La sesta edizione di Rami d’ORA (Orobie Residenze Artistiche), la rassegna di arti performative ed esperienze in natura diretta da Erica Meucci e Francesca Siracusa [qui una loro intervista] tra i boschi delle Orobie valtellinesi intorno a Piateda (SO) si è conclusa il 22 agosto, dopo un ciclo di escursioni abbinate a performance in quota – alcune anche oltre i 2000 metri d’altitudine. Il cuore pulsante del programma, invece, ha preso vita durante l’ultimo weekend di giugno con un ventaglio performativo variegato, dal quale sono emerse due proposte sospese tra il valore dell’emozione in movimento e la potenza simbolica dei dettagli.
Sogni al campo di AZIONIfuoriPOSTO
Filippo Porro colpì fin da studente per la sua capacità di rendere visibile attraverso il movimento uno stato d’animo, quando nelle aule della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, litigava con una sardina, la trascinava in giro, la bramava come bottino. Nelle colline vicino a Piateda (SO) in Valtellina, la sera di venerdì 26 giugno presentando Sogni al campo, Porro, co-fondatore della compagnia-duo AZIONIfuoriPOSTO insieme a Silvia Dezulian, ha instaurato il suo dialogo con la terra e con le cassette per la vendemmia, metonimia di una coltivazione, di filari e di memorie, nella quale tutti i presenti si sono addentrati. Al limitare del campo, l’agricoltore-coreuta chiede al gruppo di seguirlo e di aiutarlo facendosi carico ognuno di una delle cassette rosse per la raccolta dell’uva. Quella che si porta dietro Biagio Cavallo, curatore sonoro della performance itinerante, non è vuota: nasconde un altoparlante che riproduce, amplifica e deforma ogni suono-rumore-verso prodotto dal collega danzatore. Tutti seguono il passo del performer, vestito in consonanza con il luogo con abiti semplici di ispirazione contadina (una canottiera bianca emerge sotto la camicia azzurra sbottonata), ma solo in un primo momento, al ritmo di un placido fischiettare, la camminata rimane ancorata a un fare quotidiano. Porro comincia a cambiare il valore simbolico del suo cesto per la vendemmia: prima è un peso che genera slanci, turbini e spostamenti eseguiti con consapevolezza corporea, poi, riempito progressivamente di terra, diventa un traino fatto slittare tra le viti o una zavorra, che impedisce, ma allo stesso tempo genera il movimento; battuto è un tamburo, indossato sul capo un casco da palombaro, per poi acquisire qualità oniriche: quale contadino si farebbe una doccia di terra polverosa trovandosene una porzione abbondante in bocca? Cosa significa avere la bocca impastata di terra? La pienezza del movimento di Porro è il vero filo conduttore di tutta l’azione scenica, che culmina quando, giunto su una porzione di terreno leggermente pendente che si apre sulla valle, si siede sulla cassetta, si toglie le scarpe e danza ispirato dalle parole paterne, che lo invitano a saggiare la terra appena arata a piedi nudi. Qui cede alla gravità e poi risale, costruisce cerchi, traiettorie, dislocazioni misurate che fanno emergere la sua capacità di gestire il fatidico binomio peso-leggerezza; si tuffa, si slancia, per poi piegarsi come un arbusto modellato da una folata di vento. La performance potrebbe concludersi qui, con il movimento puro immagine dell’incarnazione emotiva, ma Porro ci tiene a brindare con una cedrata, altra porzione di ricordi della sua infanzia agricola nella campagna piemontese, della quale condivide memorie fotografiche con tutti i presenti, mentre costruisce con tutte le cassette rosse una tavolata di fortuna, immediatamente imbandita con quei viveri tanto agognati dopo una giornata di lavoro nei campi. Il momento di condivisione a parole, così come la canzone che ne segue ritornando verso il punto di partenza dell’escursione non riescono a equiparare la forza espressiva del suo corpo, che è il vero rullino fotografico dell’intera azione performativa, con tutti i picchi nostalgici e le visioni ottimistiche su un desiderato futuro verde che ne conseguono.

Coro di e con Amalia Franco
Presentata la mattina di domenica 28 giugno intorno alle 10.30 sul palcoscenico all’aperto di Castellaccio, Coro è una performance capace di far immergere chi assiste nel mondo allegorico che costruisce. «Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto»: è la lingua il vero luogo nel quale si svolge la ponderata pièce di e con Amalia Franco, sola e mai abbandonata da una fitta compagine di marionette in pasta di legno, da lei stessa prodotte insieme allo scultore-falegname Gianluca Vigone. Non perché lei citi espressamente i primi due versi dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, ma perché Franco, pupara contemporanea, lavora sulla e nella lingua, parlata e incorporata, enunciando un testo originale che intrappola chi guarda e ascolta nella rete invisibile di quel «io canto», costituito da un calibrato esprimersi per immagini e schiocchi di zoccolo, dal proemio all’epilogo. Cantastorie mascherata, vestita di lembi di carta-cuoio, con una ciabatta di legno al piede sinistro e una scarpa da flamenco al piede destro si immerge nella tradizione dei pupi, nelle vicende mai completamente esplicitate de La chanson de geste, per riportarle in superficie, senza traccia di alcuna retorica, sotto forma di temi-archetipi: l’ardore, il duello, la morte. A sinistra della scena c’è un’impalcatura cubica di legno vuoto, «l’esoscheletro del puro solido platonico» nelle parole della performer; a destra una catasta di marionette (oltre la decina) montate su un’armatura di pelle, che smette di essere un semplice ammasso non appena lei la indossa, vestendo il corpo di carne con corpi di legno. In questo modo le marionette, enigmatiche e dorate come le icone russe e particolarmente mobili perché frutto di un assemblaggio nel quale i pezzi separati (testa, busto, coscia, tibia e piede) sono tenuti insieme dallo spago, mentre le braccia sono un arco di stoffa che sorregge le manine lignee, vengono trasportate sulla scena e montate all’interno della struttura cubica. L’operazione è delicata e danzata: le figure vengono appese alle bacchette di ferro pendenti, animate grazie al sistema di pulegge integrato al soffitto vuoto del cubo. Salgono fiere, ma scendono esanimi, suggerendo ogni volta qualcosa di diverso: lo schianto, l’addormentamento, la morte, la stasi pensante, l’attesa. Sul palcoscenico di legno cosparso di finissima polvere bianca rimangono le tracce del saliscendi, come impresse nel gesso usato per scrivere o nei residui artigianali della piallatura. Per sua stessa ammissione, Franco pensa alle teorie filosofiche di Pavel Florenskij per dare sfogo a un interrogativo sullo scomparire, legato anche alla propria esperienza personale vissuta durante il periodo Covid. Il puparo si sottrae, si toglie dalla scena, per lasciare intervenire la materia inerte del pupazzo, il quale, non appena si presenta, già da fermo o lievemente mobile, evoca il vivente declinato in innumerevoli sensazioni-storie: proclamando la vita, con più vigore della carne. Franco si fa strada con movimenti precisi o capovolti tra le marionette che salgono e scendono, poi le disarma adornandole di fiori freschi. Scompare, infine, uscendo di scena con un esemplare più grande – un fantoccio di circa un metro – che fa roteare in un vortice di cui lei è perno. I suoni rarefatti ed evocativi, le azioni sceniche millimetriche, lo snocciolarsi di una lingua antica quanto ristrutturata ci regalano la possibilità di essere coro, allo stesso tempo uno e più di uno, addirittura nessuno, quando l’autrice, lasciando il posto all’inanimato, dà vita a un corpo, di gran lunga più espressivo di tanti altri.


