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A che ora si svegliano i teatri? Dietro le quinte di Vie Festival
di Ilaria Cecchinato Sofia Novello Gergen pubblicato in Approfondimenti il 10 Aprile 2019 0 commenti 5 minuti di lettura
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Marzo 2019 – 8.40 del mattino. Un sole tiepido dona un dolce torpore. Il teatro dorme ancora. A che ora si svegliano i teatri? Si riposano mai per davvero? Di certo non durante un festival, quando tutto è compresso in una decina di giorni. Non c’è tempo: il teatro si può permettere solo un sonno leggero. Una porta, quella sul retro, è rimasta socchiusa. Dal suo spiraglio fuoriesce un incessante brulichio. È lì che ci dirigiamo. Porta numero uno, “spingere”. Porta numero due, “tirare”. Gioco di incastri in soli quaranta centimetri. Il piccolo ostacolo al nostro ingresso ci ricorda che siamo solo intrusi, ospiti temporanei del Teatro delle Passioni.

Interno: grande sala con finestre. Il chiarore che entra sovrasta le scrivanie su cui sono ricurve cinque ragazze. Queste ombre silenziose sono stagiste, meglio non disturbarle. Seguiamo il fascio luminoso che dà vita a una danza di granelli di polvere. La luce, forse un po’ stanca, si siede accanto a Sara Guerra, come a tenerle compagnia. «Anche io ho fatto lo stage a fine triennale e ora sono nove anni che lavoro per ERT. Ho studiato Scienze della Comunicazione a Bologna e ho sempre avuto la passione per il teatro. Ma arrivare qui è stata una coincidenza: ero nel posto giusto al momento giusto». Sara Guerra, sempre con un sorriso sul viso, è un’addetta all’Ufficio Stampa, un «lavoro di pubbliche relazioni: curiamo i rapporti con i giornalisti, organizziamo interviste e conferenze stampa». Sara non ha tempo per fermarsi e, anche mentre è seduta, muove incessantemente la gamba su giù, su giù, su giù. « Per lavorare nell’organizzazione del mondo teatrale bisogna avere i nervi saldi, soprattutto in un festival come questo. È necessario riuscire a organizzarsi come se fosse una partita di scacchi: pensare a tutte le possibili mosse in modo da evitare il disastro». Guardando per un istante le sue colleghe, aggiunge scherzosamente «forse questa è una caratteristica spiccatamente femminile: non ricordo di avere mai avuto un uomo come collega!». Tuttavia l’Ufficio Stampa non è racchiuso solo in quella sala, ma si dirama in tutte le sedi di ERT. Le redini sono tenute da « quattro donne, la mia responsabile è Debora Pietrobono. Io mi occupo dell’Ufficio Stampa di Modena, quindi teatro Passioni, Storchi e provincia (Castelfranco e Vignola). Le ragazze di Bologna durante VIE Festival sono impegnate a seguire il progetto Atlas of Transitions, quindi siamo poche. Per fortuna ci sono le ragazze tirocinanti ad aiutarci».

Un odore di fumo ci avvolge. Proviene da una porta alle nostre spalle di cui non ci eravamo accorti. Si apre su un ufficio spoglio, essenziale, quello di Barbara Regondi, curatrice del festival. Tenendo gli occhi fissi sul grande registro verde che sta consultando, ci invita ad accomodarci. «Io mi occupo di coordinare l’aspetto organizzativo. Inizio molti mesi prima per definire le tempistiche, le questioni economico-contrattuali e la parte tecnica». Con la sua piacevole voce roca prosegue spiegandoci che Vie non è un festival ministeriale, ma un’attività di ERT e perciò rientra nel bilancio complessivo della Fondazione. «Poi ovviamente abbiamo alcuni sostenitori, oltre al patrocinio dei comuni del circuito». Barbara ci parla giocherellando con il grande anello che porta al dito. Una leggera brezza primaverile pervade la stanza. «Vie vuole proporre spettacoli e artisti inediti o poco conosciuti alla scena italiana ed europea. Si cerca di aprire la possibilità agli artisti di entrare in nuovi circuiti e agli spettatori di vedere produzioni difficilmente reperibili». «Gli spettacoli proposti», prosegue dopo una breve pausa, «non sono solo produzioni ERT. Molti sono pensati per un preciso ambiente. È necessario dunque valutare gli spazi a disposizione e, in caso, procedere con un lavoro di adattamento reciproco, delle sale e degli spettacoli ospiti». Barbara si sporge verso di noi, abbassando la voce per confidarci come Failing to levitate in my studio del greco Kourtakis, in scena il prossimo fine settimana, è stato adattato allo spazio del teatro Storchi. Le abbiamo promesso di non svelare troppo. Quello che possiamo dirvi è che «è stato impegnativo: nell’inserirlo in un teatro classico all’italiana, si è giocato sul contrasto. Bisogna inventarsi degli espedienti, in questi casi. In altri la soluzione è più semplice: uno spettacolo piccolo, intimo, è più adatto alle Passioni che allo Storchi». E con il dissolversi dell’odore di sigaretta termina la nostra chiacchierata.

Scendiamo le scale: un tintinnio di tazze ci annuncia che siamo al bar. Il sole pomeridiano si riflette tra calici e vassoi, mentre la macchina del caffè si gode qualche ora di pausa. Accanto al bancone c’è grande movimento: tecnici e attori indaffarati entrano ed escono da una porta appartata. Compare alla soglia Nicolò Fornasini, tecnico luci ed elettricista. “Luciaio” come si definisce lui. Ha l’aria stanca mentre si gira una sigaretta. All’improvviso gli occhi si accendono. «Amo questo lavoro perché è anche un ruolo creativo. Il regista ha un’idea di luce e io cerco di realizzarla: bisogna capire cosa ha in testa, fare delle proposte e trasformarle in un impianto tecnico creativo». Nicolò ha iniziato facendo il proiezionista in piccoli cinema per pagarsi gli studi. Il teatro non lo interessava. Solo dopo aver messo piede dietro alle quinte ha imparato ad apprezzarlo. «È un ambiente in cui si respira un clima di collaborazione». Un ambiente in cui le figure femminili sono poco presenti, al punto che «le squadre tecniche sono composte per il 90% da uomini; le poche ragazze del settore vengono da un percorso di studi in scenografia». Rispondendo alle nostre curiosità, Nicolò ci spiega che l’illuminazione teatrale, a differenza di quella cinematografica che rincorre quasi ossessivamente la tecnologia, preferisce rimanere fedele alla tradizione, prediligendo lampade ad incandescenza. «In teatro capita di lavorare con un piccolo budget: spesso però le idee più innovative capitano proprio quando c’è una mancanza di strumenti tecnologici».

Lo spettacolo ha bisogno di Nicolò: si dirige verso la porta da cui prima era comparso. Viene inghiottito dal buio della sala. Chissà se, ad accendere i riflettori, sarà proprio lui.

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