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Al centro della periferia, danzare sul ring. Plastforma, Belarus e altri teatri di Minsk

di Francesco Brusa

Minsk è una città di due milioni di abitanti ma si ha l’impressione che tutto sia a portata di mano. Vuoi perché un l’isolazionismo a livello esterno la rende più collegata e omogenea all’interno. Vuoi perché in un ambiente come quello del teatro indipendente, che qua non gode di forte riconoscimento e grandi possibilità, stringere e coltivare rapporti diventa essenziale e rende pertanto facile, a un visitatore occasionale, provare a ripercorrerne il filo. Dal 10 al 16 febbraio è andata in scena la terza edizione di PlaStforma, festival di “teatro plastico sperimentale”. Un rassegna ricca di proposte, non solo a livello nazionale, che oltre agli spettacoli prevedeva anche incontri e discussioni aperte. Le abbiamo attraversate, cercando di rilevare specificità estetiche e tensioni organizzative, osservando incuriositi anche un pubblico variegato e, nonostante tutto, numeroso. Da lì abbiamo visitato la “casa” del Belarus Free Theater che, per una coincidenza dal forte sapore simbolico, riproponeva Being Harold Pinter, in un certo senso punto di non ritorno della compagnia. Infine, abbiamo incontrato in modo estemporaneo diversi rappresentanti della scena teatrale, ponendo questioni e ascoltando racconti. Nel tentativo di annusare un po’ di “qualità dell’aria” in Bielorussia, altra provincia di un’altra Europa.

Nella periferia di Minsk, fra squadrate krushovke che malcelano un diffuso subbuglio degli animi, il Belarus Free Theater continua a fare quello che ha sempre fatto. Soltanto un rettangolo bianco, ricavato nel piccolo salone di una villetta, a delimitare ciò che è teatro da ciò che non lo è (o non dovrebbe esserlo). Fuori, una moltitudine di volti, soprattutto giovani, che paiono avvezzi alla situazione ma desiderosi comunque di farvi parte. Dentro, una sorta di tempesta elettrica che, semplice ma feroce, sembra abbattersi ben al di là delle quattro mura che la contengono. Non è certo un teatro che chiede permesso, quello del Free Theater, perché sa di non averne facoltà. Non è certo un teatro che si insinua lieve, per poi dare la scoccata decisiva, poiché gli manca il tempo. Come un pugile allo stremo, sputa sangue e colpisce in tutte le direzioni, mentre l’avversario è ovunque. Mentre l’avversario, in fondo, siamo anche noi.
A qualche fermata di metro, fra uno scampolo quasi irreale di città vecchia e l’immensità assordante delle prospettive, il regime di Lukashenko continua a fare quello che ha sempre fatto. Il Free Theater, ormai smembrato, è sempre irregolare e costretto a esibirsi in luoghi non convenzionali. Uno spettacolo a settimana, tra vecchie repliche e nuove proposte. Per assistervi, occorrono un contatto e una parola d’ordine. Stabilito il punto di ritrovo, un membro della compagnia controlla che non ci siano problemi e “scorta” gli spettatori, in un clima non certo teso ma che dà comunque da pensare. Capita che le performance vengano interrotte dalla polizia, ci dicono gli attori, capita che la partecipazione a festival nazionali, in primo luogo richiesta, venga improvvisamente sospesa per motivi che non è dato sapere. Ma, nonostante la semiclandestinità forzata, alcuni timidi spazi d’azione si aprono: la compagnia gestisce anche dei corsi per i giovanissimi che si affacciano al teatro. Non c’è altra parola che quella di un’ostinata coerenza, non c’è altra sensazione che quella di una fermezza granitica, per descrivere il Free Theater e il suo modo di porsi. Non cambia – anche se alcune abitudini perdono la loro ragion d’essere – perché non vuole (con)cedere nulla. Non arretra – anche a costo di subire – perché vuol vincere la guerra, non le battaglie.

Eppure, all’interno dello stesso ambiente teatrale bielorusso, non tutti accettano pacificamente questa attitudine “barricadera”. Esiste l’esigenza di una frontalità meno diretta, che risponda innanzitutto, e se necessario esclusivamente, a principi estetici. Perché se la guerra è certamente politica, molte battaglie si giocano sul terreno simbolico. Da questo punto di vista, PlaStforma rappresenta già una piccola vittoria. In un contesto dove le forme sono dirompenti tanto quanto il messaggio, per un festival di danza ottenere strutture capienti e una forte partecipazione di pubblico è qualcosa che riesce solo grazie a caparbietà e spirito d’iniziativa collettivi. In più, ci sentiamo di dire che la presenza di artisti nonché operatori stranieri costituisce di per sé un fatto positivo per la scena indipendente bielorussa.
Non è un festival omogeneo: diverse sono le provenienze, tante le influenze implicite ed esplicite; differenti sono poi i livelli di maturità: fra gruppi affermati da tempo, un’intera serata vede esclusivamente emergenti, operativi tra l’altro fuori dalla capitale, mentre l’ultimo appuntamento è dedicato a scuole di danze, anche dalla vicina Russia. Alcuni corpi divengono eterei, tanta è la consapevolezza che ne sostiene i movimenti, altri si ritrovano acerbi a calzare una struttura più grande di loro. Nel mezzo, un’insistente volontà di riflettere sul significato stesso della danza e sull’essere compagnia. A volte, è un processo ingenuo, che fatica a uscire dall’autoreferenzialità biografica di partenza (è il caso del Lubelski Teatr Tanca); oppure, non trova altro metodo che quello, coinvolgente ma alla lunga superficiale, dell’ironia (Arts Printing Hause). Altre volte, l’accento viene completamente spostato sullo spazio scenico, che viene saturato geometricamente (Oscar Schlemmer) o intarsiato con piccoli dettagli (Skvo’s Dance Company), come se il gesto, consapevole della propria fragilità, avesse continuo bisogno di appoggiarsi a una piattaforma che lo ecceda. Sono risposte parziali, che traggono però forza dalla loro puntualità. Se spesso si avverte la mancanza di concezioni generali, di ampio respiro, ogni spettacolo è un ritrovato stilistico, limitato ma nitido, che ha il pregio di indicare con chiarezza la tensione che lo anima.
Le proposte che riescono a bucare questa coltre sono, come il più delle volte succede, le proposte che stanno agli estremi. Il Karakuli Dance Theater (passato nel dicembre 2014 anche in Italia, ai Teatri di Vita) incanala nella giusta direzione un’energia debordante e proteiforme, che sfocia spontanea in una dimensione collettiva del movimento, senza mai perdere di vista il guizzo individuale di ciascuno dei danzatori. Al contrario, mentre i centellinati gesti si infrangono sulla superficie di un telo bianco, Irina Anufrieva (in prima nazionale) non mostra neanche il proprio corpo, in un’opacità della visione che diventa trasparenza cristallina.
È sicuramente un teatro che non teme di sporcarsi le mani o di calcare territori poco esplorati. A un occhio esterno, è un teatro che, anche per motivi storici, molto condivide con lo spettacolo e che non disdegna di farsi intrattenimento, se lo ritiene opportuno. E, forse proprio tale motivo, è un teatro che a tratti sembra mancare di una certa radicalità, attento in troppe occasioni a compiacere il pubblico e se stesso. Ma è un caleidoscopio di prospettive: questo basta e, se al coraggio di esporsi saprà seguire la capacità di crescere, avanza pure.

Korniag Theatre, una testimonianza
«In Bielorussia non “scegli” di fare teatro indipendente. Semplicemente, c’è una sola accademia teatrale, quella statale, mentre non ne esiste alcuna privata o di altro stampo. Noi abbiamo deciso di scegliere e sperimentare ciò che preferiamo mettere in scena, anche se questo significa non contare su nessuna struttura stabile né su una compagnia permanente di attori. Significa anche che ogni spettacolo fa storia a sé e rappresenta per noi un progetto totalmente nuovo. Consideriamo infatti ogni nostro lavoro qualcosa di singolare, specifico e non utilizziamo nessun processo creativo “standard” che si ripete né ci sentiamo di portare avanti alcuna “tradizione” o influenza esterna. Se c’è qualcosa che ci contraddistingue è forse l’idea che ciò che viene mostrato sul palco debba essere al contempo professionale e personale, vale a dire che l’attore non deve annullarsi in favore di un personaggio totalmente fittizio ma porta nella recitazione anche parte del suo io più intimo. Anche, fra i nostri obiettivi c’è sicuramente quello di costruire spettacoli che siano attuali. Il che, fondamentalmente, equivale a dire che sono spettacoli politici. Ma rare volte facciamo uso di testi o riferimenti diretti, tutto si sviluppa attraverso simboli e immagini per cui lo spettatore può vederci ciò che vuole. Attraverso il teatro, vogliamo solo fornire l’opportunità di pensare» Korniag Theater

Teatro come spazio della visione
«Tu dici amore, loro capiscono dittatura». Così il Korniag Theater stigmatizza un certo sguardo prevenuto sulla scena bielorussa, incontrato all’estero. Perché poi tutti, soprattutto se non coinvolti direttamente, reclamano la loro fetta di eroismo. Eppure, si fa strada il dubbio che, volendo confondere ad ogni costo il teatro con l’attivismo politico, si rischi di giocare a sfavore sia dell’uno che dell’altro. Nessuno intende chiudere gli occhi o costruirsi un recinto dorato avulso dal contesto. Semplicemente, ci si accorge di uno iato sempre più vasto tra potere e società, che l’arte può e deve abitare. Si avverte, sia da parte del pubblico che da quella delle compagnie, la ricerca di qualcosa che vada oltre gli spettacoli, la ricerca cioè di uno “spazio della visione” che renda il teatro non già rassegna di esibizioni ma fenomeno culturale. È un’impressione flebile ma diffusa, che si è tentati di estendere all’estetica in senso lato. C’è infatti tutta una vitalità segreta nel brancicare tendenze e stilemi da parte dei giovani, nell’incessante formare ondivaghe colonie di gusto che si riversano piazze, sottopassaggi e vecchie sedi dei magazzini universali. E c’è dunque tutto un necessario affanno, malinconico ma benefico, nell’irrompere della spettacolarità dentro al teatro, una spinta propulsiva che, se è giusto riassorbire, non è lecito ignorare.
Qual è allora il vero volto di Minsk? Che senso ha, 50 metri dagli uffici del Kgb, un bicchiere di vodka nella notte, mentre, attraverso le parole, si sperimenta la condivisione di un’alterità? Dove conduce questo susseguirsi inafferrabile di immagini, che sembrano sostare solo il tempo di un bagliore scomposto? Probabilmente, proprio nel volersi fissare in negativo dell’immagine. Tagliato fuori da ogni processo proveniente dall’alto, il teatro bielorusso non può che farsi vetta esso stesso e da lì, ridiscendere per mille sentieri. C’è insomma il bisogno di ricondurre a unità, di creare, in modo non per forza chiaro ma stabile, una specificità forte e una tradizione inedita, su cui costruire consapevolezza comune. E da cui ripartire a moltiplicarsi, come un prisma a rifrangere incessante, tra le squadrate krushovke di periferia e gli irreali palazzi dell’immobilità. 

Un ringraziamento particolare a Marco Residori

L'autore

  • Francesco Brusa

    Giornalista e corrispondente, scrive di teatro per Altre Velocità e segue il progetto Planetarium - Osservatorio sul teatro e le nuove generazioni. Collabora inoltre con il think tank Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, occupandosi di reportage relativi all'area est-europea.

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