altrevelocita-logo-nero

"Akropolis" al Damslab: il teatro della memoria

di Altre Velocità

«Un gruppo di prigionieri si costruisce il forno crematorio, dove alla fine dello spettacolo sparirà in corteo. Sono loro che costruiscono. È questo il terrore, la violenza, la schiavitù straordinaria, lo sterminio finale».
In un’intervista risalente al 1992 il regista polacco Jerzy Grotowski riassume così il senso di Akropolis, spettacolo sulla disumanità della Shoah da lui diretto nel 1962 e tratto dall’omonimo testo di Stanisław Wyspianski (1902). In occasione della Giornata della Memoria, nel teatro del Damslab è stata proiettata la versione restaurata e sottotitolata di Akropolis del 1967. La visione è stata anticipata dagli interventi del responsabile scientifico del Centro Universitario La Soffitta, Gerardo Guccini, e del prof. Marco De Marinis, insieme al contributo del prof. Dariusz Kosiński, studioso di teatro polacco e membro del comitato per l’edizione dei testi di Grotowski in lingua originale.
Guccini ha spiegato in apertura della serata il contesto storico e culturale all’interno del quale si muove Akropolis: Grotowski conserva il testo di Wyspianski, dunque la messa in scena di episodi dell’Antico Testamento e del mito classico, ma ne stravolge completamente l’ambientazione. Egli adotta il lager con i deportati come teatro della vicenda e non più la cattedrale di Cracovia (come in Wyspianski), in cui statue e figure di arazzi prendono vita.
Durante il suo intervento Marco de Marinis ha chiarito il ruolo di Akropolis nella storiografia teatrale del Novecento. Lo spettacolo si iscrive nel filone teatrale che rivisita i classici polacchi, ma soprattutto mette alla prova la ricerca di Grotowski con la realtà della Shoah. Fondando il Teatr Laboratorium nel 1959, il drammaturgo portò avanti l’idea di teatro povero, ovvero la riscoperta di ciò che fa grande il teatro e che lo distingue dagli altri linguaggi: la sola forte presenza dell’attore sulla scena. L’importanza di Akropolis, come ha ricordato De Marinis, è stata offuscata negli anni dai grotowskiani Il principe Costante (1965) e Apocalypsis cum figuris (1968). Il motivo sta nel fatto che il primo decretò l’enorme successo dell’unico attore in scena Ryszard Cieślak, e il secondo, ultimo spettacolo del regista, rappresentò il suo congedo dal teatro. Nonostante questo, Akropolis stupisce sempre perché mette in scena al contempo realtà e sogno. La prima è quella dell’inferno nazista, e il secondo è ciò che rimane delle antiche tradizioni della civiltà europea. La realtà del lager si pone come luogo di “giudizio” di questi nostri valori, così nella scena finale dello spettacolo i detenuti vanno da soli a morire nel forno crematorio ma non abbandonano il “sogno della cultura”, in questo caso il ricordo della Resurrezione di Cristo.
Akropolis, come spiegato da Kosiński, mette in luce lo straordinario lavoro gestuale e vocalico degli attori. Questi, sottoposti a continui esercizi muscolari, interpretano perfettamente veri e propri relitti umani spossessati di tutte le qualità, riuscendo ad andare oltre la loro condizione di attore e di personaggio. Particolarmente inquietante il campionario di smorfie facciali e cambiamenti della voce esibito da Zygmunt Molik, nel ruolo di Priamo. Tra le scene maggiormente menzionate, una delle più agghiaccianti e rappresentative della disperata condizione di questi uomini è quella della lotta di Giacobbe con l’angelo, in cui uno dei prigionieri inginocchiato tiene sul dorso una carriola, su cui l’altro sta disteso a testa in giù.

Grotowski rifiuta nettamente l’idea che Auschwitz sia un’esperienza sui generis e chiusa nella sua eccezionalità. Egli la considera il “punto zero” della civiltà, ma riconduce il tutto alla nostra mente, in cui convivono perfettamente paradiso e inferno. Da studente posso dire di aver vissuto un’esperienza forte guardando Akropolis: tralasciando le ottime osservazioni e i puntuali approfondimenti emersi durante la serata, la visione dello spettacolo è stata una pugnalata al cuore. La sensazione, nonostante la messa in scena risalga a più di cinquant’anni fa, è quella di un’attuale impotenza di fronte a esseri umani al limite estremo delle forze fisiche e mentali, ma anche di speranza perché troviamo nelle nostre radici culturali sempre un’ancora di salvataggio. Giornate come questa ci aiutano a prendere maggiore coscienza e a comprendere il significato autentico del dramma della Shoah. L’arte ci può venire incontro quando ci sembra che la storia non dica abbastanza. Il pericolo è sempre dietro l’angolo, come ha ricordato Liliana Segre nel suo recente discorso al Parlamento europeo:
«Antisemitismo e razzismo ci sono sempre stati: prima non c’era il momento politico per poterli tirare fuori, ma poi arrivano i momenti in cui ci si volta dall’altra parte, in cui è più facile far finta di niente e tutti quelli che approfittano di questa situazione trovano il terreno adatto per farsi avanti».

Leonardo Ostuni

]]>

L'autore

Condividi questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

articoli recenti

questo articolo è di

Iscriviti alla nostra newsletter

Inviamo una mail al mese con una selezione di contenuti editoriali sul mondo del teatro, curati da Altre Velocità.