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Affascinante e angosciante Messmer

di Altre Velocità

Francesca Ballico è Patrizia Vicinelli, nello spettacolo dedicato alla poetessa bolognese presso il Teatro delle Moline, andato in scena sabato 30 e domenica 31 marzo. È la Messmer che affascina e allo stesso tempo incute angoscia, un’angoscia prolungata e sostenuta, come il flusso continuo e accattivante della sua voce. Lo spettacolo non a caso è la trasposizione del romanzo autobiografico di Vicinelli, che ha come titolo appunto Messmer, il nome-soprannome della protagonista; trasposizione in forma di soliloquio per lo più, dove racconta mischiandoli fatti e pensieri della sua vita. Se sia riuscita o no Ballico a restituirne l’essenza, il dramma, a coglierne poi le sfumature, e i contorni del racconto non saprei dirlo, ma la prosa intensa e assillante della poetessa è qui ben fatta rivivere grazie all’interpretazione dell’attrice-regista, in grado di mantenere sempre alta la tensione con il timbro della voce pesato, le parole calibrate, le pause meditate; coniugando stravaganze e registri altalenanti: pensieri alti si unisco a racconti e toni ben più prosaici. Riporto una citazione presa direttamente dal romanzo, così da avere un’idea del registro tempestoso, delle note sofferenti, del dolore malcelato e della condizione assai triste della scrittrice:

«…avrebbe voluto farglielo vedere fin dove poteva arrivare, a chiedere, se soltanto la riprendeva quel senso di nausea infinita […] Messmer lo sapeva bene d’essere una spugna di poter ingurgitare più veleno d’un esercito se solo ci prendeva il ritmo […] una frazione e l’indice del mio dolore insopportabile sarà abbassato, ancora una volta vi dimenticherò nefasti abitatori noiosi amici senza pensare ai nemici e ai carnefici e rosso è il mio sangue…»

Patrizia Vicinelli, nata e morta a Bologna a 48 anni nel 1991, è stata un’artista amante della sperimentazione, cavalcando l’onda del suo tempo ha saputo muoversi nelle diverse discipline, dalla poesia al cinema, dalla performance al teatro alla musica. Ha aderito al Gruppo 63, celebre per componenti come Arbasino, Eco, Manganelli, Sanguineti. Ma partecipa anche al cinema collaborando con Alberto Grifi. I suoi amici intellettuali più vicini, come Spatola o Pedio, la ricordano come una poetessa tormentata, altalenante tra euforia e disperazione. E da bolognese ha vissuto anche l’epoca delle rivolte, dell’emancipazione, che hanno caratterizzato la cosiddetta Beat Generation, si pensi alla libertà sessuale e alla diffusione delle droghe di quegli anni.

Il monologo di Francesca Ballico si apre e si chiude con una simbolica (finta) assunzione di eroina – a ricordare gli eccessi di Patrizia Vicinelli – e si evolve come se la protagonista agisse e parlasse mediante un alter ego separata da lei, con toni sardonici ma anche amari, in una condizione tra la veglia e il sogno, a spasso mentale nella città di Bologna. Sullo sfondo dell’attrice, vestita in modo scanzonato con una camicia verde larghissima, si intravedono vagamente grazie a delle proiezioni dei portici, deformati e instabili, ombre di edifici e personaggi dalle sembianze animali, o meglio, animali dal grugno antropomorfo. La voce dell’attrice è incorniciata da una scenografia di pauperismo assoluto, spoglia, essenziale. Quattro sgabelli sul palco, di cui due rovesciati; quattro sono le colonnine accanto agli sgabelli, costruzioni simboliche per pensare Bologna. Lo sfondo prende vita grazie alla proiezione delle illustrazioni tra l’onirico e lo psichedelico di Carlo Pastore e Nicola Barzanti. Il sottofondo musicale è suonato al momento da Enrico Guerzoni, con pezzi che vanno dal jazz a motivi più raffinati e classici, e sono evocati soltanto mediante un violoncello elettrico. Il resto è oscurità, buio e degrado, tipicamente underground, a cui il teatro delle Moline ben si presta.

Damiano Perini

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