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(foto di Stella Capelli)
(foto di Stella Capelli)

Inclusivo e verticale. Conversazione con Giulio Santolini

di Caterina Baldini

È il 21 agosto 2025 e in Romagna si prepara un temporale. Pochi giorni dopo, un violento downburst abbatterà centinaia di pini marittimi tra Cervia e Milano Marittima, ma oggi, ignara di tutto, sto andando a prendere un caffè con Giulio Santolini, attore e performer. La sera prima ho assistito al suo nuovo spettacolo, Kamikaze – spero vada meglio dell’ultima volta, che ha inaugurato la rassegna Ra-dici di SpazioA Teatro, in collaborazione con il festival di danza Ammutinamenti.

Mentre guido, distratta, ripenso alla piccola platea della Vecchia Pesa di Classe gremita e rumorosa, alle risate che ancora riecheggiano. Nel frattempo, la viabilità di Ravenna non concede errori e, come una profezia che si auto avvera, rimango bloccata nel traffico di via Ravegnana. Giulio mi aspetta in un improbabile bar, incapsulato tra un supermercato e uno studio dentistico.

Kamikaze è un dispositivo scenico-ludico, in cui il pubblico al termine di ogni performance può infliggere premi o punizioni. Da dove nasce questa idea?

Parte dalla situazione di noi giovani artisti, costretti a produrre in un sistema turbocapitalistico, anche all’interno delle arti performative. L’idea iniziale era una gabbia che mi conteneva: non sapevo se sarebbero arrivati messaggi da una intelligenza artificiale che mi diceva cosa fare, oppure a scelta del pubblico. Ho poi collegato il bisogno di compiacimento al giullare di corte. Da lì mi sono chiesto: qual è il confine tra intrattenimento e cultura? Nel nostro mestiere “intrattenimento” sembra una parolaccia, un sinonimo di superficialità. Mi hanno guidato i testi di Byung-Chul Han Sano intrattenimento e La scomparsa dei riti che avevo già usato come riferimento per il mio primo lavoro, Le Baccanti – fare schifo con gloria.

È possibile stare in equilibrio su quel confine?

In Kamikaze cerco di aprire varchi di comprensione per il pubblico. Voglio creare degli spettacoli che piacciono tanto a mia nonna, quanto a chi frequenta abitualmente il linguaggio teatrale. Oggi credo che il compito del teatro e della danza sia di uscire dalla cripticità, tendere una mano verso il pubblico, creare delle esperienze sempre più inclusive e orizzontali, senza rinunciare però alla verticalità.

Mi hai parlato di riferimenti filosofici, quali sono invece i tuoi riferimenti nel panorama teatrale italiano?

Nella mia formazione sono stati fondamentali Sotterraneo con Overload e l’Angelo della Storia e CollettivO CineticO. Li vedo come due percorsi simili e quasi paralleli nel teatro, da una parte, e nella danza, dall’altra. Mi ispira la loro capacità di ridiscutere sempre la forma spettacolo, con una dose di cinismo e con un’attitudine spiazzante che mette costantemente lo spettatore in una posizione scomoda, magari creandogli addirittura una sorta di disagio.

Nella seconda performance interpreti un burattino manovrato dal suo Geppetto, il tuo compagno e tecnico di scena Daniele Boccardi. Attraverso questa figura emergono suggestioni autobiografiche, il percorso faticoso per diventare attori, ma anche tratti generazionali, le difficoltà di un artista emergente, spesso imprigionato nell’etichetta di “giovane” anche quando non lo è più. Inoltre, Il personaggio scardina una retorica molto diffusa attorno al rapporto tra teatro e politica. È proprio il burattino a rovesciare la prospettiva e chiedersi: “Se il teatro è politica, allora la politica che cos’è?”

Non faccio teatro politico nel senso di raccontare eventi contemporanei. Per me tutto il teatro è politico nel momento in cui è attivante, provocatorio, quando costringe il pubblico a reagire, lo sposta dalla sua comoda seduta. Nel personaggio del burattino c’è la critica a un certo modo autoreferenziale di fare teatro, in cui parliamo solo a noi stessi – comunità di teatranti di sinistra – senza trasformare le parole in azione. Voglio fare advocacy per il mio pubblico, raccontare cosa c’è dietro il mestiere del performer. È un tema che tornerà anche nel mio prossimo spettacolo, Monble Monble, un assolo per il 2026 con una danzatrice in scena, in sottofondo una traccia audio che ne restituisce i pensieri. Mi interessa mostrare cosa si nasconde dietro le quinte: il peso delle prove, il precariato, la fatica quotidiana. È giusto rendere partecipe il pubblico di quel lavoro invisibile, soprattutto nel mondo della danza, che riceve meno riconoscimento e finanziamenti.

Domanda secca: perché il teatro?

Per me è molto chiaro: il teatro è fare comunità. Può sembrare banale e ovvio, però nella nostra era digitale si tende a far equivalere spazi fisici e virtuali, ma la realtà è diversa. È di ieri la notizia della chiusura del Leoncavallo a Milano. Il teatro è fare qualcosa insieme, stringerci, toccarci. In Kamikaze faccio esercizi con il pubblico proprio per creare questa consapevolezza: stiamo costruendo un’esperienza collettiva. Sto pensando a una trilogia incentrata sullo spettatore. In Baccanti c’è una prima sonda che esce dal palco, in Kamikaze il coinvolgimento è più attivo; nel 2027 ci sarà l’ultimo capitolo, Noi, titolo provvisorio, in cui io e la drammaturga Lorenza Guerrini saremo solo servi di scena, coaudiuvatori di una narrazione in cui il pubblico sarà protagonista.

Forse è questa oggi l’ancora di salvezza del teatro: la tridimensionalità, stare assieme nello spazio.

Non è un caso che Quentin Tarantino abbia annunciato la sua prossima produzione teatrale perché non sopporta più che i suoi film vengano “consumati” in due secondi sulle piattaforme.

Le prime gocce delicate non lasciano presagire la tempesta dei giorni successivi. Mentre ci salutiamo ripenso a come stare in bilico, sul confine, a un pubblico complice e testimone, all’autocritica e alla partecipazione, alle comunità da costruire, agli spazi di cui riappropriarsi, a tutte le domande che non ho fatto, ma che spero Kamikaze continui ad alimentare.

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