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(foto di Lorenzo Crovetto)
(foto di Lorenzo Crovetto)

Masque Teatro, iniziazione o cominciamento?

di Giulia Damiano

Qualcuno dirà, uscendo dalla sala in cui era appena terminato Voodoo di Masque Teatro, “ecco cosa mancava, il sipario!”. Entrando nel Teatro Félix Guattari di Forlì non si ha l’idea di star entrando in un teatro. Quella che sembra l’entrata di un magazzino è effettivamente lo stabile dell’ex filanda Maiani. Non un luogo in cui sembra apparire o comparire all’improvviso l’arte, come possono suggerire illusoriamente le strutture teatrali tipiche del lavoro culturale, ma un luogo in cui si percepisce un lavoro che non è edulcorato o coperto, censurato, ma, anzi, manifesto e stratificato nel tempo. Vive, il lavoro vivo. In questo teatro, memore di lavori diversi e sedimentari, il 17 e 18 novembre 2023 durante il Crisalide Festival, una figura (Eleonora Sedioli) si dimena dallo stato di quiete procedendo in un percorso intuibile ma difficoltoso. Il corpo che abita conflittualmente la scena ha vesti larghe e sporche che rimandano ad abiti da lavoro o di detenzione, e che lasciano scoperta la pelle sulla testa e lungo le gambe. Pelle tinta di sfumature argentee, esaltate dai fari posti in alto. Vediamo uno sgabello sulla destra, un albero spoglio e secco sulla sinistra e questo corpo che, con fatica, deve muoversi dall’uno all’altro oggetto, come posseduto.

La prima fatica del corpo in scena è l’alzarsi dalla seduta. Il corpo si dà lo slancio per conquistare la posizione eretta, ma la gravità, o una qualche contro-forza interiore, lo tira giù nell’accartocciata e pesante posizione iniziale. La scena si ripete per un periodo abbastanza lungo da chiedersi se la performer provi dolore nel ripetere quel violento atterrare sullo sgabello, a simulazione di un gesto involontario. Un ripetitivo suono metallico, poi crescente e variabile, segue o è seguito dalla lotta tra moto e stasi di quella che potrebbe essere persona, cyborg, zombie o simulacro dell’idea. Inizia a procedere affannosamente in avanti, reagisce agli impulsi, combatte per il controllo di sé. Ride o si dispera? Una volta arrivata sotto l’albero, la figura si spoglia nuda e in un’involuzione (o evoluzione) sembra tornare (o diventare) quadrupede. Si contorce sotto l’albero assumendo su di sé una polvere color terra di siena bruciata, che le dà (o restituisce) il colorito umano, vivo. Si ferma al suolo esanime. Non reagisce agli applausi. Luce intermittente su di lei e su di noi, sugli applausi.

Lo spettacolo dura relativamente poco: mezz’ora di angoscia in un lento, sofferto, impervio, titubante procedere, trascinarsi da un punto all’altro. Già dall’immagine che apre Voodoo, i due estremi spaziali, temporali e semantici della scena sembrano apprestare una visione sequenziale, ciclica. Le persone in sala già immaginano, già sanno cosa vedranno: spera solo, forse, in un accadimento, un imprevisto, un qualcosa che la sua mente non ha previsto, una strada diversa. Invece, quello che ci si immagina inizialmente coincide, in linea di massima, con lo spettacolo.

Verrebbe da chiedersi: se uno spettacolo, un prodotto culturale, non ci dà neppure l’illusione di un possibile taglio, uno squarcio, una rottura, uno sconvolgimento del sé che si era prima di fruirne, a che serve? E si tratta poi di fruirne? Questa attesa, quasi pretesa di cambiamento in noi con cui carichiamo l’esperienza della spettatorialità, di spettatorx che aspetta la novità, è qualcosa di “innato” oppure è una (de)formazione riconducibile al consumismo?

(foto di Stefano Scheda)

Potrebbe, altrimenti, trattarsi di una performance che voglia ragionare proprio sul processo di cominciamento (o l’iniziazione), non dando per scontata la trasformazione e il tradimento dell’idea in qualcosa che, attraverso il dispositivo teatrale, le somigli. Lo sforzo di Voodoo potrebbe, allora, stare nel cercare di rendere la fatica di tale processo, di tale lavoro, mettendoci davanti alla ridefinizione del lavoro stesso. Seguendo una tale lettura, in questo spettacolo percepiamo e concepiamo la fatica della traduzione di un’idea in scena; e nel farlo, a nostra volta, da spettatrici e spettatori, percepiamo e concepiamo la fatica della nostra traduzione della scena in un’idea. In questo senso Voodoo può parlarci del processo di estrinsecazione di un’idea o del cominciare qualcosa, non come di un’esperienza univocamente felice e liberatoria, ma del tirar fuori quel mostro intimo ma condiviso, che è l’idea, in lotta con il vuoto dell’inazione. In parallelo con la concezione di lavoro, si può pensare all’homo faber, alla scissione tra il concetto di opera, di creazione e quello di impiego e travaglio, finalizzati alla produzione e accumulazione di capitale. Così, il processo, quello dell’iniziare a muoversi, del lavorare (anche artistico), si mostra qui sofferente e discontinuo, anche impetuoso, violento.

Anche quella del voodoo è la storia di un processo, di un processo violento. La religione, originariamente limitata al continente africano e tra le più antiche al mondo, ha conosciuto, per così dire, una rivisitazione moderna. Durante la tratta degli schiavi nelle Americhe il culto si fece più oscuro e vendicativo. Da qui l’attribuzione stereotipica di cui è contaminato l’immaginario occidentale che fa equivalere il voodoo alla sola magia nera. Vittima, anch’essa, del colonialismo, la religione vuduista attuale combina elementi del cattolicesimo a quelli dell’animismo tradizionale africano.

Il voodoo in Africa è la religione ufficiale del Benin ma è diffusa anche in altri stati del continente (e non solo) a prevalenza cristiana, nei quali è nato il detto “cristiani durante il giorno e voodoo di notte”. Detto che è ancora più comprensibile se pensiamo al caso haitiano: gli schiavi africani, importati come merce nell’isola caraibica Hispaniola, venivano sfruttati nelle piantagioni di giorno, mentre di notte si riunivano in danze per richiamare i loa, spiriti che li avrebbero aiutati a sconfiggere gli oppressori e a riconquistare la libertà, offrendo in sacrificio, però, qualcuno dei loro corpi per questo tentativo di liberazione. Il voodoo è, insomma, portatore di una storia di contaminazione violenta. Ciò che può interessare ai fini dell’analisi dello spettacolo ideato da Lorenzo Bazzocchi è il momento della possessione.

(foto di Enrico Fedrigoli)

Quelli che nella narrativa e cinematografia siamo abituati a chiamare zombi, derivano proprio dai viventi resi schiavi dalla magia nera del voodoo, living dead che cedono parte della propria anima ai loa, abbiamo detto, per assolvere un qualche compito a spese della propria libertà. Per astrazione, un po’ come parlare del rapporto di lavoro: scambio diseguale che si fa sempre più pervasivo della propria vita e del proprio essere.

Potremmo affermare che l’ultima invenzione (o scoperta) del capitalismo neoestrattivista contemporaneo sia l’auto-possessione, l’impossessarsi di sé. Forse bisognerebbe domandarsi, a questo punto, oltre a che cos’è lavoro, anche che cos’è libertà. La fatica del cominciamento, ben marcata nello spettacolo di Masque Teatro, è la fatica di chi sa di essere sempre in qualche modo vincolato. La ridefinizione del lavoro e la messa a valore della fatica stanno, forse, nello scorgere uno spazio liberatorio, almeno immaginario, interno al vincolo. Vincolo che ci tiene nella morsa del ricatto dell’aspirare alla libertà nonostante la subordinazione dei corpi al lavoro. Non sarebbe, quindi, al momento possibile smettere di svendere il proprio corpo a questa traslucida trance. Un buon punto di partenza, comunque, potrebbe essere pensare il cominciamento, il lavoro, il voodoo, anche dove il teatro incontra la filosofia, anche in un teatro che è un’ex-filanda.

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Una risposta

  1. Orgoglioso per la conterraneita dell’ autrice, sottolineo che la complessità del tema sviluppato è accattivante.
    Si tratta di tema religioso, che come narrato e sviluppato teatralmente affronta il pubblico in modo insolito che lo rende o curioso e partecipe o non digeribile.

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