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(foto di Nick Mitmanski)
(foto di Nick Mitmanski)

Disporsi alla metamorfosi. L’estetica aerea di Circa alle Nuits de Fourvière

di Francesca Oddone

Nella cornice dei teatri romani di Fourvière, Yaron Lifschitz porta in scena una performance aerea e corale, il cui gesto acrobatico accompagna una risalita percettiva dall’ombra alla luce. Una corrispondenza dalla Francia

L’affezione che i lionesi nutrono nei confronti del festival Les Nuits de Fourvière risiede sicuramente nei momenti, nei luoghi e nelle forme che caratterizzano la rassegna: estiva, radicata nei teatri romani, multidisciplinare, aperta alla programmazione internazionale. L’ambientazione dei teatri antichi, sulla collina di Fourvière e con ampia vista sulla città, è senza dubbio suggestiva, ancor più in una notte di luna piena. Tuttavia, l’elemento cardine nella riuscita di questo festival, che giunge quest’anno alla sua ottantesima edizione, è racchiuso stabilmente nell’idea originaria della manifestazione: ospitare teatro, danza, musica e discipline performative in uno spazio monumentale eppure familiare, perché restituito da lungo tempo alla città, facendo così della cultura un elemento unificante e di rilancio civico.

Aspettando l’avvio della prima serata, il pubblico indugia in un rito conviviale fatto di cibo da asporto e bevande ghiacciate, mentre lo sguardo scivola lungo il semicerchio di gradoni in pietra adagiato sul pendio. La luce è radente e una partitura sonora eseguita da quattro musicisti live invade gradualmente lo spazio scenico; essenziale, appena delimitato da alcune colonne romane mozzate, il palco dialoga con il teatro antico che accoglie lo spettacolo. La parte strumentale di Revoir les étoiles, creazione della compagnia acrobatica australiana Circa, si rivela da subito come componente attiva e asse portante dello spettacolo. La composizione e la direzione musicale, firmata da Jethro Woodward, attraversano i corpi in movimento, in un immaginario sonoro morbido, avvolgente, che richiama sia la cifra dei Pink Floyd sia echi delle sonorità balcaniche di Goran Bregović.

In stretta simultaneità con i dodici acrobati, il suono assume una funzione architettonica, strutturando fin da subito l’andamento dell’azione e orientando la coreografia attorno a un lessico netto: altezza, piramidi umane e cadute vertiginose. Le attrezzature sceniche e i dispositivi acrobatici a vista – corde, trapezi, palo pendolare, tessuti aerei – appaiono come elementi che respirano insieme ai corpi, in una dinamica molto fisica benché percorsa da una delicatezza costante.

La gestualità della pièce è prevalentemente circense, fondata sul lavoro aereo, mentre la dimensione coreografica si assume il compito di concatenare i diversi movimenti, che si inscrivono in una traiettoria ispirata alla dimensione simbolica della Commedia dantesca, dalla discesa nelle tenebre alla riemersione verso la luce e le stelle. Ma è soprattutto una gestualità collettiva, portata dal gruppo, che conferisce la spinta d’insieme nella direzione percettiva che conduce dall’oscurità alla gioia: il gruppo tira e governa le funi, sostiene, lancia, spinge i corpi, talvolta li capovolge o li calpesta con garbo. La somma dei corpi sembra accrescere la tensione fisica, moltiplicare le potenzialità, raddoppiare la velocità delle evoluzioni acrobatiche.

L’effetto complessivo è quello di una scena radiosa, intangibile e mobile. La creazione luci di Govin Ruben restituisce una grande armonia visiva, fluida e levigata; alla resa scenica contribuiscono anche i costumi, chiari e cedevoli, che fanno risaltare le corporature degli interpreti, modellate da bagliori caldi e diffusi e dall’impegno muscolare.

In Revoir les étoiles, il dispiegamento corporeo raggiunge dunque momenti di virtuosismo ed equilibrismo estremi che, pur impressionando per precisione e controllo, non costituiscono l’aspetto più significativo del lavoro della compagnia. La misura qualitativa si produce altrove: nella possibilità concessa ai corpi di mutare stato, di attraversare forme transitorie, sospese, di apparire e ridefinirsi dentro un campo di luce ampio e sfumato, che ne altera contorni e densità. È in questa abilità alla metamorfosi — più che nella pura dimostrazione tecnica — che lo spettacolo trova la sua zona più poetica e, insieme, un valore più sensibile e duraturo.

Nel finale, il vento che si insinua nelle pieghe del tessuto aereo nero ne muta la consistenza, rendendolo materia mobile, satinata e quasi serica, che ondeggia e respira. Da quel moto leggero e continuo, la pièce approda a un pulviscolo di lucine disseminate sul palco, come vista attraverso una fessura improvvisamente aperta verso l’alto; ed è in questa limpidezza conclusiva, mentre la bascula rimbalzante si prende la scena e genera salti, doppi avvitamenti, spaventose proiezioni nel vuoto, che la pièce incontra l’ultimo verso dell’Inferno di Dante: «E quindi uscimmo a riveder le stelle.»

L'autore

  • Francesca Oddone

    Esperta in didattica della traduzione, ha sviluppato un percorso di ricerca nelle Digital Humanities, affiancandolo a una pratica di scrittura creativa e critica attenta alla danza e al teatro. Vive a Lione e collabora con L’Oca, Persinsala e Altrevelocità.

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