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Drama sound city_5 settembre-19

#6 L’incomprensione come forma di bellezza

di Altre Velocità

Si apre il sipario. Sul palco, il buio. Sullo sfondo la sagoma di alcuni cartoni a forma di triangoli; al centro, un musicista con la sua console. Dinanzi a lui tre corpi accasciati a terra, vestiti con abiti cenciosi, poggiati su scatole di cartone smontate. Con movimenti lenti ed esitanti si alzano. Iniziano a giocare con gli imballaggi, si siedono, si scrutano con diffidenza, si contendono i contenitori. Una voce fuori campo intona dati statistici sui senzatetto nelle diverse aree del mondo.
Così il pubblico viene introdotto in Drama Sound City di Stalker Teatro, spettacolo scelto da noi dello young staff e presentato il 5 settembre al Teatro Comunale di Gradisca d’Isonzo, all’interno del festival In\Visible Cities.

Una performance accattivante dal punto di vista scenografico. Con pochi materiali poveri – cartoni, aste di legno, teli, giochi di luce e qualche costume – la scena viene continuamente costruita e decostruita in sei quadri diversi. Invece, può risultare un po’ carente dal punto di vista del significato. Il legame con le trasformazioni della periferia urbana – di cui una voce fuori campo accenna all’inizio – resta sfuggente. Tuttavia, questo non-capire non infastidisce, ma alimenta il fascino. In fondo non tutto deve sempre avere un senso, soprattutto nel mondo del teatro e dell’arte, che vive di ambiguità e spazi vuoti da riempire a proprio modo. Se davvero siamo tante piccole luci disperse nell’infinito, come suggerisce un frame dello spettacolo, allora quel disorientamento non è un limite, ma la dimostrazione della diversità. 

Dunque, cari lettori, non so se quello che leggerete proseguendo con la lettura corrisponda all’effettiva volontà degli ideatori, ma spero comunque di riuscire a restituirvi almeno un frammento di verità, offrendovi degli spunti per costruire una vostra visione unica, personale ed irripetibile.

Il primo quadro prende forma con un ponte di scatoloni quadrati chiusi con degli elastici. Uno sopra l’altro per formare due colonne laterali; uno di fianco all’altro, legati da un filo, per la parte superiore, ancora a terra. Secondi che sembravano un’eternità. Il fiato sospeso, gli occhi spalancati. Il timore di assistere al crollo e alla delusione del pubblico, la paura del fallimento. La musica elettronica, eseguita dal vivo da Simone Bosco, amplifica l’ansia, rendendo palpabile la tensione.

Gli attori escono di scena, cala di nuovo l’oscurità, un buio imperfetto che tradiva la ricomparsa dei performer vestiti in nero. La musica continua con un ritmo perturbante. Entra una costellazione di sfere luminose che si allineano, danzano, salgono, sembrano superare i confini del palco e dirigersi verso la platea. La musica si fa più calma, interrotta da stridori che ricordano come, anche di fronte alla bellezza, a volte ci sia qualcosa che stona. Quanto avevo di fronte mi è sembrata la traduzione visiva di una sensazione che conosco fin troppo bene, ovvero la percezione di essere minuscoli frammenti in un universo smisurato. Qui sta il paradosso, o forse il suo rovesciamento: la leggerezza delle luci portava con sé il peso della nostra irrilevanza. In questa vertigine, però, c’è anche un inatteso senso di sollievo e liberazione. Se nulla ha davvero significato, allora possiamo scrollarci di dosso l’obbligo di essere “importanti” e concederci la leggerezza di esistere.

Dalla sospensione di luci si passa alla materialità di sottili aste di legno, che però muta in altro. Prima onde che si sovrappongono creando figure ipnotiche, poi una sequenza che allude al tema della sovrappopolazione. Da linea solitaria quale siamo, ci uniamo ad un’altra linea, formiamo un cerchio. Da un cerchio, diventiamo tre, poi cinque, ci sovrapponiamo. Ci trasformiamo in un’unica grande, ma fragile, sfera che viaggia sospesa nel vuoto, sempre sul punto di incrinarsi e spezzarsi. Lo stato d’ansia e d’empatia verso gli attori ritorna, amplificato dal silenzio che avrebbe dovuto calare, ma che purtroppo è stato interrotto dalla musica commerciale proveniente dall’esterno del teatro, rompendo l’incanto. Vi confesso un fastidio non da poco, che purtroppo è rimasto con me anche fino alla scena successiva, quella che mi ha convinto di meno. Oltre all’incertezza del significato, non mi ha scaturito nemmeno quella sensazione di “wow” visivo o emotivo. 

I triangoli di cartone, finora rimasti inermi sullo sfondo, prendono vita e diventano un castello instabile dipinto da dei giochi di luce. Torna anche la voce narrante per suggerire che l’ambientazione sottende alle scene urbane dall’aspetto dilatato e vuoto, dove l’assenza di vita e il silenzio più assoluto predominano creando una diversa dimensione del reale. Eppure, a causa della musica ritmata, degli attori che spuntavano e scomparivano all’interno della struttura o per altri motivi ignoti, la resa finale rimanda molto di più all’idea di frenesia, a un formicaio brulicante. 

Nel quinto quadro, gli scatoloni triangolari diventano rettangoli e si trasformano in bare. Gli attori effettuano un mini cambio di abiti nascosti al loro interno, e uno alla volta “risorgono”. Cadaveri sociali? Tipologie di individui che abitano la periferia? Un senzatetto, una donna in carriera, un operaio? Non lo so definire con certezza, ma il senso di stupore e il continuo interrogativo su ciò che stavo vedendo, rendevano il momento incredibilmente magnetico. Gli attori si spostano all’interno dei triangoli rimasti in piedi, si rannicchiano al loro interno e si risollevano, facendo respirare le scatole come dei polmoni che si espandono e si contraggono. Il tutto culmina con un gesto di denudamento parziale in cui gli attori rimangono solo in mutande.

Qui, cari lettori, dalle reazioni che ho potuto osservare, sorge una domanda scomoda: perché un corpo maschile a petto nudo è socialmente accettato, mentre uno femminile suscita scandalo? Forse la strada per liberarsi da certi pregiudizi è ancora molto lunga...

Infine, il sesto quadro: le bare diventano schermi verticali, su cui scorrono le sagome deformate degli attori. Corrono, si rannicchiano, perdono i contorni umani. L’immagine evoca un fiammifero che si spegne, la fragilità dell’essere umano, un ciclo che si chiude; e si chiude anche lo spettacolo, che lascia dietro di sé emozioni scomode che spesso si cerca di evitare. Forse proprio per questo ha creato delle opinioni contrastanti tra il pubblico. Personalmente quel costante stato di sospensione, ansia e confusione vissuto durante tutta la performance non è dispiaciuto. Al contrario, ne ho sentito il fascino. 

Le trasformazioni sceniche della periferia urbana diventano metafora di luoghi fragili e sospesi, proprio come chi li abita: esseri umani che cercano di costruire qualcosa in un contesto che cambia rapidamente, in equilibrio precario tra caos e speranza. Un crescendo che conduce dall’angoscia alla meraviglia, fino all’intima consapevolezza che la fragilità e l’incertezza non sono un limite, ma un modo per restare vivi, per percepire la realtà nella sua complessità. E in quel disorientamento, forse, risiede la libertà più pura: trovare un senso personale, unico, dentro e fuori di noi.

Sara Calderan

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