menu Menu
Te, che vuoi? Ovvero Amleto Take Away di Berardi Casolari
di Rodolfo Sacchettini pubblicato in Recensioni il 27 Gennaio 2019 0 commenti 5 minuti di lettura
Stanno tutti male: il debutto di Goretti, Cenci e Colapesce Articolo precedente Realismo magico padano. Sister(s) di exvUoto Teatro Articolo successivo

Con i polsi legati e la testa reclinata sul petto, l’Amleto di Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari sembra un Cristo in croce. Si respira aria di martirio e di sacro, ma è solo per un attimo. Giusto il tempo di capire che al posto della croce c’è un piccolo teatrino, che i polsi sono annodati a un sipario e che tutto quanto potrebbe essere portato a spalla in qualche processione del sud. Amleto Take Away è probabilmente lo spettacolo più maturo della coppia Berardi-Casolari, proprio perché trova il giusto equilibrio tra costruzione teatrale ed espressività attoriale, tra reinterpretazione del mito e inserti biografici. Berardi è, dell’ultima generazione, tra i pochi attori che portano avanti la tradizione eroica dell’attore-autore del nuovo teatro italiano: prendere i classici, farli a pezzi, mangiarli e poi risputarli fuori, più vivi che mai. Tra i riferimenti diretti ci sono naturalmente i giganti: Carmelo Bene e, in particolare, Leo de Berardinis. A tratti esplosivo ed energico, poi viscerale e gigione, e al tempo stesso quasi handicappato e buffone, l’Amleto di Berardi è una dissacrazione continua. Tutto lo spettacolo risulta spudoratamente sarcastico, ironico, a tratti greve. Anzi, se volessimo essere sinceri, Berardi è tra i pochissimi attori che riesce a sostenere una dinamica che sarebbe sbagliato definire popolare, ma che rimanda piuttosto a quel miscuglio di proletariato e piccola borghesia, diffuso nella provincia italiana, vulnerabile alle grandi mutazioni (la televisione, il web…), schiacciato dai grandi poteri, disperato, un po’ cinico, dall’umorismo, appunto, a tratti greve. Certe espressioni e alcune immagini possono stare solo in bocca a Berardi. Ci sono piccole volgarità, giochi di parola naif, continue cadute di stile, che funzionano però non da inciampi, ma piuttosto da piccoli ostacoli che permettono all’attore di saltare continuamente e poi si trasformano in veri trampolini per elevarsi e poi andare giù, e quindi scalare nuovamente la scena, aggrappandosi a volte all’arte teatrale, alla poesia, al pathos o all’energia del corpo.

Non tutto funziona allo stesso modo, anche perché si ha come l’impressione che ogni sera lo spettacolo abbia dei margini di cambiamento notevoli, perché l’attore cerca continuamente il pubblico, come un imbonitore, un provocatore, un intrattenitore. Il teatro viene esaltato per la sua dimensione del qui e ora, della relazione speciale con lo spettatore. In fin dei conti anche il titolo, a mo’ di sberleffo, rimanda a un contatto diretto con il pubblico. Perché è vero che Amleto è come un pasto da caldo da portar via, un take-away, qualcosa di pronto, una soluzione di emergenza. Però sul palco l’inglese suona alla stessa maniera del dialetto pugliese: “take away” si trasforma in un “te che wèi?”, cioè “te che vuoi?”, rivolto al pubblico.

Il pathos della tragedia shakesperiana non è abolito. Tutt’altro, ma la strada che si percorre è quella parodica e tragicomica. Poi però il sentimento – moderno e difforme, tipico della storia attoriale del nuovo teatro – appena cresce e si esalta, viene inchiodato da un gioco di parole: “Sentimento? Senti? Mento!”. Anche quando si arriva al monologo per eccellenza, il dubbio amletico si trasforma in “To be or Fb?”, riferendosi a facebook e ai social. Vale a dire: essere o apparire nel mondo virtuale, nella realtà di sole immagini? Sembra che si faccia una sorta di riscrittura “2.0” del sublime e dissacratorio monologo di Petrolini, dove ci si chiedeva perché Amleto, sostanzialmente un depresso che “per diporto va al cimitero”, non sorridesse alla vita. Il presente di Berardi abbraccia internet, la pornografia, gli incontri occasionali… Così lo spettacolo deborda e fuoriesce dagli argini prendendo la direzione del presente più prossimo, dei comportamenti sociali di oggi, della disumanizzazione delle tecnologie. E a tratti viene in mente un altro pugliese, l’attore comico italiano oggi senz’altro più talentuoso, il Checco Zalone dei film e degli sketch, capace di inventare un’infinità di stupidaggini irresistibili e di sostenerle con una smorfia o un gesto. Nel caso di Berardi l’atteggiamento spaccone e irriverente, riequilibrato continuamente da un’autoironia crudele che non risparmia la sua quasi totale cecità e l’intera sua biografia, riesce, anche grazie al lavoro drammaturgico e registico di Gabriella Casolari, a tenere tutto assieme.

I punti più alti sono quando all’improvviso dal castello di Elsinore, ci ritroviamo di colpo nel tinello di casa, a Taranto, con il babbo operaio dell’Ilva e la famiglia seduta attorno alla tavola. Il punto di vista è di un ragazzino, che ci racconta delle ciminiere della fabbrica come fossero le narici di un drago, e della polvere mortale come fosse sabbia del deserto dell’Arizona. Poi dalla provincia di Taranto ci spostiamo a Londra, dove un luminare della scienza diagnostica al bambino la malattia agli occhi con la condanna a una quasi completa cecità. Poi il ritorno a casa, la forza e l’allegria con le quali nonostante le avversità si cerca di andare avanti, la scelta del teatro contro tutto e tutti… È un Amleto disperato, quasi pazzo per allegria e voglia di vivere. I dubbi rimangono, ma sono fatti a pezzi da questa fame che Berardi riesce a trasmettere in scena. È un bene che Berardi abbia vinto il Premio Ubu 2018 come “miglior attore” italiano, perché è una voce solida che si aggiunge non solo alla scena teatrale, ma al racconto della provincia italiana, alle mutazioni degli ultimi decenni. Non è forse un caso che certe storie marginali, mescolate a intensità emotiva ed esposizione del corpo dell’attore, provengano da uno dei punti più lontani del nostro paese, dal quel tacco che, un tempo si evocava come il “sud del sud dei santi”, e oggi assume la forma della provincia brindisina cantata da Oscar De Summa o della città di Bari urlata da Licia Lanera, dal Salento racconto da Mario Perrotta o infine della provincia tarantina travolta, appunto, dalla risata di Berardi.

Condividi questo articolo
  • 189
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Berardi Casolari


Articolo precedente Articolo successivo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Cancella Pubblica il commento

keyboard_arrow_up