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Kinkaleri: l’impossibile e il banale
di Rodolfo Sacchettini pubblicato in Recensioni il 16 Ottobre 2018 0 commenti 5 minuti di lettura
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Eravamo rimasti a quella frase-titolo: My love for you will never die, come dichiarazione d’amore oggi impronunciabile. È passato solo un anno, un anno che sembra un secolo, e la frase rimane sempre più sospesa in un limbo di dubbi e sogni impossibili. Kinkaleri ripartono esattamente da lì con il loro ottavo spettacolo: Otto. Sempre al limite, inclassificabile nelle scelte, il gruppo di Scandicci si muove in libertà tra la danza e il teatro, tra le performance e l’arte visiva.

Otto parte da My love per distaccarsene subito, così diverso eppure complementare. Due lavori che pare indaghino lo stesso piano-limite seppur da due direzioni opposte. Rappresentare-negare hic et nunc? L’impossibilità del segno positivo, in un reale in cui possiamo affermare solo ciò che non siamo e ciò che non vogliamo.

La scena di Otto appare disperatamente vuota, solo una scarpa, caduta su un lato, unico elemento presente, punto nero in un quadro desolato. Entra un uomo, fa un passo e cade. Esce, passano alcuni secondi, rientra, fa due passi e ricade. La stessa azione viene ripetuta ancora con l’aggiunta di oggetti che cadono con lui, come un rotolo di scottex o un bicchiere. Entra una donna, con walkman e cuffie. Ascolta delle canzoni. Il silenzio viene rotto da questi debolissimi suoni che arrivano al pubblico in forma quasi impercettibile. La donna accenna qualche movimento, esce di scena, ancora silenzio.

Si prova a costruire, qualche passo, qualche oggetto che trova una collocazione temporanea, un uomo minaccioso disegnato su un cartellone, una bambolina che cammina, un nastro tirato in terra come una miccia per una bomba di farina. Un uomo che entra in scena con un’ingombrante tenda e un pesce. Ancora cadute. Microeventi, microscene che sfiorano la gag. Ma sono davvero pochi i secondi prima della caduta fatale, che arriva sempre inesorabile e mai delusa. Uno spettacolo di cadute e di entrate-uscite dove ogni micro-evento che si tenta invano di costruire si risolve in una caduta secca e sonora, amplificata da un forte impianto di microfoni. Entrare e subito cadere con la sensazione forte di voler negare fin da subito ogni tipo di rappresentazione.

Provare e riprovare in un tentativo vano sempre risucchiato dalla durezza del terreno, dalla base, dallo zero. Tentare di rappresentare pescando da un repertorio al limite del banale, subito percepibile, basta pensare agli esercizi classici di Cristina Rizzo o ai suoi movimenti sciolti e apparentemente casuali e alle canzoni che come flebile sottofondo, uscendo dalla cuffie, accarezzano l’udito del pubblico e che vanno da A perfect day alla stracommerciale Boy band. O ancora “La donzelletta vien dalla campagna…” (uniche parole pronunciate durante lo spettacolo), un verso consunto e logorato dall’uso e dal consumo (viene in mente perfino la pubblicità).

Tutto un repertorio anche teatrale di gag e colpi comici (come la “torta in faccia”, riformulato in un divertentissimo “la faccia sulla torta”), che rimbalzano per la scena provocando le risa di un pubblico un po’ spaurito e certo spiazzato. È la risata che sembra avvicinare, che sembra concedere qualche punto di appoggio, ma la visione complessiva rimane imprendibile. Un riso che ha di sottofondo la disperazione, il vuoto. Una risata schizofrenica che infiamma solo per brevi attimi, quasi a colmare un vuoto in cui inevitabilmente ricadiamo.

Se My love era un lavoro sul limite, una riflessione sulla durata della percezione e del come rappresentare, in Otto i problemi sembrano essere conseguenti. La rappresentazione è molto più accessibile, semplice, perché si va a pescare nel repertorio del già visto. Il problema è che tutte è concluso. Kinkaleri sembra voler mostrare e dichiarare come tutto sia già visto e ormai finito, tutto ormai stia già morendo e la rappresentazione viene negata subito nell’esatto momento della prima entrata. La caduta arriva implacabile e precisa. Un cantante davanti al microfono. Canta, gesticola esattamente come un cantante. È esatto nei movimenti, nella rappresentazione di un cantante, gli manca solo la voce. Il microfono amplifica i fruscii, il respiro, la lingua che si muove alla ricerca di un suono. Rimane questo brusio e nient’altro. È già stato tutto cantato? Non possiamo più ascoltare? A noi resta netta la sensazione di impotenza, il voler negare, negare una rappresentazione ormai impossibile.

Non c’è più neanche la dolcezza dello sguardo (presente in My love), quell’umanità sull’orlo di un baratro che rifletteva sul limite del sentire. In Otto la dolcezza scompare e tutto appare molto più distante. Perfetto nella sua apparente casualità Otto pare avere dietro di sé il nitore e la freddezza della matematica. Sembra tutto calcolato nelle entrate e nelle uscite, nelle cadute degli uomini e nell’accendersi e spengersi degli oggetti, in qui pochissimi secondi in cui c’è movimento e forse vita.

Lo spettacolo prosegue per accumulo con l’ingresso successivo di altri oggetti, con l’intersecazione degli spazi e delle linee. La volontà è quella di costruire e di riempire uno spazio che rimane estremamente vuoto e che nella sua impossibilità di costruzione si pone come cumulo di macerie. Otto, che ha debuttato al Fabbricone di Prato, è la seconda tappa di un percorso che proseguirà i prossimi mesi. Kinkaleri affrontano il lavoro col rigore e la precisione che li caratterizza, all’avanguardia nella ultimissima generazione della “nuova danza”. Si muovono agili tra il vuoto e il pieno della gag. Equilibrio precario e complesso che lascia aperta la strada a nuove sfide.

 

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