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(foto di Malì Erotico)
(foto di Malì Erotico)

Il linguaggio adatto. Un report da Premio Scenario Infanzia e Adolescenza #2

di Flaminia Ricci

La seconda parte di un resoconto a quattro mani della Finale del Premio Scenario Infanzia e Adolescenza 2026, con descrizione e analisi degli spettacoli visti e alcune considerazioni a proposito dei linguaggi e degli interrogativi sollevati dalle opere. Qui il racconto precedente.

«Come ha fatto a trasformare tutto quello che toccava in oro?»: con le domande di bambine e bambini, raccolte all’uscita dalla sala, si conclude la prima proposta per l’infanzia della terza giornata di Scenario 2026. Le risate accompagnano Re Mida, liberamente tratto dalle Storie di Re Mida di Gianni Rodari, ideato e diretto da Flavia Gramaccioni e Léa Chanteau Eminenti. Il registro ironico e la vena satirica di Rodari prendono forma attraverso linguaggi visivi e sonori contemporanei. Al centro della scena, Massimo Bernardo Dolci interpreta un Re Mida goffo, infantile e avido, attraversato da emozioni immediatamente riconoscibili: una figura con cui è possibile entrare in sintonia, per affinità o per contrasto. Nella scena d’apertura, dodicesimo e ultimo giorno di una festa, la sua impacciata fisicità si contrappone alla disinvoltura di Bacco, interpretato da Flavia Gramaccioni, e viene costantemente ricondotta all’ordine dalla tata (Beatrice Verzotti).

È però nel binomio di goffaggine e crudeltà che la comicità assume una più inquieta dimensione politica. La figura del Re sembra evocare certe rappresentazioni novecentesche del potere, ricordandoci come oggi, sempre più comunemente, il sopruso e la violenza siano veicolati attraverso il linguaggio della spettacolarizzazione e dell’intrattenimento. La critica al contemporaneo trova ulteriore espressione nella regina, interpretata anch’essa da Gramaccioni: un personaggio apparentemente più forte, ma la cui sicurezza si fonda sulla debolezza altrui e su un’idea di giustizia fondata sulla disuguaglianza. Il suo culto della superficie trova una traduzione immediata nello schermo dello smartphone, attraverso cui filma un tutorial sulla propria maschera idratante, trasformando la scena in una caricatura riconoscibile della contemporaneità digitale. A distinguersi è infine la balia, unico personaggio capace di assumere una postura più seria, quasi moraleggiante. Anche il suo aspetto, più dimesso rispetto alla brillantezza degli altri personaggi, contribuisce a farne la voce critica dello spettacolo: è affidato a lei il compito di suggerire alle piccole spettatrici e ai piccoli spettatori l’esasperato vuoto che abita le menti di chi è accecato dalla ricchezza, mettendo in discussione la desiderabilità di quest’ultima.

(La timidezza delle chiome, foto di Malì Erotico)

Una scenografia ancora più essenziale e un ruolo decisivo affidato al progetto sonoro sono i tratti che caratterizzano esteticamente il secondo progetto della mattinata, La timidezza delle chiome di Luca D’Arrigo e Nicoletta Nobile, vincitore del Premio Infanzia di questa edizione. Al centro della scena, un dialogo insieme perturbante e commovente, capace di suscitare tanto il riso quanto il sorriso, tra un albero e un semino. Il primo, inizialmente fiorito tra i rumori della città, si immobilizza progressivamente fino a trasformarsi in un albero secolare, annerito e secco: una fissità resa con efficacia dalla performer Brigida Cesareo. Di natura opposta è invece il semino, interpretato da Cristina Greco, figura errante e desiderosa di entrare in relazione, la cui spinta alla socialità viene tuttavia percepita, a tratti, come minacciosa e persino infestante. È nell’alternanza tra buio e luce, tra parola e suono, che si sviluppa questo rapporto. Un paesaggio sonoro dai timbri prevalentemente inquietanti viene mitigato dalla voce quasi cartonesca del semino, creando un contrasto capace di restituire la complessità dell’incontro. Attraverso un linguaggio scenico essenziale, La timidezza delle chiome porta così al centro temi delicati come l’identità, il radicamento e la possibilità dell’incontro con ciò che percepiamo come estraneo, affidando proprio al suono il compito di amplificare le tensioni e gli avvicinamenti tra i due protagonisti.

Punta e clicca! – Storia di un’amicizia a pixel di Piccola Compagnia Impertinente è l’ultimo corto della mattinata dedicato all’infanzia, un progetto incentrato sulla delicata e urgente riflessione sul rapporto tra infanzia e tecnologia. Il titolo rimanda, in effetti, proprio a quell’attività cui bambini e bambine nati tra gli anni ’90 e i 2000 si dedicavano davanti al computer, aprendo il programma “Paint”. Curiosa è la scelta di indagare il rapporto tra questi due mondi – quello umano, interpretato da Asia Correra, e quello tecnologico, interpretato da Mario Mignona – attraverso un apparato tecnologico, e quindi scenografico, spostato indietro di vent’anni. È infatti un vecchio modem, e non un tablet, a tendere una mano d’aiuto alla bambina, arrabbiata con il mondo dei suoi pari e degli adulti, a rintracciare una possibile strada dove la sua energia è compresa, e le punte delle matite restano intatte senza essere spezzate dalla rabbia. Qui la tecnologia compare come un linguaggio che offre un’alternativa, un mezzo espressivo altro, come spesso succede anche nella realtà. Resta una domanda di fondo su quanto i bambini nati con l’avvento del touch si possano essere immedesimati in questo dispositivo, ormai desueto.

Spetta alla compagnia Chandrama aprire l’ultimo pomeriggio dedicato agli spettacoli in gara per l’adolescenza. Un linguaggio vivace ed eclettico caratterizza il progetto Jo come Jo, che sceglie consapevolmente un registro vicino alla generazione attuale. Il teatro fisico, vestito di nero, scorre come un bignami di storia, attraversando diverse epoche a partire dall’Antica Grecia, salvo essere interrotto di tanto in tanto da riferimenti come «se ti piace, metti like», che introducono il formato del «contenuto social», ampiamente utilizzato nel corso dello spettacolo. È proprio un’ultima interruzione a condurci nella storia di una persona gender fluid socializzata donna, difficile da inserire nelle narrazioni tradizionali, che comunemente lasciano poco spazio a identità che sfuggono alle categorie di genere più consolidate. Attraverso l’inserimento di reel e proiezioni, lo spettacolo prosegue così interrogando i temi dell’apparenza e del conformismo, intrecciando una dimensione personale e una collettiva.

Di natura profondamente diversa è la proposta che chiude l’undicesima edizione del Premio Scenario Infanzia e Adolescenza: In Limine 200 bpm del Collettivificio, vincitrice della menzione speciale, anche per la scelta coraggiosa di confrontarsi con un classico, anziché con un tema dichiaratamente contemporaneo. Le spettatrici e gli spettatori si ritrovano, incredibilmente, al 430º anniversario del matrimonio di Romeo e Giulietta: ora invitati alle nozze, ora spettatori, in una dimensione lievemente onirica, delle vicissitudini attraversate dai due amanti. Ma è soprattutto il modo in cui il classico viene sottoposto a una radicale riscrittura scenica a distinguere la proposta. Una vera e propria “struttura concertante” non si limita infatti a fungere da medium drammaturgico, ossia da dispositivo attraverso cui la vicenda viene raccontata: diventa essa stessa materia e soggetto della scena. La trasposizione insiste così non soltanto sul contenuto della tragedia shakespeariana, ma sulla materialità del suo linguaggio, sulla cadenza della parola, sulla metrica, sulla sua intrinseca musicalità. Il significante shakespeariano viene dunque isolato, rilanciato e trasformato in una partitura ritmica e sonora che attraversa rap, trap ed elettronica contemporanea. In definitiva, si ha la chiara sensazione di assistere a uno spettacolo adolescenziale – non nella sola accezione anagrafica, ma in quella condizione liminale alla quale ogni individuo adulto, ciclicamente, può tornare ad appellarsi. In questo senso, i 200 bpm della musica elettronica diventano la traduzione sonora di una sensibilità che corre, eccede e non trova ancora un punto di equilibrio: quella, appunto, che In Limine riconosce essere propria dell’adolescenza.

(Baladam B-Side, foto dal sito del premio Scenario)

Si è giunti al pomeriggio del 31 agosto, giornata di chiusura e di premiazione. Nell’attesa dell’inizio dell’evento, ripercorrendo le proposte presentate, emerge una domanda: cosa significa oggi, nel nostro mondo, fare teatro per l’infanzia e per l’adolescenza? E, soprattutto, quali di questi spettacoli possono davvero incontrare bambine, bambini e adolescenti, e quale linguaggio può essere più capace di raggiungerli? È forse più comunicativo riavvicinare il pubblico giovane alla verità dei miti e dei classici, per far emergere esperienze che continuano a essere comuni all’umano – l’amore, l’avidità, il desiderio, il bene e il male – oppure partire da temi che appartengono più immediatamente al presente, come la tecnologia, l’identità e il genere, provando a parlare una lingua già riconoscibile? O ancora, scegliere una via più laterale e inattesa, come quella di due alberi che parlano, per ricordare che il naturale e l’umano appartengono, in fondo, allo stesso universo?

Non esiste una risposta univoca. Le domande che bambine, bambini e ragazzi ponevano sul finire degli spettacoli restituivano, innanzitutto, la loro attenzione di spettatori e spettatrici: la capacità di abitare ciò che accadeva sulla scena con curiosità, di entrare nei dettagli, di interrogare ciò che avevano appena visto. Ed è forse proprio qui che si trova il compito degli adulti. Come ha ricordato il talk finale, Contro l’infanzia, a cura di Baladam B-side, non si tratta di costruire opere che semplifichino il mondo per renderlo accessibile ai più giovani, ma di scrivere opere d’arte all’altezza di chi le guarda. Evitare le scorciatoie retoriche, che spesso finiscono per essere colluse con il potere; scegliere le parole giuste, senza avere paura di usarle oltre le consuetudini; avere il coraggio di partire da un semplice «come stai?», senza presumere di conoscere già la risposta. Forse, allora, fare teatro per l’infanzia e per l’adolescenza non significa trovare una lingua semplicemente adatta a loro. Significa piuttosto prendere sul serio il loro sguardo, offrirgli opere complesse e lasciare che siano loro, poi, a trovare le domande.

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