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Prometeo è uno di noi. Intervista a Pau Palacios (Agrupación Señor Serrano)
di Ivana Damiano Francesca Lombardi pubblicato in Interviste il 28 Marzo 2021 0 commenti 6 minuti di lettura
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È possibile costruire uno spettacolo politico per un pubblico di bambini? Secondo la compagnia spagnola Agrupación Señor Serrano sì, ed è anche divertente. Ripercorrendo il mito di Prometeo, l’attore e regista Pau Palacios illustra le implicazioni filosofiche e politiche di questo antico eroe – punito per avere rubato il fuoco agli dei – a un ristretto pubblico di bambini collegati tramite Zoom. Temi come giustizia, pena, verità e potere si susseguono indisturbati in un racconto leggero ma profondo, in cui il giovane pubblico viene interrogato e incoraggiato a informarsi, a costruire un pensiero critico autonomo.
Abbiamo fatto una chiacchierata con Palacios per comprendere quale esigenza ha portato la sua compagnia a realizzare lo spettacolo online Olympus: Prometheus e quali difficoltà ha incontrato nel processo di creativo.

Cosa vi ha spinto a partecipare al bando Residenze Digitali? Avevate mai pensato di lavorare col digitale prima della pandemia?

«Il progetto che abbiamo presentato al bando era stato inizialmente pensato per essere realizzato sul palco, non in modalità digitale. Durante il primo lockdown ci siamo ritrovati come tutti a interrompere la nostra attività teatrale e abbiamo così pensato di riprendere l’idea di raccontare i miti greci da un’altra prospettiva più particolare, tramite il digitale. A noi non piace il teatro online: abbiamo assistito come pubblico a performance e spettacoli, ma ci è mancata molto la sensazione di vera diretta.
La pandemia ha messo in crisi il senso della diretta, l’intenzione di condividere uno spazio e un momento, avendo la sensazione che ciò che è rappresentato in scena è fatto lì esclusivamente per te. Per questo abbiamo pensato che fosse necessario avere pochi spettatori per poter interagire con loro, costruendo lo spettacolo in maniera partecipativa. Residenze Digitali è stato un’occasione importante per realizzare e portare avanti questo progetto teatrale, che dopo una fase sperimentale permessa proprio dal bando, ora esiste online per festival e per teatri interessati a programmarlo».

Cosa vi ha spinto a pensare a un progetto teatrale che fosse riferito a un pubblico di giovanissimi fra i 6 e gli 11 anni, che avesse come tematica i miti greci? E perché avete scelto la figura di Prometeo?

«Il motivo è che siamo genitori! Durante il primo lockdown, i bambini sono stati lasciati a loro stessi in uno stato di totale abbandono, senza essere stati presi in considerazione dalle misure governative. Anzi, sono stati quasi etichettati come minaccia per i genitori e per i nonni, e si è messa sulle loro spalle una pressione ingiusta. Abbiamo quindi voluto fare qualcosa per un pubblico infantile, per poter offrire ai bambini l’opportunità di sentirsi protagonisti benvoluti. Il target scelto ci sembrava giusto, perché a quell’età le fiabe suscitano un certo fascino e svolgono un ruolo significativo. Abbiamo voluto riprendere la tradizione dei miti greci non per riferirci al passato, ma per mostrare la complessità della narrazione mitologica, fatta di diversi punti di vista, di molteplici azioni, di giochi di specchi tra passato, presente e futuro. Ha senso parlare di miti soltanto quando ci permettono di riflettere sull’attualità e sulla contemporaneità. Prometeo ci sembrava il personaggio mitologico più adatto a essere trattato, anche mettendolo in relazione con la figura di Julian Assange. L’intenzione è di comporre una serie in tre volumi, con personaggi e tematiche differenti».

Considerando che il progetto iniziato durante l’esperienza della residenza artistica è ancora in fase di sviluppo e divenire, avete intenzione di analizzare più approfonditamente il riferimento contemporaneo con la personalità di Julian Assange, oppure l’idea è quella di lasciare ai bambini e alle bambine la libera scelta di approfondire o meno questa figura?

«Quello che abbiamo mostrato è un work in progress da sviluppare ulteriormente, considerando la doppia possibilità di fruizione dello spettacolo, cioè quella in presenza sul palco e quella in digitale online. Dalla video-restituzione dell’esperienza, essendo un estratto parziale del lavoro svolto, emerge una presentazione incompleta di Julian Assange. Il nostro obiettivo non è di raccontare la terza versione del mito, bensì interpretare la vicenda mitologica ponendola in stretta correlazione con il caso di Julian Assange, stimolando il pubblico di bambini e di bambine alla curiosità e all’autonoma ricerca di informazioni circa questo personaggio. Inoltre sproniamo il giovane pubblico a pensare in autonomia alla possibile terza versione del mito, approfondendo così la vicenda di Assange ed evidenziando gli elementi in comune tra le storie.
Nella presentazione attuale dello spettacolo, il progetto risulta essere meno lectio magistralis e più spettacolo teatrale. Stiamo cercando un equilibrio tra queste due possibilità, e ci interessa molto la corrente del teatro-conferenza perché pensiamo sia un format per bambini e per bambine inedito, che sovverte la versione tradizionale del teatrino a cui sono abituati. Quando lo abbiamo messo in scena a Barcellona abbiamo notato che ha molta presa sul pubblico, rendendolo partecipante attivo e utilizzando un modo diretto che non lo infantilizza mai».

Ritenete rischioso parlare di Julian Assange con dei bambini?

«I bambini capiscono molto di più di quello che crediamo. Anzi, le difficoltà maggiori le abbiamo riscontrate con i genitori. Noi non presentiamo la vicenda di Julian Assange pensando che sia un eroe, ma poniamo l’attenzione sul fatto che la sua vita riflette con evidenza le logiche del mito di Prometeo. Per questo motivo poniamo loro una domanda chiara: “Qualcuno che infrange le norme per dare una possibilità a qualcun altro è nel giusto o no?”. Non diamo mai una lettura riduttiva della vicenda, bensì proviamo a proporre un ventaglio di possibilità in modo tale che sia ognuno a prendere la propria scelta liberamente».

Il teatro online può avere uno spazio di autonomia e di sopravvivenza nel tempo, anche andando oltre questo preciso momento storico, oppure secondo voi rappresentata un’esperienza momentanea sulla scena teatrale?

«Sono sicuro che qualcosa rimarrà, anzi credo che dovrebbe rimanere, apportando alla scena contemporanea un linguaggio e una logica ben precise. E questo rappresenta un potenziale creativo da valorizzare. Il teatro è insostituibile e da questa crisi pandemica il rito, che è ancora il teatro, uscirà rafforzato. Il digitale tuttavia può rappresentare un’occasione di esplorazione inedita, un’opportunità preziosa di sperimentare mezzi e dimensioni diverse, prestando particolare attenzione alla giusta retribuzione del lavoro teatrale e culturale, difendendoci dal rischio di sprofondare nella marginalità economica già assoluta. Stiamo combattendo molto per comunicare alle istituzioni e anche al pubblico che progetti di questo tipo devono essere retribuiti in modo giusto, riconoscendo il grande lavoro necessario per una produzione teatrale digitale».

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