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Un destino da pollo: Docile di Menoventi
di Rodolfo Sacchettini pubblicato in Recensioni il 9 Febbraio 2019 0 commenti 5 minuti di lettura
Per uno spettatore critico. Laboratorio di giornalismo a Vie Festival 2019 Articolo precedente Speciale Puglia Articolo successivo

Docile è un aggettivo che si usa per gli animali mansueti, che obbediscono agli ordini del padrone. Linda, protagonista dello spettacolo di Menoventi, è una ragazza di una trentina d’anni, più disoccupata che precaria, emotivamente fragile, timida nel parlare in pubblico e anche con qualche problema di salute, di natura fisica o forse solo psichica. Niente di particolare dunque, Linda è semplicemente un campione piuttosto comune di una generazione di giovani rimasta schiacciata negli ingranaggi della Storia, e come bloccata in un limbo senza fine. Linda è docile. Obbedisce all’ufficio di collocamento, segue i consigli del dottore, si iscrive a un corso di empowerment, cioè a una serie di incontri che aiuterebbero ad acquisire fiducia in se stessi. Linda non ha quasi nulla da raccontare. Alle domande del video-curriculum da inviare all’ufficio di collocamento, alle richieste di un insidioso Andrea Argentieri prima nelle vesti dell’affabile motivatore, poi negli abiti di un diabolico medico che delira frasi in latino, come fossero formule magiche, risponde per monosillabi. Non ha quasi nulla da dire, se non una storia di quando era piccola e che riguarda i polli.

Menoventi sceglie, per quanto concerne la recitazione, la strada di un iperrealismo sottile, sfumato poi su note più espressioniste quando la storia, dal piano cronachistico, assume i caratteri del realismo magico o della parabola metafisica. Il merito di questo spettacolo è anzitutto di aver centrato una questione oggi fondamentale: provare a indagare le cause e i motivi di una fragilità che pare farsi sempre più patologica e che riguarda un’intera generazione di giovani. Gli strumenti che Menoventi utilizza provengono dagli amori di sempre, in particolare la sociologia, o per meglio dire un’immaginazione sociologica sperimentata da una certa letteratura fantascientifica, mescolata a suggestioni letterarie non prive di aneliti metafisici, anche se declinati sempre al negativo (da Kakfa in giù, per intenderci…). Rispetto ai propri lavori precedenti, in Docile Menoventi matura una precisa posizione darwinista, una solidità analitica e una ritrovata grazia, che rimanda ai toni misteriosi di L’uomo della sabbia, arricchiti dalle note assurde dei primi spettacoli. La lotta per la vita non è mai venuta meno, nonostante le tante armi di distrazione di massa. E la vita è aggrappata molto più al caso di quanto si creda.

L’inizio dello spettacolo è folgorante. Uno schermo, simile a quelli che si vedono in alcuni punti vendita del superenalotto, annuncia la nascita di una nuova persona, a cui si assegna il luogo della venuta alla luce e le caratteristiche, le doti, le qualità principali (il corredo genetico). La lotteria della nascita è un concetto della sociologia e ricorda anche certe geniali intuizioni fantozziane. Non decidiamo dove nascere e nemmeno il nostro DNA. Il caso ci sovrasta. Ma anche il contesto in cui cresciamo ci travolge. La possibilità di scelta, il percorso individuale, la distinzione dagli altri sono elementi del tutto marginali nella vita di una persona. Le nostre vite sono molto più determinate di quanto si creda. L’interrogativo sulla libera scelta è antico quanto l’uomo, ma l’inquietudine sulla manipolazione è tutta contemporanea (ed è anche grazie a questo tipo di teatro che si ostina a interrogare i nostri tempi, rischiando continuamente di fallire, che è possibile decifrare con gusto gli esperimenti della miglior produzione di serie tv, in particolare il recente Bandersnacht di Black Mirror).

Così si presenta Linda: una persona apparentemente normale, ma risucchiata da una situazione patologica. Il mondo le sta creando una sorta di mutazione genetica, alla quale sembra impossibile opporsi. Argentieri interpreta molto bene tutti i personaggi, Battiston è una Linda perfetta nel restituire, senza scivolare nella macchietta, la vulnerabilità e le paure. La regia (Gianni Farina) e la drammaturgia (Farina/Battiston) creano un doppio livello di percezione. Durante il corso di empowerment il pubblico di spettatori si trova catapultato dentro all’incontro, come fossimo tutti iscritti, mentre quando la scena si sposta dal dottore, allora il teatro torna a farsi rappresentativo e a colorarsi di tinte più cupe.

La storia che Linda vuole raccontare a tutti i costi riguarda la sua infanzia, passata in mezzo ai polli ad aiutare il padre allevatore. Sembra una fantasia, ma è una pratica reale. Ai pulcini abbastanza presto viene tagliato il becco. Crescono con il becco non più a punta, ma a paletta. Gli allevatori tagliano migliaia di becchi perché sanno che tra loro i polli possono essere feroci. Capita spesso che in un gruppo di galline, venga individuata la gallina più debole (quella zoppa, cieca da un occhio o con qualche altro difetto…). Le galline con una furia incredibile si avventano sulla gallina più fragile e l’ammazzano a colpi di becco. Accade abbastanza spesso. È una sorta di autoselezione della specie. Quest’orribile immagine di sopraffazione diventa la chiave di tutto lo spettacolo. Prima raccontata poi, tramite un realismo magico dai toni assurdi, incarnata dalla stessa Linda che pare, nel corso dello spettacolo trasformarsi nella gallina condannata a essere schiacciata dal gruppo, ma anche a partorire uova d’oro. Ecco la lotta per la vita. Chi sarà disposto a farsi tagliare il becco? È naturale la sopraffazione? La cultura non dovrebbe essere lo strumento per arginare le forme di sopraffazione della natura? L’etologia, così come spesso accade anche in romanzi recenti, diventa una chiave concreta per interpretare i comportamenti umani. Linda partorisce, come in una fiaba, due splendide uova d’oro. Ma come fossimo nella parabola dei talenti queste ricchezze dovrebbero moltiplicarsi, invece sembra che il contesto remi contro e le uova non si schiudono mai. Però anche le galline protestano e i polli si ribellano, o almeno ci provano. E così ci prova Linda, che per dirla con Aleksander Blok, pur senza vedere soluzioni per l’avvenire, dice “no ai giorni del presente”.

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