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A porte chiuse, la stanza della tortura di Adriatico

di Altre Velocità

Pirandello o la stanza della tortura (1981). E in A porte chiuse di Andrea Adriatico, andato in scena dal 25 gennaio al 3 febbraio presso Teatri di vita, i tre personaggi del dramma di Jean-Paul Sartre sembrano proprio venire reclusi dal regista in una stanza/scatola cubica, con al centro un letto in stile “secondo impero” che all’occorrenza può essere rialzato tramite un elevatore, trasportando con sè i tre condannati. Questi, nell’intrecciare attraverso il dialogo i loro rapporti, individuano l’inferno in cui sono stati precipitati nella relazione con gli altri. I tre (interpretati da Gianluca Enria, Teresa Ludovico e Francesca Mazza) disvelano le loro colpe davanti al pubblico, eleggendolo così al ruolo di giudice e carnefice. Il palco, divenuto idealmente tribunale, è appositamente rialzato rispetto al pavimento, rendendo verticale il rapporto con la platea ed incardinando quel tipo di separazione che può garantire l’ingresso di una prigione o la cornice di un quadro, come sembra enfatizzare il “demonietto carceriere” (Leonardo Bianconi) adagiandosi come un putto rinascimentale sul lato inferiore della cornice della “quarta parete”. In questa messa in scena lo spettatore poi non si ritrova ad analizzare le sole colpe dei personaggi di Sartre, ma la società italiana intera, come individua visivamente il tricolore ricreato dai cuscini posti sulla scena. Adriatico infatti traveste fatti di cronaca recente con l’abito del testo scritto nel 1944 dal filosofo francese: le tre vicende restituiscono il caso di Giuseppe Pellicanò che, svitando il tubo del gas del suo appartamento, ha causato la morte della moglie; quello di Giulio Regeni, il ricercatore trovato morto nel deserto vicino a il Cairo sul cui omicidio pesa il forte sospetto di un coinvolgimento dei servizi segreti egiziani; e infine il funerale di Vittorio Casamonica, boss dell’omonimo clan romano, svoltosi nello sfarzo tra una carrozza trainata da cavalli e un elicottero che spargeva sugli astanti petali di rosa. Questi tre fatti degli ultimi anni vengono riesumati sulla scena da Adriatico come emblemi della crisi delle istituzioni che affligge la società italiana contemporanea: la famiglia, lo stato, le forze dell’ordine. Le storie dei personaggi del dramma originale sono così intercettate ed interpolate con la realtà storica del nostro paese, anche attraverso l’inserimento video e audio di documenti di cronaca. La messa in scena, attraverso un predominante uso del testo (riattualizzato dallo stesso Adriatico assieme a Stefano Casi), restituisce dunque un teatro che vuole coinvolgere lo spettatore ingaggiandolo criticamente ed emotivamente.

Matteo Boriassi

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