Davanti agli occhi, una cartolina un po’ ingiallita degli anni 70 nella Jugoslavia Socialista: capelli cotonati, la tv a colori, la classe operaia, il turismo, le ferie pagate e i salari che ti permettono di arrivare a fine mese. Angelka è fiera di essere una donna Jugoslava, e questo ce lo trasmette con ogni movimento e parola ma tutto sta per cambiare. Indossa la vestaglia, prende un giornale da una cassettina di legno e parla in serbo-croato, poi in Italiano: Belgrado, il compagno Tito è morto; in che mani cadrà adesso il paese? E la sua generazione ? Si sentono tutti orfani, senza più speranza, senza più un padre, il padre Tito. Dopo aver lanciato, con disperazione, vari quotidiani Angelka si ferma e prende un altro giornale: Slobodan Milošević promette di salvare la Serbia… L’avvento di Milošević portò una nuova e forte ondata di Nazionalismo Serbo sostenuta in primis dallo stesso presidente, che più volte pubblicamente dichiarò la necessità di riorganizzare la vecchia Jugoslavia multietnica (nella quale non erano mancati episodi di discriminazione verso la Serbia) sotto un’unica repubblica serba, infrangendo così definitivamente la politica decentralizzata di Tito. Questa sua volontà inevitabilmente creò una spaccatura all’interno del paese, nacquero degli scontri e la popolazione dovette decidere da che parte stare. È così che Angelka si rende conto che ormai non ha più l’età per sognare e per lottare, capisce che l’unico modo per vivere una vita dignitosa è arrendersi a tutto ciò che non voleva e soprattutto in cui non credeva. Deve diventare Serba, deve amare la Serbia, sposare un serbo e dimenticarsi di uno stato che ormai non esiste più, la Jugoslavia. È stupefacente con quanta abilità Ksenija Martinovic riesca a trasmetterci realmente il decorso del tempo non uscendo mai di scena, ma semplicemente cambiando acconciatura e qualche dettaglio nell’abbigliamento. E così di nuovo, si trasforma in donna adulta, con una gonna a tubino, un maglioncino bordeaux e un paio di occhiali da vista. Ripensa alla sua vita, a com’è cambiata e con grande nostalgia ricorda i sogni che aveva nella Jugoslavia di Tito trasformatisi in fantasmi nella Serbia di Milošević. Angelka è una donna che, trovatasi nel mezzo di un cambiamento epocale e politico e non ha saputo fare le scelte giuste. Aveva un’ideale che ha svenduto con poca fatica ma tanto rammarico per poter vivere in modo pacifico. E non si può neanche biasimarla. Come si può essere padroni delle proprie scelte quando da un giorno a un altro qualcuno, al tuo posto, decide che non sei più jugoslavo ma serbo? Un atto che oltre a minare la tua identità culturale destabilizza la tua persona, perché in fondo cosa siamo senza le nostre radici? Diario di una casalinga serba è uno spettacolo che inevitabilmente ti fa alzare con delle domande e forse anche delle consapevolezze su quanto sia facile vedere i propri sogni farsi in mille pezzi e capire che alla fine la nostra vita dipende così poco dalle nostre scelte personali. Noi viviamo nell’era della precarietà ma con almeno la certezza che i confini sono tracciati, oggi siamo italiani e domani anche e questa sicurezza contribuisce a creare la nostra identità personale, legata soprattutto al territorio nel quale siamo cresciuti. Ci fa sentire parte di qualcosa e liberi di poter intraprendere il nostro percorso personale senza la paura che un giorno le nostre tradizioni e certezze possano essere spazzate via dall’idea nazionalista di qualcun altro. Per la mia generazione, che non ha vissuto con queste paure, ma che vive nell’eco degli orrori nazionalisti del 900, è assurdo pensare che le scelte e i piani politici di un singolo uomo possano mettere a repentaglio, oltre alla tua sicurezza, la tua identità. Angelka è entrata in scena raccontandoci la sua storia e seguendo la linearità di un racconto ci ha messo davanti la disperazione della guerra e tutto quello che comporta nei suoi gesti più semplici e quotidiani.

Natascha Scannapieco

 ]]>

L'autore

Condividi questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

articoli recenti

questo articolo è di

Iscriviti alla nostra newsletter

Inviamo una mail al mese con una selezione di contenuti editoriali sul mondo del teatro, curati da Altre Velocità.