Fuori dal finestrino scorrono, sfuggenti, serre di vetro come scheletri vuoti, rischiarate dagli ultimi raggi dorati del sole e circondate ovunque da distese di ulivi. Vorrei che i giorni, i mesi e gli anni mi attraversassero gradualmente come fanno con queste sentinelle nodose, testimoni silenziose e secolari di intere stagioni e generazioni. Invece il 18 luglio mi sembra una sera fuori dal tempo.
A Terlizzi, in provincia di Bari, è tutto un risuonare estivo di cicale che lasciano il posto al frinire dei grilli. Non c’è ancora il teatro comunale, chiuso da quarant’anni per ristrutturazioni, ma la città dei fiori è piena di vivai che diventano lo spazio in cui il teatro dialoga con il territorio. Il festival “Vivaio-Coltivare il teatro in città”, nato nel 2023 e giunto alla quarta edizione grazie alla collaborazione tra la Cooperativa sociale Zorba e la compagnia teatrale VicoQuartoMazzini, anima le S.E.R.R.E: uno spazio polifunzionale innovativo e inclusivo in cui giovani e famiglie ritrovano il senso della comunità e del creare cultura a contatto con la natura. Oltrepassata la zona industriale, dalla strada provinciale si imbocca una sterrata di campagna e ci si ritrova immersi tra serre e uliveti. È il direttore artistico Michele Altamura a raccontarmi l’incontro di giovani attori e attrici da tutta Italia con i cittadini locali che si avvicinano così al teatro contemporaneo. Una condivisione e uno scambio continui tra spettatori e artisti che quest’anno hanno esplorato il rapporto e il confronto tra generazioni diverse. In questa cornice due spettacoli hanno intrecciato storie passate e attuali, cogliendone ciò che cambia e ciò che resta.
Com’è vivere accanto a chi non ha più memoria? In La cara dei vecchi i nonni non hanno un nome né un volto: indossano due maschere in silicone e si chiamano «attacco cerebrale» e «demenza senile». Sono seduti in un appartamento claustrofobico con un’obsoleta carta da parati tra un tavolo, una vecchia televisione e un orologio dal ticchettio insistente. Ad animare questo cortometraggio è Anna Carla Broegg che con due microfoni modula la sua voce, trasformandola in quella cavernosa dei suoi nonni, e usa un mixer per rendere ancora più incalzanti i momenti di alta tensione. Racconta sulla scena le giornate sospese e identiche di una nipote totalmente risucchiata dal lavoro di cura. Riesce a truccarsi e cambiarsi quella felpa grigia che sa di chiuso solo quando i suoi nonni guardano la messa in televisione, perché è sempre alle prese con pasti da cucinare e imboccare, sedie a rotelle e documenti burocratici da compilare.

La drammaturgia di Elvira Buonocore e la regia di Pino Carbone non usano mezzi termini: «invecchiare è come essere padroni di un cane, lo sai che prima o poi dovrà morire». Il tempo assume così l’aspetto di un quadro appeso a un chiodo che cede piano piano e cadrà in modo inevitabile. Nella lunga agonia che precede questo momento di rottura, c’è la fatica di dover badare a due anziani che “giocano” a cambiarsi i cateteri a vicenda, escono nudi in balcone credendo di essere al mare e soffrono di crisi acute dovute alla malattia. La giovane nipote non tace nulla anzi urla, in tono a tratti sferzante e a tratti rassegnato, continue richieste d’aiuto. Questo processo di erosione emotiva e psicologica culmina in un esaurimento totale e preannunciato, a ritmo di marcia funebre. Ci si sente soffocati dinanzi a tanta evidenza: in un Paese che invecchia sempre più velocemente, gli anziani rischiano di essere un peso per i propri cari. Nel frattempo ripenso a una domanda che ho letto in un romanzo, Ultima luna di Luce D’Eramo: «Una civiltà ringiovanisce quando non rimuove i suoi vecchi?»
La mente stanca ringiovanisce a suon di canzoni, musiche da ballo e ninnenanne: sono questi i ricordi che saremo in grado di salvare. Per questo la grande serra in cui ci accolgono i BumBumFritz è una festa di luci. Ballano un twist con noi e indossano due magliette bianche: su una c’è scritto “Ballavamo sempre”, sull’altra “Ballavamo mai”. Hanno registrato i ricordi più cari di un centinaio di anziani nelle RSA di Trento, Borgo e Pergine Valsugana e sono lì, sui ripiani di uno scaffale, accanto a una vecchia cucinetta con vinili, giradischi e un lettore per audiocassette. Ascoltare le loro voci è come sfogliare un album di famiglia e fanno illuminare ad intermittenza una piccola lampadina gialla. È il circuito elettrico che riannoda i fili delle loro memorie: cantano le filastrocche delle loro mamme, raccontano dei primi amori che sono durati una vita intera e delle loro serate danzanti, di tutte le volte in cui andavano a ballare di nascosto dai loro genitori o delle volte in cui non ci andavano perché non era permesso. Ma, con un nodo in gola, parlano anche dei tempi della guerra e della dittatura, dei bombardamenti e dei bunker, della povertà e della fame.
Ballavamo sempre è un dancefloor della memoria che plana sui ricordi: dolce come una nostalgica melodia di fisarmonica che ci culla e mormora di tornare ad innamorarci per guardare il mondo con meraviglia, anche se noi «non abbiamo più avuto voglia di innamorarci perché ne avevamo abbastanza di tutto questo male, di tutto questo rischio, di tutte queste aspettative malriposte, delle promesse bucate, del ti amerò per sempre». Quanto siamo cambiati e quanto siamo rimasti gli stessi? Non manca l’ironia nell’elencare, come dicendo un rosario, le divinità, ormai indispensabili, che invochiamo nella nostra quotidianità: i dispositivi tecnologici, i motori di ricerca, le reti virtuali, i social network, gli strumenti di intelligenza artificiale. È questo uno dei momenti dello spettacolo che unisce teatro e musica elettronica in una performance vivace e dinamica: dispositivo scenico caro ai BumBumFritz con cui riescono a porre anche le domande più scottanti. E se l’infanzia fosse il periodo più felice della nostra vita proprio perché non ce la ricordiamo? Che cosa ricorderemo di questa serata?
Dall’alto cala un lampadario e le luci diventano sempre più fioche. Lo spettacolo potrebbe durare ore intere perché i ricordi raccolti sono tantissimi ma i nastri riposti nel piccolo scaffale vengono srotolati. A nostra insaputa, Michele Tonicello (in arte BumBum) e Giovanni Frison (Fritz) hanno registrato questa replica su una cassetta: c’è scritto “Terlizzi, 18 luglio 2026”. La lasciano sul palco: magari qualcuno dal pubblico la prenderà e un giorno, riascoltandola, ritroverà un frammento di un’estate passata. Vedo una signora dai capelli rossi avvicinarsi lentamente, rigirarsi la cassetta tra le mani e infilarla nella borsa. La ripone su un altro scaffale, quello di casa sua: un nastro con racconti di altre persone sconosciute in mezzo ai suoi oggetti quotidiani o ai suoi cimeli più cari. Forse è così che viaggiano e poi trovano riposo i ricordi. Di bocca in bocca, di mano in mano, di scaffale in scaffale.



Una risposta
Grazie Valentina,la tua particolare descrizione mi ha consentito di essere spettatrice non solo di una rappresentazione teatrale ma di una realtà che si presenta quotidianamente ai nostri occhi.Spero che tu possa continuare a cogliere le sfaccettature della vita e a raccontarle.Con affetto M.Ros