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"Il Ministero della Solitudine", ritratto patologico della società contemporanea
di Sofia Cortecchia pubblicato in Recensioni il 20 Ottobre 2022 2 commenti 4 minuti di lettura
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Rappresentare la solitudine è un atto di coraggio. Già a partire dalla definizione del termine stesso: è qualcosa di rumoroso o silenzioso? È sinonimo di alienazione o di isolamento? Immaginate un Ministero che come funzione primaria abbia quella di prendersi cura delle persone sole. Visualizzate una fila di persone fuori da un organo statale che grida “Sono solo, sono sola, aiutatemi”. Che tipo di documenti attestano la solitudine? È un’invalidità? Ci sono condizioni prestabilite per ricevere un sussidio?

Nel 2017, nel Regno Unito, è successo che nove milioni di persone dichiarassero di provare una sensazione di solitudine e l’anno seguente la ministra Theresa May decidesse appunto di istituire il Ministero della Solitudine per contrastare il problema. Questa notizia diventa d’ispirazione per la compagnia teatrale lacasadargilla che “istituisce” il proprio ministero sul palco, dalla “natura politica sostanzialmente ambigua e tragicamente comica”. Lo spettacolo (visto al Teatro Fabbri di Vignola nell’ambito del VIE Festival) porta in scena cinque storie, cinque solitudini e cinque ruoli. Le narrazioni vengono ribaltate, incrociate, sciolte tra di loro. Il Ministero della Solitudine dei registi Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni mette a nudo i tratti della società contemporanea, mostrando le fragilità dell’essere umano e il chiaro bisogno di aiuto. Siamo di fronte allo specchio della collettività umana che vede un uomo solo, percepirsi frammentato e perduto, di fronte a una condizione che poco può cambiare, o che forse non vede, non ne ha la consapevolezza.

I personaggi si aggrappano a ossessioni e manie: sono figure “insolite”, inette, dalla personalità a tratti patologica, a tratti ironica. Ogni storia viene raccontata dal personaggio stesso che occupa quasi sempre una posizione precisa del palcoscenico. Ai lati due scrivanie, al centro vediamo un distributore di prodotti, che allo stesso tempo diventa arnia e frigorifero, i personaggi man mano lo utilizzano e lo attraversano ma durante lo spettacolo riprendono tutti il proprio posto come se il punto di partenza e quello d’arrivo coincidessero. Sullo sfondo, barre di luci bianche sembrano formare dei quadrati, che tra loro non si toccano, sono spezzate, rotte, distanti come le personalità dei ruoli in scena. La prima scrivania è di Primo, mansione: cleaner. “Ripulisce” internet da contenuti sensibili e pornografici, svolge un impiego ripetitivo e straziante. Nel tempo libero passa le sue giornate con una bambola (Marta) che porta a spasso in una carrozzina. La seconda invece è di Simone, mansione: impiegata statale del Ministero. Lei naviga tra fogli, tracce e oggetti. I due rimangono nelle parti laterali del palcoscenico. Nella parte centrale, invece, ci sono Teresa e Alma, madre e figlia. La prima dalla voce squillante, scrive un romanzo. La seconda, non esce dalla camera da letto, registra tutto ciò che sente, ode e vede. Sempre in posizione centrata, vediamo F. che non rivela il suo nome, ossessionato dal pensiero dell’estinzione umana e animale chiede al Ministero sussidi per costruire il suo alveare.

A Il Ministero della Solitudine si parla una lingua veloce, i personaggi fanno tutto rapidamente: Primo cancella i contenuti, Teresa passeggia saltellando, Simone guarda fogli, chiama al telefono, accoglie persone in ufficio, Alma registra in modo compulsivo nozioni al computer, F. si divincola per ottenere sussidi dentro e fuori dall’arnia. C’è un disagio generale: riassunto complessivo della società contemporanea che da una parte stimola un costante desiderio di vita e dall’altra, lo asfissia. Una solitudine “a colori” è stata definita dalla regista Lisa Ferlazzo Natoli, che dal verde passa al giallo, dal nero al bianco, da una euforia nevrotica ad una afasia patologica e paradossale. Viene da interrogarsi: la sensazione di solitudine è quindi sempre correlata al disagio psichico? No, ci risponderemmo, non sempre. Lo spettacolo di lacasadargilla sembra tendere verso questa direzione. La dimensione altalenante tra utilizzo di ironia e leggerezza nei linguaggi e rappresentazioni di personalità disturbate incarnate dagli attori ci lascia in una condizione di totale ambiguità, spingendoci a tornare alla domanda iniziale: in fin dei conti, che cos’è la solitudine?

(foto di Claudia Pajewski)

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  1. Molto interessante e veritiero questo articolo su una riflessione profonda di un problema a cui nessuno pensa o vuole pensare.

  2. Leggendo l’articolo mi sento partecipe di qualcosa di più grande di una rappresentazione teatrale.
    Il ritratto che ne è stato fatto suona neutro e univoco, “a tratti patologico e a tratti ironico”.

    Grazie Sofia, grazie lacasadargilla !

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