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Nel cuore di un uomo: Giobbe. Storia di un uomo semplice
di Nella Califano pubblicato in Recensioni il 27 Marzo 2019 0 commenti 5 minuti di lettura
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Roberto Anglisani con gli occhi ancora pieni di immagini torna in scena, sul palco del Teatro Masini di Faenza, ad accogliere la cascata di applausi per Giobbe. Storia di un uomo semplice, già vincitore del Premio Teatri del Sacro 2017. Ringrazia Joseph Roth per lo splendido romanzo dal quale lo spettacolo è tratto e ringrazia Francesco Niccolini, senza il quale quel romanzo non sarebbe mai diventato una narrazione. Anglisani ha tra le mani un cappello nero, lo stesso che indossa all’inizio dello spettacolo, quando prima di accomodarsi con convinzione sulla sua sedia di narratore esita a lungo, si volta indietro come vinto dal desiderio di rinunciare. Alla fine si fa coraggio: raccontare diventa un’urgenza che va al di là del timore di rinnovare la sofferenza, e prende posto. Ripone a lato della sedia quel cappello, il nostro legame concreto con il racconto che di lì a poco Anglisani lascerà fluire come una storia segreta. Una di quelle storie che si raccontano in famiglia dopo anni di misterioso silenzio, quando all’improvviso qualcuno, come se stesse aspettando quel momento da una vita, comincia: «Si chiamava Mendel Singer. Era un uomo insignificante». Queste sono le prime parole che Joseph Roth spende per il protagonista del suo romanzo.

Mendel è un uomo qualunque, un maestro estremamente devoto al Signore, povero e di poche pretese. La moglie Deborah lo considera uno stupido maestro di stupidi bambini. La drammaturgia di Francesco Niccolini, concisa e profonda, tratteggia la figura di Mendel Singer a partire da queste descrizioni che si realizzano nel corpo stesso del narratore. Anglisani è pesante sulla sua sedia, si curva sotto i colpi del destino, sopporta il peso del dolore e quello della gioia, si fa piccolo insieme a Mendel Singer, impaurito e spaesato in un mondo di giganti che incombono su di lui con le loro gioie e le loro fortune. Hanno larghi sorrisi e il busto eretto, pregano e per questo sono ricompensati. Mendel, invece, è stato dimenticato da Dio, punito nonostante sia un giusto. La moglie Deborah, alla quale Anglisani conferisce un carattere preciso e riconoscibile dal gesto della mano secco e minaccioso, ammonisce la sua arrendevolezza ricordandogli che nelle Scritture non si legge solo «contro la volontà del cielo non c’è volontà che tenga», ma anche «aiutati che Dio t’aiuta». Mendel però non ascolta e impedisce al figlio minore di ricevere le cure necessarie perché «non c’è dottore che lo possa guarire se Dio non vorrà». Mendel non ascolta e se non fosse stato per sua moglie Deborah il loro secondogenito sarebbe partito per la guerra e non per l’America. Mendel pensa che nessuna sfortuna il Signore gli abbia risparmiato: il figlio minore, Menuchim, è malato, gli altri due, Jonas e Schemarjah, troppo sani per evitare la leva, e Mirjam, bellissima, «va con i cosacchi» e per questo rende necessaria la partenza di tutta la famiglia per l’America, perché «una sventura ci pende sulla testa se restiamo». Il tempo passa, le disgrazie non cessano. Mendel al culmine della disperazione, mette in discussione la giustizia divina, si convince che Dio «solo i deboli ami annientare». Mendel vuole «bruciare Dio». Un atto estremo di protesta che nasconde il desiderio più profondo di ricevere un segno che lo rassicuri.

Anglisani riesce a mostrarci Mendel Singer con grande delicatezza, interpretandone la fragilità, l’insicurezza, la rassegnazione, i mutamenti. Molti altri personaggi vediamo prendere corpo sotto i nostri occhi grazie all’abilità di un grande narratore che ci accompagna in un altrove immaginato per sé e per noi; ma la potenza di questa narrazione sta nella capacità di Anglisani di coincidere con il protagonista, al punto che, pur distinguendo ogni singolo personaggio, abbiamo l’impressione di ascoltare solo la voce di Mendel Singer, che condivide con noi la sua storia, per l’ultima volta, prima di ricominciare a vivere dopo la riappacificazione con Dio. A questo punto si fa subito chiaro il legame con il giusto Giobbe delle Scritture, che messo alla prova dal Signore ha l’opportunità di lasciarsi alle spalle il dolore e di recuperare tutti gli anni passati nella sofferenza. E come Giobbe Mendel, attraverso un dialogo con gli amici, si interroga sulla giustizia divina e non trova macchia nella sua anima che possa giustificare una così grande punizione. È questo un momento molto toccante dello spettacolo. Anglisani riesce a dipingere la scena di un lugubre interno di una povera casa in cui si prova a sviscerare un mistero profondo: quattro voci si fanno fitte intorno al povero Mendel, che continua a rimpicciolire, è ormai un guscio vuoto, senza fede, senza desideri, senza luce. I gesti del narratore si fanno lenti, le mani sono intrecciate sul cuore, come per sostenerlo. Una musica salverà Mendel, una musica nota più alle sue viscere che alle sue orecchie. Il miracolo sta per compiersi.

Francesco Niccolini lascia emergere i tratti salienti di un romanzo ricco e complesso grazie a una drammaturgia che, sostenuta dalla narrazione di Anglisani giusta, misurata e traboccante di immagini, riesce a parlare ai nostri dubbi, alle nostre debolezze, ai nostri paradossi. Il Mendel che vediamo alla fine è un uomo diverso, finalmente maturo. Un uomo capace di ripercorrere la sua storia e di condividerla. Anglisani recupera il suo cappello nero ed esce lasciandoci con un carico di emozioni e di riflessioni sul nostro rapporto con la vita. Una storia dolorosa quella di Mendel Singer, eppure aleggia una sensazione dolce che solo l’intuizione di una speranza riesce a restituire: esistono tante vite in una sola vita, ma per poterne conoscere le possibilità non resta che fare la cosa più semplice e più complicata di sempre: continuare a vivere, sopportando il peso del dolore e il peso della gioia.

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