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Siam pronte alla merda (l’Italia chiamò)

di Giulia Damiano

È in arrivo il 3 aprile una nuova newsletter ospitata da Altre Velocità. Cracker nasce dalla necessità di fare uscire, ogni tanto, il teatro dalla sua bolla di risonanza, portando i suoi temi e le sue rappresentazioni a interagire con la cultura in senso ampio, ampissimo. Vuoi parlare di teatro senza parlare di solo teatro? Iscriviti alla newsletter da prendere a morsi »

A dieci anni dal debutto, La merda di Cristian Ceresoli con Silvia Gallerano torna iniziando il suo “10° anniversary tour” il 3 marzo 2022 a Bologna, al Teatro Duse. Lo spettacolo, acclamato da pubblico e critica, pluripremiato, tradotto e portato in giro per il mondo, non pecca di vanità, di già visto o di scaduto. Una merda che non scade, rinnovata dal consumo attuale: una merda tutta italiana, rappresentata in modo eccelso.

Non la fama di uno spettacolo che non conoscevo, né l’interesse nei confronti di una trama che non ho letto, mi hanno spinta ad andare a vedere La merda. Sono andata per fiducia: mi hanno detto “Giulia, vai” e sono andata, ma non sapevo che fosse diventato un cult, rimanendo in circolazione dopo dieci anni. L’ho visto come si leggono da piccoli i racconti di Gianni Rodari: li apprezzi, aiutano a dare forma al tuo immaginario, alla tua creatività, stimolano la tua inconsapevole e ancora potenziale coscienza critica, ma non sai questo Gianni chi sia, né ti interessa saperlo a quell’età.

Con un simile spirito di inconsapevole giovine ignorante in questo mondo che è il teatro, il 3 marzo mi faccio strada, con il mio biglietto, tra l’orda di persone che affolla il foyer. Mi siedo e una ragazza molto loquace comincia a parlarmi dichiarando la sua gioia nello stare lì seduta, per la prima volta al Duse, a guardare uno spettacolo di cui, come me, non sa proprio niente. Giada mi dice che lei “queste cose” le studia, che le balconate sono fatte anche per il suono che gira, che vuole scrivere una tesi sul teatro orientale e che loro, gli orientali, non hanno un palcoscenico o comunque non una quarta parete; e guarda noi pronte a visionare la merda da queste comode poltroncine rosse. Mi chiede cosa studio, le dico “scienze politiche”, mi chiede “cosa c’entra col teatro?” e le rispondo qualcosa come “il teatro e la politica sono rappresentazioni, in politica osservi l’arena sociale, la giudichi, ti lasci influenzare, la ri-giudichi e decidi da qui: da queste belle poltroncine rosse”. Si spengono le luci, cala il silenzio.

La merda è una tempesta di risate davanti a una donna e il suo flusso di coscienza, vestita dei propri traumi, lasciati uomini e donne simili a quelli che, da sotto il palco, dal buio della platea e dei balconcini, ne ridono con tuonanti risate. Un ciclo simile a quello della digestione. La protagonista, unica sagoma in scena, seduta, quasi raggomitolata tra i suoi presunti rotoli di pancia, le sue “problematiche cosce” e quegli stigmi che le si sono attaccati nel tempo e che adesso, come fossili, riemergono e vengono esposti in quel museo che è il palco. La scena è vuota, buia, scarna. Al centro, illuminato da una luce fredda, una sorta di sgabello abbastanza alto e largo da lasciar muovere, da seduta, una figura nuda, dalla voce mutevole e dai capelli raccolti in due piccole crocchie agli estremi della testa, una bambola. Da sopra lo sgabello, con i riflettori e le attenzioni puntati sul suo corpo, quella sagoma rosea dall’età indefinita ripercorre alcune delle sue esperienze di vita segnate dal consumo e dal consumismo, dalla maschilità e dal maschilismo, dal patriarcato. Patriarcato che comincia da suo padre, un uomo piccolo, un padre pinguino che mette fine alla propria vita, “all’improvviso”, quando lei aveva tredici anni. Il padre muore suicida buttandosi sotto un treno; il corpo in pezzi viene raccolto in una bara ancora più piccola di lui e ancora più piccola di lei.

Papà-pinguino la portava all’acquario raccontandole di come alcuni pesci maschi si accoppino con le femmine anche oltre il fine riproduttivo, di come le stuprino per chissà quale sfizio o impulso; raccontandole di come i pinguini maschi si prendano cura delle uova, covandole (omettendo che lo fanno mentre le femmine vanno a cercare da mangiare); e raccontandole di come i polpi arrivino a mangiarsi i tentacoli. Pensa così a quel suo problema delle cosce: e se le mangiasse per toglierle di mezzo?

Alla morte del padre la ragazza decide di seguire una dieta a base di mele. Mele, mele, mele. E quando non ne può più comincia con la punta dei tentacoli. E poi con le unghie, arriverebbe perfino a staccarsi le falangi per sentirsi come si sente: una donna nuova, determinata a raggiungere i propri obiettivi, a mangiarsi forse anche le cosce. Perché è così, la donna deve abituarsi. Canticchia di tanto in tanto, nel suo ripercorrere la sua vita in funzione delle varie figure maschili avvicendatesi nel corso dei suoi anni, l’inno d’Italia: la patria (e che patria), la gloria (e che orgoglio), la vittoria (avesse mai vinto una guerra), la morte (pronti, prontissimi). Ma lo sapevate che “tra quei mille che fecero il nostro Paese c‘era una donna, c’era eccome… Altrimenti sarebbero stati novecentonovantanove! Ed era lì con loro a combattere. Ed erano tutti giovani e forti” e sono morti – diceva una poesia. Sulla lapide commemorativa legge “Rosalia Montmasson Crispi, unica donna nella legione immortale, ne divenne l’eroina, esempio alle donne italiane di maschie virtù patriottiche e di gentili virtù domestiche”. Poco da quel tempo è realmente cambiato: quella donna eroina, cristallizzata come eccezione che conferma la regola: un mestiere da uomini quello dei Mille, di cui quell’unica donna (su mille ce l’ha fatta?) non è che una e soddisfa, tuttavia, le “gentili virtù domestiche”. Fatta dunque, anche lei, anche la Donna Nuova, a immagine e preferenza dell’uomo.

La protagonista, da “donna nuova”, vuole diventare un’attrice. Ottiene un provino per una pubblicità contro la violenza sulle donne, ma per soddisfare le richieste del regista dello spot deve ingrassare. Così comincia a mangiare, mangiare di tutto e continuamente. Deve inoltre trattenersi dal defecare, dal disperdere il materiale in eccesso rispetto a quello che il corpo le chiede, sopporta. Mangia, anzi mastica e ingoia, ingoia, ingoia. Finché, piena di tutto, corre in bagno, si abbassa i pantaloni, ma no! Non deve. Si alza e mentre fa per andare via: merda, merda dappertutto. La raccoglie, vuole ri-mangiarsela tutta. “Tutta la mia merda – dice – tutta la mia merda nella mia bocca”. Il suo paese nella sua bocca, gli spaghetti nella sua bocca, il sangue nella sua bocca. “Non mi fa più schifo niente”, continua. “Il sesso maschile la nostra bandiera”, ripete.

Una Marianne sbandieratrice delle nostre ipocrisie consegna uno spettacolo sul consumismo, sull’omologazione culturale e sociale che già negli anni settanta denunciava disperatamente Pier Paolo Pasolini. Ma consumismo e patriarcato vanno a braccetto, si sa, sono cugini di primo grado. Il legame tra loro è di sangue e merda. Tutto ciò che si assume, si mastica e si inghiotte, nell’era dell’iperstimolazione sensoriale, non si ha neppure il tempo di digerirlo, di assimilarne le parti utili al nutrimento più che al solo spasmodico e insensato atto di ingurgitare e rigettare fuori sotto forma di merda o vomito.
Rimangiata tutta la merda, canta l’inno d’Italia: siam pronti alla morte, l’Italia chiamò! Poi scende dal suo alto sgabello e si veste della bandiera italiana per mangiarsi quegli innumerevoli, tuonanti applausi che sanno delle precedenti tuonanti risate e del solo istantaneo (e ipocrita) immedesimarsi.

Mi chiedo perché io e Giada non ridiamo e applaudiamo con disgusto. Ne mangiamo di merda nella nostra vita di consumatori e ne mangiamo ancor di più nella vita di donne. Ma ci accorgiamo di mangiare merda anziché cioccolato, forse solo chiedendoci coraggiosamente perché.

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