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K. Una conversazione con Illoco Teatro
di Giulia Penta pubblicato in Interviste il 29 Marzo 2021 0 commenti 11 minuti di lettura
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Una storia aperta è una storia scandita dal ritmo di domande senza risposta. K è un labirinto bidimensionale a scelta multipla creato su una piattaforma ad hoc nella quale gli spettatori possono addentrarsi per scoprire dove si nasconda Karl Rossmann, protagonista del romanzo incompiuto America di Franz Kafka. Trasformato in un gioco interattivo digitale, K nasce da un dialogo tra la compagnia Illoco Teatro – fondata da Roberto Andolfi, Annarita Colucci e Adriano Dossi – e gli studenti del corso di scenografia virtuale dell’Università La Sapienza diretto dal regista e scenografo Francesco Calcagnini.
Alla fine di K mi sono ritrovata a stringere tra le mani un prisma di piume bianche e un punto interrogativo che ho lasciato esistere. Non voglio svelare nulla dei tasselli che ho visto cadere alla rinfusa a ogni porta aperta, a ogni indizio rivelato, ma metto qui una frase che secondo me riassume benissimo questa particolare esperienza di teatro digitale:

forse è davvero punk dimostrare che sotto c’è il niente

La culla di questa frase è il nostro recentissimo presente televisivo: l’ha scritta Claudia Durastanti in un articolo su “Internazionale” dedicato a un Sanremo senza pubblico e senza rivoluzioni, ma penso si possa adattare anche alle continue attese di produzione da parte del binomio offerta-culturale nei confronti di quella fetta di artisti considerata fondamentale (in coda).

Cosa vi ha spinto a partecipare al bando Residenze Digitali di Kilowatt? Avevate già pensato di lavorare con il digitale prima della pandemia?

Annarita: «Nel periodo in cui era uscito il bando stavamo già lavorando su America per uno spettacolo dal vivo insieme ai ragazzi del laboratorio di scenografia virtuale dell’Università La Sapienza. La raccolta dei materiali – iconografici e testuali – aveva prodotto dei risultati virtuali; perciò quando è uscito il bando abbiamo ragionato su come poter sviluppare un progetto che non avesse a che fare con lo spettacolo dal vivo. Ci siamo detti di provare a pensare a qualcosa in digitale per mantenerci attivi in una fase di ricerca».

Roberto: «Prima della pandemia eravamo più che convinti che il mezzo digitale non avesse quella fluidità e organicità che il lavoro teatrale richiede. Poi durante la residenza abbiamo capito che il mezzo possiede una sua propria organicità e che ha delle possibilità non esclusivamente numeriche».

Come si sono risolti questi vostri pregiudizi?

Roberto: «Si sono risolti grazie a Kilowatt, che si è posto le domande giuste, per esempio su come i contenuti teatrali possano tradursi in digitale senza darsi la risposta del “Netflix della cultura”. Kilowatt ha creato eventi circoscritti in un tempo preciso della giornata e ha spinto le compagnie a creare dei contenuti che non fossero passivi. All’inizio c’era grande frustrazione, perché il mezzo ci appariva freddo, poi ci siamo accorti che al pari del mezzo teatrale, il digitale possiede delle regole che possono essere violate. Con “violare le regole” intendo che quando si entra in una pagina, quella fa delle cose o guida l’utente a farne delle altre – anzi, in quanto fruitore ci si aspetta già che quella pagina faccia determinate cose – e si distrugge questo schema, si mette l’utente di fronte a un qualcosa di artistico. Si crea in altre parole un effetto di straniamento».

Mi potresti fare un esempio concreto?

Roberto: «Il sito non finisce mai, ci si ritrova in un vicolo cieco di un contenuto che si ripete per l’eternità. Se non si esce dal video finale, si rimane di fronte a quel contenuto per l’eternità. Questo significa non rispettare l’orizzonte d’attesa dell’utente, mettere in cortocircuito la regola dello scroll infinito di contenuti sempre nuovi. In tal modo si pone lo spettatore di fronte alla domanda “E adesso cosa succede?”: il sito non gli indica la via di uscita, né gli propone alternative.
Un’altra violazione delle regole si basa sul concetto di irriproducibilità: il sito web non permette di rivedere lo stesso contenuto. Abbiamo voluto combattere l’ergonomia di un sito web, che solitamente è fatto per essere ultra-funzionale; noi invece volevamo infastidire il pubblico, e non proporgli un percorso con un pattern intuitivo».

Come siete arrivati alla scelta di lavorare sullo straniamento e non sull’interattività?

Annarita: «Molte cose le abbiamo capite “in scena”, facendo le prove. All’inizio ci siamo interrogati su come restituire lo straniamento e sulle varie possibilità di interattività: ci siamo chiesti come strutturare un’interattività che non ricalcasse quella del videogame, ma che fosse fuorviante. Avevamo diverse idee, ma a livello di programmazione avrebbe richiesto un tempo che non avevamo. Alla fine ci siamo concentrati su meccanismi di randomizzazione e struttura lineare, tralasciando tutto l’aspetto di interattività a favore di una proposta di esperienza».

Roberto: «Bisogna tenere conto anche degli aspetti economici. Siamo abituati a lavorare in teatro, con la materia, mentre con il digitale i costi salgono in maniera esponenziale. L’utente si muove all’interno di una piattaforma, ma i video sono caricati su Vimeo e non sul sito. La produzione di ogni contenuto è complessa perché ragioniamo in maniera teatrale, cioè modificando la materia in progress. Il lavoro digitale ha più a che fare con il cinema, dove ognuno deve scrivere tutto chiaramente e lavorare da subito con l’illustratore e il programmatore. Il connubio tra teatro e digitale è complesso anche per una diversità intrinseca: i programmatori sostenevano che alcune nostre scelte avrebbero confuso gli utenti, mentre noi volevamo proprio che non capissero. Nel settore teatrale l’ultima cosa di cui si parla all’inizio di un progetto sono i soldi, mentre i programmatori fanno l’inverso».

Quindi teatro vs automazione?

Roberto: «Tra un’America piena di scritte push, open che tutti leggono e capiscono dove devono andare, cosa devono fare, qual è la loro funzione e il mondo dove Karl vive, c’è uno scarto che ha a che fare con l’incomprensione di quest’ultimo, l’assenza di direzioni chiare. C’è quindi un parallelo tra l’America dei social network, gli americani di quel tempo e gli utenti di oggi».

Com’è stato lavorare con i ragazzi della Sapienza?

Roberto: «La drammaturgia è stata costruita sui personaggi secondari del romanzo per via della sua incompiutezza: ci siamo concentrati sul disperso. La nebbia all’inizio di K è una citazione di Rosencrantz e Guildenstern sono morti: prima di incontrare Amleto, sono persi nella nebbia perché non hanno una funzione. Allo stesso modo, tutti i personaggi che abbiamo scelto sono nella nebbia del libro abbandonato, e questo è due volte kafkiano: perché scritto da Kafka e perché abbandonato. Kafka aveva chiesto di non far pubblicare il libro, poi l’amico Max Brod era riuscito a salvare tutta la sua produzione. Brod rappresenta il legame che abbiamo noi oggi con internet – il rendere di dominio pubblico qualcosa che non sarebbe dovuto diventare pubblico».

Pensate che il teatro online possa avere una sua autonomia? Sopravvivrà nel tempo o rimarrà una glossa scenica temporanea?

Roberto: «Mi sento di darti una risposta politica in questo momento drammatico, gestito da persone non competenti come l’attuale ministro Franceschini. I contenuti online sono complessi, per questo occorre porsi domande su come ha senso fare arte e teatro in digitale. Non credo che investire milioni in una “Netflix della cultura” possa essere la soluzione, perché in quanto piattaforma passiva di contenuti accessibili in ogni momento, non è interessante neanche per noi che facciamo teatro. Si può fare teatro in digitale se pensato da persone che riflettono costantemente su questo mezzo, come hanno fatto ATCL e Kilowatt. Tutti i lavori sono pieni di interrogativi, perché nel fallimento il teatro serve a questo. Se il teatro venisse utilizzato per raccontare contenuti di storie sempre fruibili 24/7, allora guardo Netflix che lo fa molto meglio e non la prima della Scala».

Annarita: «Non è impossibile che il teatro online rimanga anche dopo questo drammatico periodo, ma bisogna prima capire le dinamiche di un nuovo linguaggio. Il processo per arrivare a un prodotto di qualità è lunghissimo e sette mesi sono troppo pochi. Ci siamo interrogati sull’abc del mezzo digitale come avremmo fatto con lo spazio, il testo e l’attore in scena. I progetti usciti dalla residenza sono tutti diversissimi: partivamo da uno stesso punto di partenza eppure abbiamo prodotto cose totalmente diverse, perché ognuno di noi si è fatto domande diverse».

E riguardo a “Ricomincio da Rai Tre”, cosa pensate?

Roberto: «Quello è cannibalismo. Il teatro è una struttura fragile e la soluzione non è il format di Sanremo riproposto per volti noti. Nessuno si è posto la domanda sul tempo del teatro. La televisione fagocita il teatro, lo trasforma in se stesso e lo ripropone in pezzi senza senso. Purtroppo credo che questo il ministero lo capisca e scelga comunque di distruggerlo. Non credo più alla questione dell’incompetenza: le persone al timone sono lì da troppo tempo per essere incompetenti, le loro sono scelte consapevoli».

Quindi secondo voi il teatro è una nicchia sacrificabile senza remore?

Roberto: «Dialogando con alcuni artisti internazionali è emerso un dato chiaro: in altri paesi la cultura è un bene primario a cui tutti devono poter accedere, quindi è de-tassata e lo Stato incide tantissimo sulle modalità di finanziamento delle compagnie. Noi invece abbiamo una serie di governanti che hanno spinto verso la privatizzazione per favorire i numeri delle alzate di sipario e delle giornate lavorative. Quanta gente entra a teatro e quante volte si alza il sipario è l’unica cosa che conta nel panorama del ministero – è un sistema che premia sempre le stesse compagnie, anzi una compagnia under 35 come noi, di fronte al Fus, preferisce farne a meno perché è una macchina che ti mangia vivo. Sanno benissimo che una grossissima parte di quello che viene fatto in Italia nei teatri è fuori dalla legge, in spazi occupati, e le giornate di prove non vengono pagate. Fanno finta di non vederlo perché fa comodo così. Prima hanno fatto a pezzi la classe teatrale, l’hanno divisa in frazioni e di conseguenza hanno fatto a pezzi ciò che veniva prodotto e poi il pubblico che ha perso spirito critico perdendo la vitalità di andare a teatro. Questo si riscontra pure nell’età media degli spettatori in Germania o in Portogallo o in Spagna e rispetto all’Italia. Il teatro è di nicchia perché è stato reso di nicchia, ma non lo è negli altri paesi. In Francia quando si fanno manifestazioni culturali in prima linea ci sono gli attori noti, non stanno su Rai 3».

Annarita: «La questione dell’audience development è un altro grande problema: per me ha alcun senso parlare di educazione dello spettatore. Il teatro è incontro e noi, in quanto teatranti, non proponiamo nulla al pubblico, ma proviamo a metterlo di fronte a qualcosa di unico di cui non potrà farne a meno».

Roberto: «Finanziare il teatro pubblico è una responsabilità politica che nessuno si vuole prendere. Cinema Palazzo era un fulcro dove si incontravano i comitati di quartiere e ora è chiuso per interessi di un privato che ci vuole costruire un bingo e perché il sindaco non si prende la responsabilità politica di dire no. A Roma, per esempio, siamo circondati da spazi invasi dalle palazzine che non diventano mai spazi pubblici. La nostra stessa compagnia fa le prove in uno spazio occupato , lo SpinTime. Facciamo anche parte di un collettivo che si chiama SpinOff – abbiamo rigenerato una sala conferenze che è diventata un auditorium con il palco. Sopra questo spazio dove facciamo le prove c’è un teatro da 180 posti ci vivono 140 famiglie, 400 persone di nazionalità diverse che sono nelle liste delle case popolari a Roma da vent’anni. Non è un complotto, sono proprio scelte e responsabilità politiche che nessuno si vuole prendere né sulla cultura né sui poveri».

Il futuro?

Roberto: «Abbiamo ripreso in mano dei progetti che senza la pandemia non avremmo ripreso. Il covid ci ha dato la possibilità anche di non essere produttivi, ci siamo visti in sala prove senza sensi di colpa se non portavamo a casa nessuna scena».

 

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