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(foto di Stefano Vaja)
(foto di Stefano Vaja)

“Noi siamo un minestrone” delle Ariette. Immagina una domenica di marzo…

di Lorenzo Donati

È una voce scura, canta di un nuovo giorno, di una nuova vita che fa sentire bene. Al Deposito Attrezzi, sulle colline in Valsamoggia alle Ariette, anche le gemme incipienti preannunciano l’arrivo di nuove stagioni, Stefano Pasquini e Paola Berselli ci accolgono con sorrisi che scaldano la domenica di marzo eppure qualcosa sembra mancare. Siamo seduti su panche ai lati nello spazio teatrale, ci vengono offerte ciotole vuote ma ugualmente siamo invitati a dissetarci. Al centro sta un grande fornello da campo, spento, con sopra un pentolone. Parte un “gioco” di mimo fra attori e spettatori: veniamo invitati ad aggiungere il sale, a disporci in alcune postazioni per tagliare le verdure e poi a rimestare il composto in cottura nel brodo. Solo che non c’è nulla dentro la pentola. Sorridenti e divertiti, tutti stiamo al gioco. Imagine non è solo il sottotitolo di Noi siamo un minestrone [imagine] ma anche una scritta sul fondo: immagina se non ci fosse niente per cui uccidere o morire, scriveva John Lennon nel ‘71.

Nei primi mesi del 2026 è qualcosa di semplicemente inimmaginabile, sarà anche per questo che la mancanza diviene discorso. Paola e Stefano ci raccontano i loro ultimi anni, una maturità dove «tutto sembra ancora da fare», come se il tempo davanti a loro fosse infinito. Mentre lui parla la donna è seduta a dividere il grano dal loglio, separando i chicchi, azioni e parole sentite già altre volte, da Trent’anni di grano (2019) a Teatro di Terra (2002): frammenti che riaffiorano, come il racconto della prima volta che Stefano ha visto Paola, mentre Lou Reed confessa che ogni tanto è tanto felice, o ogni tanto molto triste, eppure non può che indugiare sui suoi occhi celesti… qui l’uomo imbraccia la chitarra e canta insieme a Lou, e noi con loro. Ora è Paola a raccontare del Covid e del ricovero del marito a Vergato, una distanza forzata dopo tantissimi anni, con dolcissime visite nel parcheggio dell’ospedale, lui affacciato dalla stanza e lei giù, a guardarlo dall’auto…. Piangi bambino, bentornato a casa, Cry Baby: Janis Joplin pare aver scritto questi versi per Paola, no?.

(foto di Stefano Vaja)


Quanti piatti han lavato le Ariette nel loro Teatro da mangiare? Si tratta del fortunato spettacolo ancora in repertorio dal 2001, dopo una proposta di Armando Punzo e Cinzia De Felice per Volterra Teatro. In questa domenica di marzo dunque non si lava nulla? Anche questa domenica, a pensarci, non sarebbe pesata così e sì, sarà anche per il vino rosso ma fra disillusione e nuovi incanti torna in mente il Guccini del ‘78 di Eskimo. Ora i gesti per preparare la cena lasciano spazio a una «scatola della memoria», un oggetto magico che se lo apri manifesta il suo contenuto, dicono. Dentro c’è una foto di Julian Beck e Judith Malina, i rivoluzionari del teatro del ‘900 con il loro Living Theatre, antimilitaristi, anarchici, pacifisti nella vita e nell’arte come in Paradise Now (1968), spettacolo che terminava con l’invito a uscire dal teatro e costruire una rivoluzione subito, nelle strade. Storie di altri tempi e biografie di chi è riuscito a cambiare qualcosa del mondo, oltre che delle proprie vite. Che fare dunque oggi, qui seduti con le stoviglie vuote e con in mano cucchiai pieni d’aria? In realtà non è poco ciò che possiamo fare e ce ne accorgiamo adesso, quando una ragazza e un uomo sono pregati di alzarsi in piedi, per immaginare ad alta voce il passato dell’altra persona. Possiamo conoscere, cantare e fare domande, poi ascoltare storie e biografie, accompagnati dai racconti di Stefano e Paola, da ricami e confessioni fusi e levigati come nei film di Jim Jarmush e Joachim Trier, o come nei testi Annie Ernaux.

Impercettibilmente inizia a stemperarsi quel sentore di ineffabile angoscia, mentre le Ariette prospettano un futuro in cui loro due non ci saranno più. Dice Paola, ed è come se ci stesse prendendo tutti per mano: gli animali resteranno in queste colline, rimarranno le bestie e le piante. Quella voce scura era di Nina Simone e ancora ci ricorda che è una nuova alba, è un nuovo giorno. Ora ci stiamo un po’ tutti guardando negli occhi, abbiamo capito che da qualche parte, magari pure qui, c’è ancora una pentola che fuma.

L'autore

  • Lorenzo Donati

    Assegnista di ricerca, è docente, critico e progettista culturale. Presso Unibo insegna Discipline dello spettacolo al CdL in Educazione professionale, Laboratorio di regia teatrale al DAMS e Nuove progettualità nella promozione e formazione dello spettatore al Master in Imprenditoria dello spettacolo. Insegna anche Teatro e formazione nel sociale al Corso di alta formazione in Mediazione Artistica Interculturale. Studia i meccanismi di “scrittura con la realtà” intrecciati con il racconto delle poetiche della scena contemporanea, il rapporto tra teatro e cura e il teatro argentino nel post-dittatura. Sta attualmente conducendo una ricerca sulle forme di fruizione emergenti (Dipartimento delle Arti, tutor Matteo Casari). Fra le sue pubblicazioni: "Scrivere con la realtà. Oggetti teatrali non identificati" 2000-19 (Cue Press, 2023) e "Aristofane nel caos del presente" (a cura di, con F. Bortoletti), n. monografico di «Stratagemmi», 48, 2025. È tra i fondatori di Altre Velocità e dal 2020 co-dirige «La Falena», rivista del Teatro Metastasio di Prato. Fa parte del Direttivo dell’Associazione Ubu per Franco Quadri, che organizza i Premi Ubu.

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