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(Per)formare parole. Glossario di circo contemporaneo

di Emanuele Regi, Ludovica Taurisano, Gaia Vimercati

Introduzione

(Per)formare Parole è un dispositivo critico sul circo contemporaneo ideato da Emanuele Regi, Ludovica Taurisano, Silvia Garzarella e Gaia Vimercati. Nato nel 2022 all’interno di Fuori Asse Focus in Triennale Milano, (Per)formare Parole è un format itinerante che invita artiste e artist* a sedersi di fronte al pubblico per raccontare la propria pratica artistica. Al termine di queste “conversazioni in successione ludica”, si generano parole italiane che non esistono (ancora) e che cristallizzano temporaneamente il movimento circense in una riflessione scenica sullo spettacolo visto. Le parole sono l’esito di un’alchimia dialogica tra chi costruisce lo spettacolo (l’artista), chi lo guarda (il pubblico) e chi potrebbe scriverne (la critica).

(Per)formare Parole è la possibilità di immaginare la critica come spazio di pensiero a sostegno della creazione. Un ponte concreto tra parole e corpi, per mettere da parte i miti e muoverci insieme verso la sua legittimazione come arte di creazione. 

A B

Alchimesi (s. femm.)

L’alchimesi è la capacità trasformativa che tutti gli oggetti e le cose materiali hanno nei comportamenti performativi e più in generale umani. La parola unisce “alchimia”, l’arte o scienza della trasformazione delle cose, e “mimesis”, imitazione. Nel circo contemporaneo l’alchimesi è un principio cardine poiché molte delle specialità sono legate ad oggetti (clave, corde, roue Cyr, ecc.), ma anche a una postura porosa del corpo nei confronti dello spazio d’azione che caratterizza l’agire dei performer. La relazione alchimimetica con le cose è un principio creativo dell’artista circense, ma più nel profondo dello stesso essere umano la cui disposizione nel mondo crea forme in base a ciò che è circostante.

L’alchimesi viene suggerita dallo spettacolo di Alessandro Maida 2984, in cui un uomo si muove tra le rocce di un mondo post-apocalittico. Seguito da una strana  luce robotica, dotata di una propria coscienza, compone torri con i sassi e rinviene strumenti di un’epoca passata (computer, telefoni, ecc.) che non esiste più. Sono le tracce dell’Antropocene, ovvero dell’era geologica segnata dalle azioni antropiche appunto. Una volta estinti gli uomini, secondo il neologismo di Crutzen, rimarrà la loro traccia nella stratificazione geologica.

La figura incarnata da Maida è l’uomo del post-antropocene. Non parla, ma emette gemiti e sembra aver mantenuto la sua intelligenza alchimimetica e performativa, nel manovrare oggetti e lasciarsi manovrare da essi. La capacità imitativa, trasformativa e adattativa dell’umano resiste ai cataclismi che ci attendono e il circo contemporaneo lo sintetizza con queste immagini. Sarà davvero così?

Riferimenti bibliografici:

Marie-Louise von Franz, Alchimia, Bollati Boringhieri, Torino, 1984.

Giulia Rispoli, Antropocene. Storia di un’idea, Carocci, Roma, 2025.

Parola di: Ludovica Taurisano; definizione di: Emanuele Regi

2984 di Alessandro Maida (MagdaClan), visto a Fuori Asse Focus 2023, foto di Alessandro Villa

Auritmia (s. femm.)

Per auritmia nel circo contemporaneo intendiamo la capacità di replicare in forma continuata e potenzialmente infinita un movimento mediante moduli ritmici ripetuti. Il prefisso au- è preso in prestito dal concetto matematico di “sezione aurea”. Si tratta di una proporzione molto particolare e ricorrente nelle forme naturali per cui un intero segmento (L) sta alla parte più lunga (a) come la parte più lunga sta a quella più corta (b).

L: a = a : b

Sezione aurea, credit: ELSB Business School

Questa costante si può ripetere potenzialmente all’infinito senza mai interrompersi mantenendo la costante ϕ dal valore 1,6180…

A ispirare la parola è il lavoro di Juan Ignacio Tula Instante in cui l’elemento auritmico è evocato dall’utilizzo, pressoché ininterrotto, della roue Cyr e dal modo diverso in cui il corpo di dispone in relazione ad essa. Evocando il movimento ipnotico della danza dei dervisci rotanti, Tula interroga il pubblico su come nella semplicità di un movimento rotatorio e ripetitivo, lo stato di fatica modifica il corpo. Un viaggio circolare al centro di se stesso, verso uno stato di trance che distorce il rapporto col tempo, in un viaggio di elevazione che diventa mistico. Le proporzioni variano continuamente in una composita narrazione del performer, ma viene mantenuta un’armonia visiva dell’insieme.

Spettacolo: Instante di Juan Ignacio Tula (visto: Fuori Asse Focus 2024)

a cura di Emanuele Regi

Circomorfosi (s.f.)

Con il sostantivo circomòrfosi, formato da circo e morfosi, intendiamo la capacità di utilizzare tecniche circensi (giocoleria, equilibrismo ecc.) per attivare una variazione della forma scenica del corpo e/o della voce oppure per alterare una postura dello e nello spazio.

La parola è stata desunta dallo spettacolo di Fabrizio Solinas Little Garden, in cui l’acrobata per trasformarsi in dinosauro, mammifero o uccello effettua esercizi e numeri di giocoleria con tre palline. Quel principio rotatorio trasfigura il comportamento umano per trasferirlo in un’incarnazione dell’animalità che compie una sorta di ciclo ecologico continuo. 

Analizzando una sequenza fotografica di quella performance, ricostruiamo la modalità in cui avviene la circomorfosi.

Fabrizio Solinas,
Little Garden
visto a Fuori Asse Focus 2022
Ph. Alessandro Villa

In un primo momento è l’esercizio con le palline a caricarsi di qualità cinetica e a trasformare l’atteggiamento del performer (Foto 1).

Fabrizio Solinas,
Little Garden
visto a Fuori Asse Focus 2022
Ph. Alessandro Villa

Nel gioco poi emerge la figura animale e le palline sono la traccia visibile di questo passaggio nel modo in cui vengono impugnate e lanciate. In questo momento si vede una sorta di ibrido pronto alla trasformazione (Foto 2).

Fabrizio Solinas,
Little Garden
Visto a Fuori Asse Focus 2022 – Triennale Milano, 21-23 gennaio 2022
Ph. Alessandro Villa

Da quella forma transitoria si genera una figura nuova, in questo caso una scimmia, che continua a utilizzare le palline come struttura di gioco, temperatura di uno stato d’animo e possibilità relazionale con gli spettatori (Foto 3).

Fabrizio Solinas ha, infatti, colto questa possibilità dall’osservazione del mondo animale, in cui lontre, uccelli e scimmie giocano e fanno evoluzioni con oggetti e sembrano naturalmente predisposti alla giocoleria oppure hanno delle protuberanze che, nell’immaginario dell’artista, diventano palline colorate (Audio 1).

Intervista a Fabrizio Solinas (2022)

La circomorfosi attiva, quindi, il principio di figurazione e trasfigurazione di forme del performer che, in questo caso, si finalizza nell’incarnazione di un altro essere vivente. In questo senso la vita di un singolo, il bios, si relaziona con la molteplicità dei viventi, la zoe. Se il circo tradizionale individuava nel rapporto con l’animale lo strumento per ribadire una separazione specista (Foto 4), operazioni artistiche come quelle di Solinas tendono a utilizzare la performatività come superamento continuo di questo confine attraverso le molteplici possibilità di azione del corpo in stato di rappresentazione.

Glolò. Histoire d’une petit phoque, Paris, Prisma, 1948, 8° album cop. Cartonata a colori con ‘finestra’ sul frontespizio, pp. 94. (Toole-Stott, IV° n° 11879) in Piero Piani,Civiltà del circo, Bologna, Edizioni Libreria Naturalistica, 2007, pp. 41-43

a cura di Emanuele Regi

Circospettro (agg. m.)

L’aggettivo “circospettro” si riferisce a una particolare modalità del circo che può agire come attivatore scenico di presenze fantasmagoriche, su un altro piano rispetto al reale. A suggerire questo termine è Winter di Side Kunst Cirque, uno spettacolo al limite tra immanenza e metafisica, in cui gli oggetti e le azioni vengono attraversati da una forza invisibile che li muove. Talvolta si palesa con la caduta o il movimento di oggetti, per poi sparire subito dopo inghiottita dal buio della scena oppure agire mediante la narrazione scenica: come quando dalla cornice di un quadro spunta una mano armata di pistola come estensione della figura rappresentata. Questo attiva un atteggiamento circospettro, in cui lo stesso dispositivo scenico prepara lo spettatore a queste presenze che talvolta si manifestano con il loro movimento e talaltra si incarnano in immagini.

La drammaturgia occidentale (e non solo), ma anche il balletto e le scene teatrali sono spazi di presenze fantasmatiche e paranormali: dallo spirito di Dario nei Persiani di Eschilo al padre di Amleto nell’opera shakespeariana, dalle villi di Giselle fino alle presenze oniriche e impalpabili dei personaggi in cerca d’autore di Pirandello. Il dispositivo scenico può far precipitare ciò che è reale assieme alle presenze dell’oltre, dell’altro o di un altrove. Ciò che è circospettro entra in questo ordine di alterità e quasi di magia alchemica della scena, aggiungendo quanto di proprio del circo contemporaneo: una dinamica ludica che però non è sempre foriera di felicità, ma in alcuni momenti può apparire anche oscura, se non orrorifica. Generando delle presenze sceniche, il circospettro ci fa entrare in quello che è invisibile, restituendone plasticamente le tensioni e anche i mostri.

Side Kunst Cirque
WINTER
Visto a Dinamico Festival 2024, Reggio Emilia, 6-15 Settembre 2024
Ph. Luisa Luppolini

a cura di Emanuele Regi

D E F

Ecoironico (agg. m.)

L’aggettivo ecoironico vuole rendere visibili le connessioni interpersonali, umane e oltre-che-umane, mediante comicità e ironia. A far emergere il termine è Botanica Queer, in cui Demetra – una strepitosa Drag Queen – ci mostra il lato nascosto delle piante, quello in cui maschile e femminile si mescolano in un unico organismo, dove la seduzione, fatta di profumi e colori, è vegetale. Ulisse Romanò, che veste appunto i panni di Demetra, ci guida in questo percorso mostrandoci tutta la queerness del mondo “sessile” (termine apparentemente erotico, ma che in realtà significa “fisso in un luogo” come un albero). Nel farlo scardina luoghi comuni, fa ballare gli spettatori e con il potere del comico (vd. anche Fragilcomico) – spesso parte della performatività di Drag Queen – riesce a rendere affascinante il mondo delle piante da cui, spesso, ci sentiamo separati. Ecco quindi il potere dell’ecoironia, nel mostrare come alcuni legami siano invisibili e vanno solo evidenziati e accolti.

Nina’s Drag Queen, Botanica Queer con Ulisse Romanò, visto a Dinamico Festival 2024, foto di Donatella Andria

Il prefisso “eco” deriva dal greco “oikos” (casa) ed è scelto da Ernst Haeckel nel 1866 quando conia la parola ecologia per significare lo studio dell’insieme delle relazioni e delle interrelazioni che intercorrono tra gli organismi e l’ambiente in cui si trovano. La valenza relazionale  dell’ecologia è condivisa in pieno con il principio dell’ironia, essa per essere compresa deve essere condivisa e spesso per essere ancora di più alimentata ha bisogno di essere partecipata: nulla solletica il riso, come il riso del vicino.

La risata è un principio ecologico di relazione umana, in cui interagiamo con l’esistente e cerchiamo di dare nuova forma all’ambiente attraverso la sua messa in discussione, come fa Botanica Queer in quel suo potere ecoironico di collegarci alle piante, vanificando con il sorriso molte barriere tanto interumane quanto interspecie.

Consigli bibliografici:

Ernst Haeckel, Art forms in nature, Dover Publication, 2000.

a cura di Emanuele Regi

Esstorsione (s. f.)

Per esstorsione si intende la capacità di un corpo di modificare se stesso durante un’azione coreografica e, più in generale, performativa, trasfigurandosi a tal punto da generare immagini altre. La parola si forma da “torsione” come movimento di rotazione del corpo e il prefisso “ess” dal latino “ex-” che nella maggior parte delle parole composte identifica “da”, “fuori” o “via”.

A suggerire la parola è Only Bones v. 1.6 di Marina Cherry che lavora sul proprio corpo, cercando di trovare combinazione fisiche e gestuali, capaci di dar vita a immagini spesso perturbanti di conformazioni fisiche non quotidiane. Ma come si raggiungono queste forme?

Eugenio Barba ne La canoa di carta (1993) individua quelli che sono i principi pre-espressivi di un corpo in uno stato non quotidiano. In altri termini, le regole comuni a ogni cultura umana (per questo pre-espressive) di un performer in stato di rappresentazione. Il primo riguarda il massimo sforzo per il minimo risultato che intende un’azione scenica dispendiosa per un risultato specifico e situato. Il secondo ha a che fare con la ricerca di un disequilibrio costante da parte dell’attore per ritrovare un nuovo equilibrio. Il terzo individua l’opposizione, ovvero il servirsi di forze contrastanti per generare un’azione.

Nell’esstorsione vediamo un utilizzo evidente e palese di questi principi, in quella capacità di generare tramite disequilibri e opposizioni del corpo un’immagine che, nel caso di Only Bones, diventa drammaturgia e storia delle capacità trasformative di un corpo in azione. Se, come sostiene Barba, ogni cultura possiede queste regole, lavori come quello di Marina Cherry diventano precipitati espliciti del loro funzionamento performativo.

Riferimenti bibliografici:

Eugenio Barba, La canoa di carta. Trattato di antropologia teatrale, Il Mulino, Bologna, 1993.

Marina Cherry, Only Bones v. 1.6, visto a Fuori Asse Focus 2024, foto di Alessandro Villa

Parola di Ludovica Taurisano; definizione di Emanuele Regi

Fragilcomico (agg. m.)

L’aggettivo fragilcomico è coniato da Elena Burani per lo spettacolo Piume ed è riportato come tale nel glossario. Nella performance una donna si confronta con le proprie vulnerabilità e come simbolo di ciò incorre continuamente nella caduta che diviene meccanismo compositivo, oltre che drammaturgico. A simboleggiare i vezzi e le illusioni che compongono la performer indossa una sciarpa-pitone piumata arancione che accompagna l’incedere volatile della performer.

Il termine ci costringe a riflettere sui meccanismi che innescano la comicità (e il suo contrario), anche all’interno delle forme del circo contemporaneo. Il comico è ciò che scatena direttamente il riso, per esempio il vecchio espediente del clown che cade sulla buccia di banana. Luigi Pirandello distingue tra comico e umoristico prendendo ad esempio la “vecchietta imbellettata”, la quale decide di truccarsi oltre misura proprio per mascherare l’età ormai fuggita.

Tale visione suscita, appunto, l’umorismo, dove allo stimolo dell’immediata risata (comico) segue l’amara riflessione sulla condizione umana di una donna costretta a fare i conti con l’età. Di fatti, come rileva il filosofo Henri Bergson ne Il r

iso, tale sensazione emerge e si è evoluta come correttivo per regolare e ordinare la vita sociale (non sta bene per una signora anziana truccarsi oltre misura), ma a cui la visione pirandelliana aggiunge un senso di miseria e quindi di insita simpatia quindi empatia.

Fragilcomico si pone come interstizio di comico e umoristico, perfettamente calato nel contesto del circo contemporaneo. Di fatto l’espediente della caduta – che ricorre in modo costante in Piume – è un aspetto assolutamente comico, eppure la sua reiterazione, la mossa ripetuta di nascondere la testa dentro un barattolo e le piume che avvolgono la performer, sono tutti aspetti che deviano il comico verso l’umoristico, ancora più in là, evidenziando le fragilità di chi è in scena. Di fatto senza innescare la tensione cognitiva dell’umorismo lo raggiunge con gli elementi posti in scrittura scenica. Il comico della caduta spalanca così l’universo emotivo della protagonista, le sue fratture e le sue illusioni immancabilmente disattese.

Elena Burani
PIUME
Visto a Fuori Asse Focus 2022, Triennale Milano, 21-23 Gennaio 2022
Ph. Alessandro Villa

Parola di Elena Burani, definizione di Emanuele Regi

G H I

J

Kinemontaggio (s. m.)

Con “kinemontaggio” si vuole qui intendere la specifica sintesi, tipica della drammaturgia scenica circense contemporanea, tra narrazione e movimento acrobatico e/o coreutico. Questa parola si forma di kinesis, dal greco “movimento”, e montaggio, dal francese montage, e stabilisce che il criterio di costruzione scenica è veicolato e vincolato all’azione.

Il montaggio viene associato maggiormente alla dimensione cinematografica, ma l’utilizzo del montaggio nelle arti con una specifica durata nel tempo è in realtà connaturato anche nella dimensione scenica. La studiosa Daniela Sacco individua nel montaggio il principio mitopoietico dell’opera già a partire dal teatro greco delle origini, quello predrammatico (Sacco 2013). Anche la teatralità medievale, in seguito, si relaziona al montaggio mediante la successione di scene paratattiche, ovvero con azioni concomitanti e parallele distribuite in più luoghi deputati: è il caso ad esempio dei Misteri e delle Sacre Rappresentazioni, durante i quali  spettatore era solito muoversi  tra diversi palchi con scene in contemporanea.


Jean Fouquet, Miniatura sul martirio di Santa Apollonia, 1452-1460.

Il cineasta russo Sergej M. Ejzenštejn – inventore della tecnica del montaggio concettuale o ejzenstejniano (Ejzenštejn 2001) – muove quindi i suoi primi passi proprio nel teatro popolare, individuando questo principio nell’alternanza di “attrazioni”, ovvero di shock scenici inaspettati; una struttura di numeri concatenati non troppo dissimile dal circo tradizionale. Infine, il montaggio ritorna nel teatro contemporaneo e postdrammatico con le soluzioni innovative sperimentate nel cinema e riadattate da numerosi registi: Christoph Marthaler, Luca Ronconi (dall’Orlando Furioso in scena paratattica a Gli ultimi giorni dell’umanità) e molti altri.

Nello spettacolo di circo contemporaneo WHITE OUT. La conquista dell’inutile di Piergiorgio Milano, sembra che il movimento acrobatico e coreografico sia la genesi del montaggio, a cui seguono poi luce e immagine come accade nel cinema. Lo spettacolo, infatti, è un “film acrobatico” dove una serie di episodi cinetici (coreografo-acrobatici), ispirati a reali storie di alpinisti, ci trasportano alternando momenti di estatica leggerezza a situazioni di pericolo e solitudine.

Piergiorgio Milano
WHITE OUT
Visto a Fuori Asse Focus 2023, Triennale Milano, 27-29 Gennaio 2023
Ph. Alessandro Villa

In questo senso il movimento funge da principio narrativo conchiuso della scena; è il suo succedersi a formare  la “sceneggiatura” dello spettacolo. Danze sugli sci, mostri di corde, maschere che fuoriescono dalle tende, concorrono a creare un vortice onirico, e una partitura gestuale, specifici del registro fisico della figura dell’alpinista.

Piergiorgio Milano
WHITE OUT
Visto a Fuori Asse Focus 2023, Triennale Milano, 27-29 Gennaio 2023
Ph. Alessandro Villa

Questo montaggio di scene oniriche che dall’interiorità emergono con vigore  meta narrativo, viene sintetizzato dall’immagine dell’’alpinista sulla corda, che nella sua scalata trascina con sé una  sfera stroboscopica, moderno Sisifo sfidato da una Natura inquieta e ferita.  E quindi cos’è la “conquista dell’inutile”?  Il desiderio di arrivare a una cima per poi accorgersi che c’è un’altra vetta, ancora più alta da conquistare, e allora lo scopo mai raggiungibile diventa quello di continuare a muoversi. E di montare questo movimento in una sintesi quasi perfetta destinata a succedere ancora, e ancora, e ancora.

Il concetto dell’inutile nella scalata e nell’arte (P. Milano)

Riferimenti bibliografici

Sergej M. Ejzenštejn, Il montaggio, Pietro Montani (a cura di), Marsilio, Venezia, 2001 (3a ed.).
Daniela Sacco, Mito e teatro. Il principio drammaturgico del montaggio, Mimesis, Torino-Milano, 2013.

a cura di Emanuele Regi

Liberrare (v. intr.)

Liberrare si riferisce alla potenza generativa dell’errore nella costruzione coreografica di una performance. Questo procedimento è reso possibile in assenza di indicazioni drammaturgiche troppo specifiche e dentro una scrittura “a fisarmonica”, che si può individuare nelle proposte di scrittura del circo contemporaneo.  Il fine dell’atto di “errare liberamente” è duplice: da un lato, lo sbaglio che è insito nel «rischio» (Zardi 2024) della tecnica circense, esprime e libera un potenziale di accrescimento della restituzione scenica; dall’altro, più il performer abita lo spazio scenico vagabondando, maggiori saranno le possibilità di incappare nell’errore nel senso del risultato non atteso. L’errare, quindi, è doppiamente pre-condizione e diretta conseguenza della liberazione creativa: dove non si pongono confini, non ci sono neanche limiti al processo di comprensione degli errori che sorgono in qualsiasi percorso. L’altra faccia semantica di errare, infatti, è quella di «andare qua e là senza meta certa» (Treccani): si vaga, nell’ipotesi di un non ritorno, dentro il brechtiano L’eccezione e la regola, ne La strada di McCarthy; passeggiano, perdendosi fisicamente e nel pensiero, Msr. Dallowaye Leopold Bloom; Robert Walser e Thomas Bernard vivevano una condizione di quasi moto perpetuo; Giuliano Scabia parla dei poeti camminanti come quelli che si predispongono alla scrittura andando in giro per «meglio ascoltare» (Scabia 1995). E potremmo andare avanti ancora per molto citando quanti, nell’errare, hanno trovato nutrimento artistico.

Liberrare è, quindi, un procedimento artistico applicato sia al processo ideativo che all’esito creativo consente agli ideatori e ai performer di un’opera di orientarsi scevri da precondizioni, lasciandosi guidare erraticamente dalle necessità contingenti. Ad aver suggerito questo procedimento è Croûte, performance site-specific della compagnia Defracto, di e con Guillame Martinet.

Foto di Alessandro Villa
Guillaume Martinet | Cie Defracto
CROÛTE
Visto a Fuori Asse Focus 2023, Triennale Milano, 27-29 gennaio 2023
Ph. Alessandro Villa

Il performer e autore, affiancato dalla dramaturg Margot Seigneurie, lavora utilizzando la giocoleria con tre palline: nella caduta della pallina è visibile l’errore e la mancata riuscita del numero. Nel processo Martinet e Seigneurie lavorano partendo proprio dagli errori compiuti nell’effettuazione del numero per inglobarli all’interno della drammaturgia finale: la caduta (della pallina e del corpo), sempre individuabile e mai celata, viene quindi normalizzata nella coreografia; un’operazione simile la ritroviamo in Otto di Kinkaleri.

Da afermovie edizione 2023

Ma il processo creativo di Croûte non si alimenta solo attraverso l’errore, ma anche con l’errare. Il dispositivo performativo è infatti pensato come un site-specific e cioè «generato da o per un sito specifico» (Wilkie 2002). Le discipline afferenti al mondo del circo affollano da sempre mercati, piazze, strade e fiere, ma in questo caso il luogo funge da parte attiva e costitutiva della performance. Nel liberrare della compagnia Defracto individuiamo l’accumulo di nuove conoscenze rispetto agli spazi urbani e non che di volta in volta vengono rimesse in discussione nell’incontro con una nuova geografia. Procedimento, questo, impossibile da realizzare nel palco di un teatro in cui lo spazio trovato è sempre uguale a sé stesso. Errando nei luoghi si comprendono le regole e le geometrie di uno spazio che poi vengono poste in relazione con la costruzione fisica e drammaturgica.

Guillaume Martinet | Cie Defracto
CROÛTE
Visto a Fuori Asse Focus 2023, Triennale Milano, 27-29 gennaio 2023
Ph. Alessandro Villa

Riferimenti bibliografici

Giuliano Scabia, Il poeta albero, Einaudi, Torino, 1995.

Fiona Wilkie, Mapping the Terrain: a Survey of Site-Specific Performance in Britain, in «New Theatre Quarterly», XVIII, 2002, n. 2, pp. 140-160.

Andrea Zardi, Di tentativi ed errori. Riflessioni sul rischio nel processo creativo e nella danza e nel circo contemporanei, «Il Castello di Elsinore», 89, 2024, pp. 53-67.

a cura di Ludovica Taurisano

Logoscenico (s. m.)

La parola logoscenico si riferisce alla capacità di una qualsiasi azione scenica di condensare e riferire un contenuto drammaturgico, tradizionalmente contenuto all’interno di un testo teatrale. La parola è suggerita dal duo Diagonale du Vide, formato da Amanda Homa e Idriss Roca, con lo spettacolo C’est l’Hiver, Le Ciel est Blue. L’agire dei due si connota come un precipitato interiore che attraversa vari stati emotivi di quella che intuiamo essere una coppia. Le semplici soluzioni sceniche  – prossemica delle figure, utilizzo di luci, lampadine o delle loro specialità (per Homa la corda, per Roca le clave) – connotano in modo drammaturgico la scena, accompagnando lo spettatore nel racconto di una relazione.

Sul palco è presente anche una piccola stanza in pendenza, con un televisore, una pianta e una sedia. Sembra quello che rimane del salotto borghese Ottocentesco, dove i drammi emotivi di famiglie e comunità vivevano il loro farsi e dis-farsi. Progressivamente espoliato di divani, poltrone e  suppellettili, la contemporaneità ci ripropone quel luogo sempre più angusto e stretto nelle dinamiche emotive di oggi, caratterizzate da una sempre più marcata solitudine e tensione alla fuoriuscita.

La logoscenicità è frutto di questa progressiva sottrazione, non solo di materiale scenico ma anche di parole, ormai inadatte (o esaurite) per alcuni a significare le relazioni in modo nuovo. In questo termine riconosciamo anche il risultato del teatro novecentesco che ha conferito sempre più potere agli elementi extratestuali in quella che viene definita scrittura scenica, ben descritta da Lorenzo Mango (2003).

Il circo contemporaneo,  attraverso la logoscenicità, sintetizza con immagini, gesti e azioni che divengono “strumenti efficacissimi di narrazione” come scrive Maria Dolores Pesce, un dettato precedentemente riconosciuto prevalentemente al testo. 

Riferimenti bibliografici:

Lorenzo Mango, Scrittura scenica: un codice e le sue pratiche per il teatro del Novecento, Bulzoni, Roma, 2003. 

Diagonale du Vide, C’est l’Hiver, Le Ciel est Blue, visto a Fuori Asse Focus 2024, foto di Alessandro Villa

a cura di Emanuele Regi

Meccanidramma (s. m.)

Si riferisce alla reificazione del sentimento tramite il movimento e l’uso di oggetti sapientemente costruiti. Per meccanidramma si intende quindi un procedimento narrativo per cui a ogni evento corrisponde un’azione di ampio spettro che, a partire dal corpo del performer, investe lo spazio circostante. In un meccanidramma, i conflitti e le evoluzioni emotive si riverberano sugli oggetti concepiti come protuberanze vitali e organiche del performer stesso.

La parola “emozione” contiene l’impeto del movimento: è uno scossone interiore, intangibile, ma che può inverarsi in un’azione concreta. In questo senso, emozionarsi significa muovere da, mettere in moto, far uscire quell’energia interiore e materializzarla. L’emozione differisce dallo stato d’animo che ha una durata maggiore e implica l’immobilismo di chi lo prova. Il meccanidramma opera anche sul piano dell’avvicendamento emozionale, non lavorando su una dimensione di fissità del sentimento, ma piuttosto di accostamento emotivo.

Per questo si potrebbe dire che è un principio, questo dell’emozione-azione, che ha ispirato il processo e la messa in scena di Gretel, spettacolo scritto, diretto e interpretato da Clara Storti. Ispirato a una delle fiabe più feroci del patrimonio popolare, lo spettacolo riassume in sé i principi basilari del viaggio dell’eroe, con il crollo della casa dell’infanzia come fattore che innesca il dramma e introduce la nostra figura in un mondo extra-ordinario e ostile.

Clara Storti | Compagnia Quattrox4
Gretel
Visto a Fuori Asse Focus 2022, Triennale Milano, 21-23 Gennaio 2022
Ph. Alessandro Villa

La dislocazione dal luogo natìo immette il personaggio in una serie di sfortunati eventi conflittuali (drammatici, appunto) in cui la reazione emotiva, anche quando prevalgono sentimenti di disfatta e sconfitta, non è mai verso l’immobilismo. Sono i gesti piccoli, calcolati al millimetro a caratterizzare l’andamento emotivo del personaggio e a porre in meccanidramma l’ecosistema oggettuale creato intorno. L’attore biomeccanico mejercholdiano, che concepisce il movimento come fase principale della realizzazione scenica del pensiero, è a sua volta vissuto dal movimento fuori da sé. Il regista russo riconosceva questo concetto nella formula: N (attore) = A1 (cervello, impulso) + A2 (corpo che realizza). Qui Mejerchol’d stabilisce che il movimento neurologico e corporeo non sono separati, ma vivono insieme nell’azione del performer. Con il meccanidramma questo principio si individua nella relazione tra stimolo emotivo e movimento corporeo.

Il crollo della casa corrisponde a un impeto interiore, drammatico ed emotivo, che smuove conseguentemente gli elementi sulla scena: la corda, oggetto di riferimento dell’arte circense, perde la sua funzione virtuosistica e diventa elemento attivo del dramma, integrando organicamente la magia dell’azione fisica.

di Clara Storti

In questo senso, dai micromovimenti il meccanidramma si sposta in una costruzione più ampia della dinamica, in cui però l’avvicendamento emozionale si costituisce nel senso di gravità e sospensione che questa disciplina implica. Gretel costruisce un preciso universo estetico in cui l’eroina, come in una bottega color cannella (che ha ispirato il miglior Kantor), può persino arrivare a seguire i consigli di un estatico mannequin, tributando omaggio sincero allo spirito cosale del mondo.

Clara Storti | Compagnia Quattrox4
Gretel
Visto a Fuori Asse Focus 2022, Triennale Milano, 21-23 Gennaio 2022
Ph. Alessandro Villa

Riferimenti bibliografici

Bruno Schulz, Le botteghe color cannella, Einaudi, Torino, 2015 (ed. or. 1933)

Vsevolod Ėmil’evič Mejerchol’d, L’attore biomeccanico, Fausto Malcovati (a cura di), Cue Press, Imola, 2016.

a cura di Ludovica Taurisano

Mut-abile (s. m.)

La parola mut-abile vuole individuare la qualità di un corpo o di un’idea artistica, particolarmente capace di modificarsi e trasformarsi. In questo caso non c’è alcuna parola nuova, ma la scissione di una già esistente, “mutabile”, che regala nuovi significati, anche più reconditi e nascosti di quanto non parrebbe. Infatti, la radice “mut-” fa riferimento alla dea egizia Mut (conosciuta anche come Maut o Mout, il cui significato è “madre”), associata alle acque primordiali da cui tutto ha avuto inizio. Questa divinità appartiene alla categoria delle grandi madri, simbolo archetipico e divino di vita, tra cui riconosciamo anche Inanna (divinità sumera) e la Grande Madre Nana (divinità greca).

Credit: Jeff Dahl

Il principio mut-abile quindi non solo sottintende una capacità, ma anche una direzione specifica della trasformazione dell’artista, volta verso un principio originario, archetipico. Il concetto asseconda quella capacità condivisa tra i performer di accedere alle storie del mondo. Il regista inglese Peter Brook (cfr. Ruffini 2020) sosteneva, con la sua teoria dell’arcobaleno, che tutti possiedono i colori e le etnie del mondo, il compito dell’attore è quello di scavare dentro di sé per estrarle.

A guidare l’origine della parola è infatti il lavoro di Chiara Marchese Mavara, in cui l’interprete esplora le proprie origini siciliane attraverso una figura che appartiene alle sue tradizioni. In dialetto il termine vuol dire “strega” che rimanda a quelle persone di una comunità, come gli sciamani, capaci di agire su principi naturali, interrogandosi su morte e vita. Nella creazione queste due estremità sono simbolicamente da un filo su cui Marchese si muove ciondolando, avviluppandosi e mostrando, di volta in volta, il proprio volto o quello della marionetta Mavara che l’avvolge completamente. Progressivamente la performer si sveste degli abiti e della maschera che la muta in Mavara e rimane con il suo corpo mentre sente il rumore del mare. Non solo un’immagine estremamente poetica, ma ci rimanda alle acque primordiali della dea egizia Mut.

Il legame di queste rappresentazioni, tenute insieme dall’acqua, non è affatto casuale. Astrida Neimanis parla di hydrofeminism sostenendo un principio di profonda interconnessione e capacità di mutamento dei corpi – ben incarnato da quello femminile – basato appunto sull’elemento dell’acqua (De Vita 2021). Per questo il simbolo ritorna nelle tradizioni e nei racconti scenici di ieri e di oggi, anche legati alla dimensione femminile.

Differentemente dalla circomorfosi (vd sopra), la parola mut-abile sottintende una capacità propria del performer di accedere al cambiamento attraverso un movimento centripeto, che muova e scavi verso di sé. In questo senso dobbiamo individuare una capacità trasformativa del fisico. Emanuele Coccia (2022) sostiene che il nostro corpo stesso è soggetto a un cambiamento e attraversa, anche all’interno di una singola vita, diverse fasi. Questo principio non vale solo per le condizioni fisiche ma anche quelle legate alle tradizioni e ai miti che ci abitano. Attraversarli vuol dire accedere, come Chiara Marchese in Mavara, al principio mut-abile originario e uscirne rinnovati.

Riferimenti bibliografici

Emanuele Coccia, Metamorfosi. Siamo un’unica, sola vita, Einaudi, Torino, 2022.

Antonella De Vita, Corpi d’acqua. La svolta idrofemminista di Astrida Neimanis, UniorPress, Napoli, 2021.

Rosaria Ruffini, Le Afriche di Peter Brook, Linea, Firenze, 2020.

Chiara Marchese, Mavara, visto a Fuori Asse Focus 2023, foto di Alessandro Villa

Parola di Ludovica Taurisano, definizione di Emanuele Regi

N O

P Q R S

Tragicoreutico (agg. m.)

Aggettivo che designa il processo di sublimazione ironica dell’imminente tragico attraverso il movimento, nell’esatto momento in cui il gesto corporeo interviene per contenere le emozioni più violente scatenate dalla consapevolezza del carattere tragicomico dell’esistenza.

Mary Wigman,
Exentanz
(1914)

Uno spettacolo tragicoreutico è tale perché scatena l’inversione della sensazione moderna di distacco rispetto allo spettacolo e, come invece rileva Nietzsche per la nascita della tragedia, genera una sensazione di mimesi con la realtà quotidiana.

Ciò accade ad esempio nello spettacolo Lento e violento, con cui Valentina Cortese percorre le fractures, cioè le deviazioni dal reale, come antidoti all’irrazionalità di alcuni aspetti della vita stessa. L’uso delle ripetizioni verbali e degli intercalari innescano il meccanismo della risata ma, poco prima che essa sfoci nella disperazione di fronte all’insensatezza delle situazioni che ci troviamo a fronteggiare (esemplificate dall’uso del doppio scenico), ne contiene la violenza con l’atto corporeo. Nella tragicoresi, Melpomene e Tersicore, rispettivamente muse della tragedia e della danza, trovano la loro fusione massima.

Valentina Cortese
Lento e Violento
Visto a Fuori Asse Focus 2022, Triennale Milano, 21-23 Gennaio 2022
Ph. Alessandro Villa

La degenerazione del linguaggio è una discesa ripida: la visione dei pertugi di realtà inspiegabili – forme di incursione del magico come i deja-vu -, attraverso la risata volta ad esorcizzare la tragedia dell’inesplicabile, si consuma in una forma corporea di argine della violenza di questa agnizione.

Valentina Cortese
Lento e Violento
Visto a Fuori Asse Focus 2022, Triennale Milano, 21-23 gennaio 2022
Ph. Alessandro Villa

Uno spettacolo tragicoreutico come Lento e violento recupera le lezioni del grottesco ligottiano ma lo dissacra attraverso la satira danzante tipica della tradizione del burlesque e potenziata dall’acrodanza di matrice circense. La sensazione di smarrimento sensibile innescata dal conflitto tra reale e desiderato, tra controllo e imprevisto, resiste soltanto dentro l’attimo di transizione, dalla dimensione stonata dell’incomprensione a quella armonica del gesto danzante e mimetico

a cura di Ludovica Taurisano

Somachia (s. f.)

La somachia è la modalità per cui il corpo diventa mezzo di una lotta fisica, mentale o metaforica. Può esprimere una lotta interiore del corpo con se stesso o con qualcosa di esterno. Il termine deriva da una crasi delle parole greche “soma” (vd. anche “Supersomatismo”) che vuol dire corpo e “machia” dal verbo “machomai” che significa combattere.

A suggerire il termine è lo spettacolo Lontano di Marica Marinoni, in cui la performer ingaggia una danza pirrica con la roue Cyr. Vestita con tuta, body e guantoni da boxe, Marinoni esprime da subito una conflittualità visibile del e sul corpo. La creazione si chiede, infatti, quali siano e se esistano limiti fisici e come sia possibile superarli. La roue Cyr in questo fornisce un dispositivo metaforico notevole. Assieme al quadrato essa circoscriveva perfettamente l’Uomo Vitruviano leonardesco, quello che è l’Essere antropocentrico per eccellenza. Così nelle evoluzioni della performer noi vediamo il farsi e il disfarsi di quella perfezione, l’impossibilità di porre il corpo al centro, la necessità di una riscrittura che passa dal genere e si alimenta in forme non definite di fisicità. C’è in questo il tentativo postumano di superare i limiti fissati del corpo normato, patriarcale e antropocentrico (Braidotti 2020). Intuiamo che il completamento del corpo può avvenire attraverso l’utilizzo di quell’oggetto, la roue Cyr, come a suggerire un inevitabile sconfinamento dei limiti corporei per raggiungere un risultato. La lettura dell’attrezzo circense come “protesi” invita a pensare al corpo cyborg di Donna Haraway, che in Manifesto Cyborg (1985) utilizza la figura ibrida del cyborg per decostruire i binarismi occidentali del sistema cartesiano (natura/cultura, uomo/donna, umano/macchina). Benché sia opportuno tenere presente che Marinoni non fornisca una lettura del corpo “post-genere” come Haraway, ma si inscriva in una lettura binaria che rafforzi la potenza del femminile in scena, Lontano sfuma i limiti e le divisioni corpo-oggetto, a favore di una alleanza trasversale tra corpo e attrezzo.

Allora la somachia rappresenta una tendenza fortissima del contemporaneo in una duplice tensione. Da una parte il luogo per eccellenza dell’umano e della sua performatività, dall’altra parte la consapevolezza che quei confini non bastano più, la necessità di doverli superare disgregando il corpo o integrandolo con qualcos’altro.

Riferimenti bibliografici:

Rosi Braidotti, Il postumano, vol. 1-3, DeriveApprodi, Roma, 2020-2023.

Donna Haraway, Manifesto cyborg: donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Feltrinelli, Milano, 1995.

Spettacolo: Marica Marinoni, Lontano (visto: FuoriAsse Focus 2024)

Marica Marinoni, Lontano, visto a FuoriAsse Focus 2024, foto di Alessandro Villa

a cura di Emanuele Regi e Gaia Vimercati

Supersomatismo (s. m.)

Il sostantivo “supersomatismo” deriva dal termine biologico “superorganismo”, riferito a quelle colonie di insetti (ad es. formiche e api) in cui l’agire dei singoli è strutturato come quello di un unico organismo: l’elemento della colonia non è distaccato, ma parte di un tutto coeso e coordinato.

BELLO! di Fabbrica C suggerisce questo movimento collettivo presente in biologia attraverso una costruzione coreografica che si muove come un unico corpo. La parola si compone, infatti, da “super” che intendiamo come sopra l’uno, sopra l’individuo, e “soma”, dal greco, che vuol dire corpo.

Nel supersomatismo è insito un principio fondamentale della pratica teatrale che viene allenato sin dalle prime lezioni con esercizi come “zattera” o la “schiera”, in cui il gruppo di performer si allena a gestire lo spazio in estremo ascolto con i propri compagni. Questo dispone il singolo in ascolto del gruppo, ponendo la sua individualità come parte integrante e non esente di un insieme. Nel circo contemporaneo – ma anche nella danza – questo principio si trasla perfettamente, specie negli spettacoli in cui un gruppo si muove nell’ordine di una regia o una coreografia esterna o costruita direttamente dai performer. Si tratta, anche in questo caso, di una scrittura scenica in cui il principio fondante è il corpo collettivo.

Resta da riflettere su come il mondo delle arti performative abbia in comune con questo comportamento degli insetti, d’altronde molti autori e registi sono estimatori dell’entomologia (Maurice Maeterlinck o Jan Fabre, nipote dell’entomologo Jean-Henri). In questo senso, la pratica teatrale è frutto di un comportamento imitativo del mondo animale, ma estremamente utile per la visione in vitro della scena che non è il rispecchiamento del mondo quotidiano – dove al contrario ci muoviamo come singoli – ma una sua tensione all’armonizzazione estetica raggiungibile nel super/amento dell’individuo.


Fabbrca C | Cordata F.O.R. 
BELLO!
Visto a Dinamico Festival 2024, Reggio Emilia, 6-15 Settembre 2024
Ph. Donatella Andria

a cura di Emanuele Regi

U V W X

Vertonale  (agg. f.)

L’aggettivo vertonale è una crasi per gli aggettivi “verticale”, inteso nella sua dimensione spaziale, e “tonale”, che aggiunge connotazione sonora. Déserance è uno spettacolo che esplora la spazialità del viaggio attraverso l’utilizzo della voce lirica e della musica. La dimensione del viaggio, al centro dello spettacolo, viene qui intesa e rappresentata non come un movimento orizzontale e spazialmente “piano”, quanto piuttosto come un insieme di multiple traiettorie che si sviluppa in 4 dimensioni. La voce, repertorio di musica antica, plasma il viaggio dei viaggiatori alla ricerca della loro storia personale. Attraverso il canto lirico, la voce esplode lo spazio e sostiene il viaggio condiviso accentuando traiettorie personali e invitando i viaggiatori e viaggiatrici ad esplorare la dimensione aerea del viaggio. Lascia ch’io pianga di Handel è il cuore di una colonna sonora ragionata che non fa da corollario al movimento fisico ma che al contrario alimenta, sostiene, rinforza le direzioni in cui si configura il viaggio.

Circo Zoè, Déserance, visto a Dinamico Festival 2024, ph. Luisa Luppolini

Parola di Gaia Vimercati, definizione di Emanuele Regi

Y Z

(immagine di copertina da commons.wikimedia.org)

Gli autori

  • Emanuele Regi

    Dottore di ricerca in studi teatrali, il suo campo d'indagine è la relazione tra arti performative e gli spazi naturali. Lavora nel campo della progettazione culturale con diversi soggetti. Organizza convegni con operatori, artisti e studiosi. Si occupa di critica teatrale per varie riviste online.

  • Ludovica Taurisano
  • Gaia Vimercati

    È ricercatrice indipendente e progettista per Quattrox4, centro per il circo contemporaneo a Milano. Ha conseguito un MA in Comparative Literature al Trinity College Dubin (2015) e una Laurea in Lingue e Letterature Straniere all’Università degli Studi di Milano (2012). Nel 2016 ha co-creato con Filippo Malerba CENSIMENTO CIRCO ITALIA, la prima mappatura delle compagnie circensi italiane. Dal 2021 è curatrice di LA PAROLA AI CORPI, progetto di ricerca sperimentale nel circo contemporaneo che mira a superare la dicotomia tra teoria e pratiche nel circo. Nel 2024, insieme a Maristella Tesio e Teresa Noronha Feio, ha curato la traduzione italiana delle Open Letters To the Circus di Bauke Lievens e Sebastian Kann (Editoria & Spettacolo). Ha partecipato a numerose conferenze internazionali. E' stata keynote speaker al MAD Festival di Anversa (2024) con il discorso Queering the Leadership: against the myth of a progressive circus e insieme ad Amanda Homa per la conferenza TAKE CARE (Colonia, 2025) con il discorso Care as a verb, not only as a practice: what have we been actually practising? Nel 2022 ha pubblicato per La Biennale di Venezia Sott’acqua tutte le isole si toccano. Il lascito di Monk e Mnouchkine alla Biennale del ’75 e l’articolo Chaplin, Brecht, Fo: toward a Concept of Epic Clowing per l’antologia 360°. CIRCUS MEANING. PRACTICE (Routledge). È stata sguardo esterno per LA DONNA LAMPADA di Laia Picas Rodoreda (2024) e per FAST FOOD EMOTION con Cie PHONOBOBIA.

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