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Creare memorie, costruire futuri: un reportage-intervista dal festival FU ME
di Giulia Penta pubblicato in Interviste, Recensioni il 20 Agosto 2020 0 commenti 13 minuti di lettura
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Prendo il biglietto con il posto assegnato, mi igienizzo le mani, firmo, mi re-igienizzo le mani. Alle mie spalle il banchetto con le magliette del festival, quello di Libera e quello della libreria Ubik. Voglio vedere cosa si vede dietro la schiera di sempreverdi. Oltre la staccionata – mi hanno detto – da là dietro il paesaggio è ancora più bello.

Riccione-Lizzano. Per qualche ora posso prendermi una pausa dal vociare della riviera. Da quassù si vedono Cesenatico, San Mauro, Bellaria, Igea Marina e Viserba. Qui non svetta nessun albergo, nessuna insegna pubblicitaria – solo filari di cipressi.

Dal 31 luglio al 2 agosto i cancelli di Villa Silvia a Cesena si sono spalancati per accogliere il festival “FU ME – Creare memorie, costruire futuri”. Il programma, pensato dal direttore artistico Michele Di Giacomo assieme a Alex Monogawa, Neera Pieri e Valentina Montali, è dedicato al teatro contemporaneo, alla musica e ad alcuni trending topics che in periodo di pandemia si sono fatti ancora più scottanti: violenza di genere, resistenza e (il)legalità, con un cartellone che ha visto la presenza, tra gli altri, di Tindaro Granata con Antropolaroid, Valeria Perdonò con Amorosi assassini, Giulia Viana (Eco di Fondo) con Le rotaie della memoria e i concerti di Maria Antonietta, Enrico Farnedi, Lodo Guenzi e Moder. Il tutto era legato dal fil rouge della memoria: se tutto si può dimenticare, da dove potremmo partire per immaginare nuovi futuri? Forse possiamo provare da qui:

Schierarsi. Conoscere i fatti per poter scegliere quali sono le storie da raccontare.
Prendere parte. Condizione necessaria per lo sviluppo di una comunità solida.
Tramandare. Il passaggio di testimone è importante tanto quanto la sua ricezione.

Questi sono solo alcuni dei concetti chiave che durante i tre giorni di festival hanno preso vita on e off stage. Valeria Perdonò, con il suo spettacolo incentrato sulla vicenda di Francesca Baleani, interroga con grottesca ironia le giustificazioni che si celano dietro agli atti di violenza di genere: tempeste emotive e raptus imbrattano le mani di uomo alla stessa maniera di un assassino. Nella seconda giornata la compagnia Eco di Fondo, attraverso la storia di Albino Calletti, ci ricorda che «non si può essere antifascisti d’istinto», ma bisogna informarsi per comprendere che la resistenza non finisce con le pagine di storia, bensì continua a vivere nell’opposizione politica di cui oggi abbiamo bisogno più che mai. Chiude infine la tre giorni di FU ME lo spettacolo di Tindaro Granata, un monologo costruito sul modello del cunto siciliano, dove una sedia e un lenzuolo bianco bastano all’attore per farci entrare nelle trame che legano le storie dei suoi antenati. Il tutto si svolge tra Patti e Roma, tra un omaggio – a volte amaro – alla tradizione e una testimonianza privata che si fa universale. «Ricordati, Tino, la Sicilia è bella… ma la libertà è cchiù bella assai!».

Antropolaroid di Tindaro Granata (foto di Pietro Bondi)

Per comprendere la realtà abbiamo bisogno della giusta distanza. Narrare significa anche questo, rendere manifesta questa distanza, offrire un punto d’osservazione. Faccio anche io un passo indietro, mi nascondo al limitare della zona dove poltroncine in vimini aspettano di essere notate tra file di luci e lanterne di carta. I primi arrivati cominciano a prendere confidenza con gli spazi sorseggiando Birra Riminese e chiacchierando di fronte al food truck delle ragazze del Green Pepper. Supportare il territorio. È il primo argomento dell’incontro di inaugurazione con Emma Petitti, presidentessa dell’assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna, e Simona Ghizzoni, fotografa, artista visuale e attivista per i diritti delle donne. Si parla di territorio in rapporto agli interrogativi e agli obiettivi che la Regione Emilia-Romagna si è posta in passato e si pone, per far fronte al tema del femminicidio. Il punto centrale del discorso è l’indipendenza economica – un tipo di violenza di cui non si parla ancora abbastanza. Indipendenza che è la radice della formazione identitaria di ognuno di noi, ma per le donne le opportunità di inserimento nel mondo del lavoro sono ancora un problema. Denunciare è il primo vero scoglio. «Come società dobbiamo investire su una cultura di genere per creare un nuovo vocabolario», un discorso che promuova modelli femminili non stereotipati. Si sottovaluta questo aspetto – molte donne non si sentono libere di esprimere e di contribuire alla società con le proprie peculiarità perché queste ultime non sono riconosciute quando non soffocate.

Valeria Perdonò in Amorosi assassini (foto di Pietro Bondi)

Il 28 luglio è morta Diana Russel: aveva coniato la parola “femminicidio”. Femminicidio o femicidio? Valeria Perdonò nel suo spettacolo Amorosi assassini chiede che differenza c’è tra queste due parole. La violenza di genere non ha niente a che fare con l’amore. Il 5 settembre 1981 la legge 442 ha cancellato dal codice penale italiano il delitto d’onore e il matrimonio riparatore: se oggi non esistono più attenuanti per il femminicidio, gli stereotipi che vestono il fenomeno dei femminicidi non sono anch’essi attenuanti?

La diffidenza è il primo sentimento che si instilla alla maggior parte delle bambine. Le piante e gli animali ci insegnano una lezione perché loro non hanno bisogno di dimostrare niente a nessuno. Esistono e basta. Maria Antonietta si confessa tra un brano e l’altro. Pelle diafana e capelli rossi, somiglia a una rosa anche lei – per conoscerne le spine ho tra le mani il suo libro Sette ragazze imperdonabili.

Il concerto di Maria Antonietta (foto di Pietro Bondi)

Ogni giornata di FU ME si è chiusa con un concerto dagli stessi colori tematici degli incontri e degli spettacoli che lo hanno preceduto – per ogni persona presente ci sarà stata una parola o un’immagine diversa con la quale ricorderà questa tre giorni. Nel buio di fine serata, spenti i tramonti e l’azzurro tra i cipressi, una spada ha risuonato nell’aria – collisione con un metallo:

Non comprarmi un Impero, / un animale da addomesticare, / neanche le onde o una scusa migliore. // Non voglio niente da te.

– Maria Antonietta, Sette ragazze imperdonabili, Rizzoli 2019.

Se Sylvia Plath non si fosse suicidata l’11 febbraio del 1963 scriverebbe così – abitata da quella sorellanza che ha inaugurato la prima giornata di un festival a cui auguriamo lunga vita.


Alla fine del festival, abbiamo dialogato con il direttore artistico Michele Di Giacomo perché ci restituisse le prime impressioni a caldo su questa prima edizione.

La tre giorni di FU ME si è conclusa con una serata dedicata all’(il)legalità e all’urgenza di ri-apprendere a tramandare storie: FUturo e MEmoria. Il 2 agosto era tra l’altro anche l’anniversario della strage di Bologna. Penso a una parola chiave che è stata più volte nominata dai volontari di Libera Contro le Mafie: “informazione”. Nel 1980 il ministro dell’interno Virginio Rognoni parlò di “esplosione accidentale” e la parola più usata dai media fu “sciagura”. Oggi l’informazione di qualità è a rischio, ci sono molta confusione e diffusione di notizie false e strumentali. Il teatro è invece luogo popolare di un’informazione dai ritmi umani, dunque lenti, in contrapposizione con la frenesia da scorrimento di titoli. Un luogo nel quale ancora pochi giovani cercano risposte e domande. Come si può trasformare questa diffidenza in curiosità attraverso un teatro che si fa veicolo di informazione, quella vera? Perché hai cercato di imboccare questa strada con il format scelto per FU ME?

«Avvicinare i più giovani al teatro non è facile. La comunità teatrale in Italia lavora da anni su questo, cercando di accorciare quella distanza che si è creata tra teatro e comunità. Con FU ME ho pensato a un evento in cui questa distanza fosse ridotta al minimo. FU ME voleva essere inclusivo, informale, un luogo per tutti dove ci si sentisse accolti ma non per questo rinunciando allo spessore delle proposte artistiche e alla qualità. Ho cercato di trasformare un’evento teatrale in un’occasione di riflessione, racconto e informazione, perché credo che sia questo il ruolo del teatro nella società, offrendo stimoli e linguaggi diversi (spettacoli teatrali, concerti, foto, libri, la presenza di associazioni) che fossero in grado di attirare in quel luogo pubblici diversi, età diverse. La scintilla sembra sia scattata: si è sentito un senso di comunità e di benessere in chi ha abitato FU ME, abbiamo visto giovani e meno giovani e per questo io e lo staff siamo felici. La tematizzazione delle serate ha aiutato e proseguiremo certamente con questa formula anche il prossimo anno».

Il teatro ha un legame e una restituzione particolare della memoria rispetto ad altre forme narrative. Come la descriveresti?

«La forza del teatro è quella di creare un legame emotivo con gli spettatori tramite una presenza non veicolata da altri mezzi. Siamo abituati a comunicare tra noi e fruire i racconti con mezzi digitali: schermi, chat, social network. Il teatro al contrario si riappropria della spazio fisico e reale, implica una presenza dal vivo tra attori e spettatori che non si può eludere e che quindi compromette sia chi sta sul palco sia chi sta in platea. In quello spazio di mezzo, sempre diverso, unico e mai ripetibile, avviene il teatro. È lo spazio in cui si emoziona assieme, si riflette, si ride, si piange, che trasforma lo sguardo in empatia, uno spazio umano che dobbiamo difendere».

Nel corso della tre giorni si sono alternati ospiti provenienti da ambienti diversi, che portano avanti battaglie diverse: la violenza di genere, la violenza tout court, la mafia, l’importanza del conoscere il proprio territorio per potersi aprire all’altro, per potersi sostenere. Storie di cronaca si sono alternate a storie dimenticate o mai raccontate, a storie di famiglia, confidenze intime identitarie e spirito di comunità. Se dovessi dirmi in breve che cosa ha accomunato la diversità di temi e modalità di narrazione, quali parole sceglieresti?

«Tutte le presenze del festival hanno contributo a un solo grande racconto, formato da pagine, linguaggi, persone ed età diverse, è vero, ma unito da un filo che abbiamo dato noi: il tema. Molti artisti stimolati dalla modalità del festival hanno proposto qualcosa apposta per noi, adattando i loro lavori: Maria Antonietta ed Enrico Farnedi con Lodo Guenzi, per esempio. Questa riposta entusiasta ha creato un energia unica: chi è venuto a FU ME si è messo in qualche modo a servizio del racconto, non rinunciando però alla propria personalità e prendendosi il proprio spazio. Ecco che l’eterogeneità dei linguaggi si è fatta armonica, una ricchezza semplice che ha unito più che diviso. Era questa l’idea di FU ME, offrire al pubblico stimoli diversi tra loro: così c’è chi è rimasto colpito dall’incontro e chi dallo spettacolo, chi dal concerto e chi dalle installazioni, ma ognuno a fine serata spero si sia portato via un pezzo di FU ME, dei ricordi o meglio delle memorie, che hanno lavorato in qualche modo dentro di sé».

Questa prima edizione è stata speciale perché ha unito il mondo dell’arte con il mondo delle associazioni. Ciò che non si racconta viene dimenticato o passa inosservato. Ho sempre visto il teatro come una lente di ingrandimento, una dimensione dove l’empatia con le storie d’altri si amplifica – forse è per questo che a molti “fa paura” il suo farci sentire colpiti in petto, spinti al confronto, senza scampo… Cosa ti ha spinto a coinvolgerle?

«Sono molto vicino al mondo dell’associazionismo, in qualche modo vedo nel loro lavoro finalità simili a quelle del teatro e dell’arte. Anche loro come noi lavorano sulla comunità, verso e con una comunità, e come il teatro contribuiscono al “bene comune”. Era importane per me la loro presenza, che si raccontassero i progetti e le iniziative che svolgono sul territorio, dare anche a loro uno spazio».

La partecipazione è stata tanta, così come la gioia di fare nuovamente esperienza del senso di comunità e partecipazione che il teatro sa e continua creare in nuove forme. Che cosa ti ha insegnato il lavorare alla creazione di questo festival in un periodo così delicato? Sono nati spunti per progetti e collaborazioni future? Criticità e riscontri?

«Sono molto soddisfatto di questa prima edizione e sono felice di averla svolta in questa estate. Noi artisti siamo rimasti fermi per mesi e il futuro per noi è ancora incerto. Per molti è stata una prima occasione di rincontrare il pubblico. Anche per questo ho voluto realizzare FU ME (nonostante esordire in questo tempo sia stato molto complesso), sia per la comunità artistica che per il pubblico. Perché si comprendesse che teatro, musica e arte non sono accessori superflui ma lavori, mestieri, competenze che contribuiscono alla crescita della nostra comunità. Mi porto a casa un senso di comunità forte tra noi artisti, preziosa, che mi ha commosso e la conferma che le persone hanno voglia di partecipare, di cultura, di bellezza e che non ci deve spaventare lavorare in questo senso».

Che cosa prendi e che cosa lasci dopo questa prima edizione di FU ME?

«Mi prendo i bei messaggi di chi ha partecipato: degli ospiti e degli spettatori. Mi prendo la generosità e la competenza degli altri due organizzatori, Alex Monogawa e Neera Piera, senza il cui lavoro FU ME non sarebbe nato, e della responsabile tecnica Valentina Montali, oltre che il lavoro dei volontari e la fiducia degli sponsor. Mi prendo la soddisfazione di avere un’amministrazione comunale che ha creduto in FU ME: credo sia prezioso avere persone sensibili e coraggiose a guidarci. E lascio poco. Nonostante non sia da me, credo che in questo caso sia giusto lasciare il tempo delle critiche a un dopo. Ora è giusto lasciarci negli occhi i ricordi di bellezza, che ci guidino loro a una nuova e migliore edizione».

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