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Complice Press - "Je suisse (or not)" - Collettivo Treppenwitz/Camilla Parini

Cambiare prospettiva. Factory Fest 2025, Foligno e Spoleto

di Rodolfo Sacchettini

Rimaniamo intontiti di fronte alla bellezza medievale di Piazza Maggiore, nel piccolo Comune umbro di Bevagna. L’attenzione è tutta per la facciata romanica della Chiesa di San Michele, ma poi l’occhio scivola lungo il perimetro triangolare di questa piazza spigolosa piena di sorprese e sale le alte scale di pietra dell’imponente Palazzo dei Consoli. Aperto il portone, si entra in un delizioso teatrino all’italiana di fine Ottocento. Una soglia che segna un incredibile salto temporale: dal “Dugento” all’Ottocento. I palchetti in ferro battuto, il soffitto con le Muse che danzano e una piccola platea sembrano perfetti a evocare gli scricchioli dei Ghosts di Edith Wharton portati in scena da Fanny & Alexander.

Non è l’unica sorpresa che offre il Factory Fest, festa delle arti performative, giunta alla quinta edizione, gestita con amorevole cura da Emiliano ed Elisabetta Pergolari (Coop. Ge.Ci.Te.) e da Adriana Garbagnati di La Mama Umbria International: Foligno e Spoleto uniti nell’ideazione di un progetto assai bene organizzato in tutti i suoi dettagli. Eppure questo Festival era stato escluso dai finanziamenti ministeriali perché ritenuto non all’altezza. Sarebbe stata la conclusione perfetta di un annus horribilis per Foligno, dopo anche la perdita, davvero ingiustificata, dello Spazio Zut! Casa delle arti performative, che il Comune non ha voluto riassegnare, privando così la città, il territorio, una comunità di artisti e pubblico, di un importante presidio culturale. Per fortuna almeno sul festival c’è stata una marcia indietro e il Ministero ha riammesso Factory Fest, con relativi contributi.

Nell’affascinante cinquecentesco Palazzo Candiotti si può partecipare a Je suisse (or not) del Collettivo svizzero Treppenwitz / Camilla Parini, con Elena Boillat e Anahì Traversi, una performance per spettatore solo sul tema dell’identità e della memoria. Sfogliando un album di famiglia, con didascalie narrative, scopriamo il mondo privato di Camilla, dall’infanzia alla giovinezza. Sono le classiche foto di famiglia, quelle che venivano raccolte e custodite nell’era ormai detta “analogica” e che oggi hanno un sapore incredibilmente nostalgico. Inizialmente l’ingresso in una storia così intima e privata può suscitare perplessità. Per quale motivo dovrebbe interessare? L’espediente narrativo è la presenza di un orso polare, alter ego dell’autrice, che non solo campeggia al centro di molte foto, ma siede accanto allo spettatore mentre sfoglia l’album. Proiezione di sé, simbolo, gioco infantile… più passa il tempo e più che il colloquio muto con l’orso assume i contorni di una seduta psicanalitica. Lo spettatore entra nell’interiorità di questo strano essere che si fa personaggio e poi incredibilmente specchio. Il pubblico, a uno a uno, esce scosso. Alcuni in lacrime. Senza accorgersene lo spettatore è diventato il paziente, il soggetto parlante.

(foto di Nicola Cirocchi)

Il Palazzo Candiotti, interamente decorato con affreschi settecenteschi che regalano sorprendenti prospettive teatrali, è anche la scena di You have to be deaf to undestand di Diana Anselmo con Daniel Bongioanni, DMK. La performance è in Visual Sign, elemento artistico della lingua dei segni, ed è seguita da un incontro con la compagnia in presenza di un’interprete Lis. Sulla scena la componente mimica e corporea è fortissima. Allo stesso tempo si comprendono pezzi di storia, alcune dinamiche tra i personaggi, forse una cornice generale. A un certo punto un bambino sordomuto, seduto tra il pubblico, per metà di non udenti, scoppia a ridere. Nell’incontro la mamma si scusa con la compagnia, perché il bambino lo ha fatto in una scena drammatica. Gli artisti la rassicurano, spiegano che la scena era drammatica, ma in effetti aveva anche un risvolto comico, il bambino aveva ragione a ridere. Quello che sembrava uno spettacolo tra pantomima e danza contemporanea si rivela essere – anche – uno spettacolo di prosa.

La storia è precisa, i dialoghi definiti, con sfumature ironiche e parodiche non solo nei contenuti, ma proprio nello stile con il quale gli attori stanno recitando. Uno di loro (sono tutti sordomuti) è molto famoso per essere un bravissimo imitatore, imita in maniera esilarante lo stile con cui le persone si esprimono nella lingua dei segni, esattamente come un imitatore potrebbe fare con la parte vocale. Il disagio che si prova per tutto lo spettacolo è un’esperienza davvero spiazzante, perché a specchio corrisponde a quel che può provare un pubblico sordomuto di fronte a un lavoro (spettacolo, ma non solo) per udenti. Il disagio si scioglie nella sorpresa, durante l’incontro, di scoprire un mondo complesso e ricchissimo, in grande evoluzione. La lingua dei segni è una lingua a tutti gli effetti e come tale sembra andare a definire una propria “letteratura”, una propria densità artistica, espressiva.

Nel Palazzo Candiotti, che qualche anno prima era stato anche scena perfetta della perfomance Demoni di Crocco e Miele, si svolge Upside down, a cura di Francesco Bianchi, Silvio Impegnoso ed Emiliano Pergolari, in collaborazione con Radio IF/La casadargilla. Una radio dal vivo, condotta con verve e intelligenza, che recupera la sua vocazione al gioco e alla partecipazione, facendo interagire il pubblico su immagini del futuro: ritornare allo stato di natura, fuggire in un altro pianeta o spaccare tutto? Tre opzioni che in maniera ludica permettono ancora una volta di cambiare lo sguardo e parlare di oggi con un taglio efficace e spiritoso.

(foto di Nicola Cirocchi)

Infine, una giornata di questo festival, non sarebbe completa senza la presenza di uno spettacolo di danza, o meglio di una performance urbana: Swan di Gaetano Palermo in Piazza San Domenico a Foligno. Rita Di Leo è una giovane pattinatrice che sembra allenarsi incurante dei passanti, indossando una magliettina a strisce orizzontali e cuffie che la isolano dal rumore di qualche automobile. In mano tiene un cellulare e mentre prova qualche salto, qualche scatto, qualche piroetta continua a riprendersi, come fosse nella sua bolla di autorappresentazione. Niente di eccessivamente eccentrico. Potrebbe essere quasi una scena reale. C’è solo un iperrealismo che marca certi atteggiamenti della giovane atleta che sembra una Lolita, per gli sguardi ammiccanti, o la danzatrice sui pattini munita di walkman, uscita dal video musicale Wired for sound di Cliff Richard. In realtà però queste caratteristiche sono come deformate e distorte. La Lolita non fa che riflettersi nel cellulare, è imprigionata nel proprio narcisismo, e la danzatrice sui pattini non ha nulla dell’esuberanza euforica degli anni Ottanta. In effetti a guardare bene il suo volto è mascherato, come se fosse rifatto, come se dietro a questa ragazzina si nascondesse tutt’altra età. È una scena umoristica? Per nulla.

A un certo punto forti colpi di pistola riempiono sonoramente l’intera piazza e la pattinatrice cade a terra come fosse un uccello colpito da un cacciatore. Ma la scena si reitera ancora. La pattinatrice si rialza e di nuovo il colpo di pistola la fa precipitare a terra. Lo sparo allora sembra farsi sempre più minaccioso, come fosse quello di una guerra. Ma chi sta sparando? Rimane sospesa questa domanda. Sicuramente una parte del nostro sguardo prova una certa repulsione per questa bambolina dal volto deformato, scioccamente imprigionata nella sua immagine ed è come se “sparasse” il nostro giudizio. Dall’altra parte però questo sentimento è mescolato a un senso di profonda pietà per una figura fisicamente e psicologicamente fragile, vittima di se stessa e di un mondo che non potrà che travolgerla. Per l’uso della maschera, per questo corpo che si rivela quasi un simbolico capro espiatorio – o meglio “cigno espiatorio”, visto che nella presentazione si allude a La morte del cigno, l’assolo di Michel Fokin – la performance ha qualcosa che rimanda all’universo di Danio Manfredini. L’angosciante situazione si riflette anche nei volti interrogativi, a volte impauriti, disgustati o morbosamente attratti, di un pubblico casuale di passanti o di automobilisti che si soffermano ai lati della piazza, abbassano il finestrino e cercano di capire cosa diavolo stia succedendo.

L'autore

  • Rodolfo Sacchettini

    Critico teatrale, è tra i fondatori di Altre Velocità e collabora con la rivista Gli Asini. Dal 2004 conduce una rubrica radiofonica di attualità teatrale su Rete Toscana Classica. Ha curato svariate pubblicazioni nell'ambito del teatro ed è stato codirettore del Festival di Santarcangelo per il triennio 2012-2014 e presidente dell'Associazione Teatrale Pistoiese.

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