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Dal Belgio, quasi alla fine del mondo: ZVIZDAL di Berlin

di Rodolfo Sacchettini

Questo articolo fa parte della rubrica “Nostra patria è il mondo intero. Segnali di ri-generazione (o degenerazione)“, che guarda alle realtà cresciute nel nostro secolo, artisti trentenni e quarantenni di cui ci interessa comprendere meglio gli elementi di cambiamento e di rottura. E soprattutto le contraddizioni che rappresentano.


Il nome del gruppo potrebbe mettere fuori strada. Gli autori di ZVIZDAL, visto all’ultima edizione di Drodesera Festival nell’estate 2016non sono tedeschi, ma hanno sede ad Anversa e sono tra le realtà artistiche più interessanti del Belgio. Sempre a Dro Berlin ha presentato nel 2014 Perhaps All The Dragons, ma in giro per i festival europei è facile incontrarli con molti loro lavori. Negli ultimi anni si sono specializzati in proposte artistiche originali, nelle quali la scena è per lo più occupata da video e la dimensione teatrale è ri-articolata nella relazione che si cerca di ottenere con lo spettatore o nella presenza di alcuni performer o, molto più di frequente, di oggetti scenografici, che offrono dinamicità alle proiezioni. Ma siamo già ai confini del teatro e ci affacciamo anche su altri linguaggi. Il nome “Berlin” è soprattutto la spia di una poetica: si sceglie una città, anzi ci si chiama come quella che, almeno per tutti gli anni zero, è stata la città per eccellenza da vivere e da scoprire. E la città è la costante di tutti i progetti che Berlin riconduce al loro ciclo “Holocène”, che sarebbe poi l’era geologica nella quale viviamo.
Rispetto all’utilizzo del video in scena, si fa solo in parte riferimento alla video arte o a particolari sperimentazioni, che in Italia portano quasi sempre alle opere di Studio Azzurro. Piuttosto il riferimento più chiaro e diretto è al cinema e in particolare a quel filone del documentario d’artista (o cinema del reale o docufiction…) che ha rappresentato una delle novità più vivaci nell’ambito artistico del nuovo secolo. E anche l’Italia ha espresso registi e artisti di primo piano (da Pietro Marcello a Michelangelo Frammartino a Alice Rohrwacher…). Qui però si utilizza ancora il teatro, come luogo di proiezione e come dimensione percettiva. Per queste ragioni è inevitabile mettere in parallelo il gruppo Berlin a ZimmerFrei, realtà bolognese molto impegnata anche a Bruxelles. In entrambi i casi la città (o un quartiere o addirittura una strada) è anche il modo di osservare da vicino una comunità ristretta di persone. Circoscrivendo il campo, puntando una lente di ingrandimento sui comportamenti umani, ecco che relazioni e reazioni quotidiane diventano pezzi di mondo, a loro modo esemplari e metafore a volte universali. In particolare Berlin è attratta anche da “dimensioni” estreme, cioè da realtà urbane distinte per caratteristiche uniche. In Bonanza si raccontava di una sperduta città mineraria del Colorado, composta di soli sette abitanti.

In ZVIZDAL (Chernobyl, così vicino, così lontano), per il quale a Berlin si è unito il lavoro della giornalista e drammaturga Cathy Blisson nel processo di ricerca, ideazione e scrittura, si esplora un villaggio ormai inesistente, perché evacuato dopo essere stato considerato altamente contaminato per l’incidente di Chernobyl, e abitato solamente da una coppia di ottuagenari. Per la precisione siamo a Zvizdal, distretto di Naroditchi, regione del Jitomir, Ucraina. Nel mezzo delle foreste russe, in un paesaggio riconquistato dalla natura, ma in maniera invisibile e intima compromesso dalle radiazioni nucleari, si ha l’occasione di conoscere, da vicino, questa strana coppia che, contro tutto e tutti (la famiglia, gli amici, il governo..) ha deciso di rimanere a casa propria, come se le radici della sua vita fossero così profonde da non poter essere sradicate. Questa ostinazione così incomprensibile, ma a suo modo del tutto “naturale”, rende i due protagonisti simili due anziane creature, uscite dalle fiabe russe, sempre oscillanti tra un passato così remoto, da perder le tracce, e un futuro nucleare, così vicino, da essere già presente.
Questa assurda sovrapposizione tra passato e futuro pare lasciare i segni profondi nei corpi solcati dal gelo, dal vento, dalla fatica, dalla vecchiaia e da una solitudine senza confini. Quando muoiono la mucca deperita e il cavallo scheletrico, crollano pezzi di mondo, preannunciando quasi la scomparsa umana. In questa situazione estrema si entra da visitatori, da intrusi, ma con tanto pudore, senza quasi mai apparire direttamente, ma lasciando intendere la costruzione di un rapporto di fiducia, che è anche la nascita di una relazione umana, che rende questo video altamente poetico e coinvolgente. In tal senso, tra i tanti registi, viene in mente Roberto Minervini con i suoi ultimi film-documentari (Low TideStop The Pounding HeartLouisiana), girati in situazioni di estrema periferia, non solo geografica, ma soprattutto umana e sociale.
Berlin con Cathy Blisson per cinque anni, dal 2011 al 2015, tornano a Zvizdal, tutte le volte senza sapere bene cosa e chi si troveranno di fronte. Ogni stagione, e soprattutto ogni gelido inverno, si porta via qualcosa, accelerando un irreversibile processo di declino. Eppure la vita umana – non si sa davvero come – sembra opporre resistenza: si sopravvive con una tenacia sorprendente. Pétro e Nadia accolgono i visitatori, come guardiani o custodi di un luogo, o di una convinzione; la coppia ottuagenaria infatti oltre a non voler lasciare la propria casa, ormai invasa dalla foresta circostante, perché il villaggio è disabitato da venticinque anni, e non c’è più anima viva nel raggio di decine di chilometri, neanche si arrende a sognare un ritorno, un ripopolamento del paese. Non sono contenti di stare soli, ma sembrano accollarsi l’intera responsabilità di rimanere presidio di energia sociale, di civiltà. In questa scelta radicale non c’è piano politico o elaborazione teorica, piuttosto dalle parole, dagli sguardi e dai gesti dei due anziani quella che può apparire demenza senile si fa poesia, la forza delle radici si trasforma in ostinazione lucida, coerente. Ma forse non è nemmeno così. I due anziani non possono andarsene, perché il loro habitat, la loro vita è proprio lì, in quel luogo specifico. Non sarebbero in grado di adattarsi, morirebbero, come pesci fuor d’acqua. Qui siamo agli antipodi di Henry Thoreau: non si sceglie la natura per sperimentare una vita semplice e di protesta contro il sistema, per non lasciarsi contaminare dalle scorie che la modernità produce. Al contrario si sfidano le scorie più nocive del contemporaneo, quelle nucleari, riattivando una lotta contro la natura, contro la propria vecchiaia e contro il prepotente e pericoloso sviluppo tecnologico, compiendo non una scelta esotica, ma cercando disperatamente di trattenere a sé quella vita, che la tragedia di Chernobyl ha strappato via. È un mondo antico, agricolo e di piccoli villaggi, che pareva eterno e invece si rivela al capolinea, e a questa fine c’è chi non si può rassegnare, fino a sfiorare la follia.

Della contaminazione nucleare, degli orrori di Chernobyl non si vede nulla. Le radiazioni sono invisibili. Piuttosto l’attenzione è rivolta a osservare la vita quotidiana di questi due anziani signori, impegnati a sopravvivere, coltivando un po’ la terra, dando da mangiare a qualche animale da fattoria, uccidendo i parassiti, proteggendosi dalle intemperie. Si entra dentro la vita di una coppia che, seppur in una situazione estrema, si esprime con i modi tipici di una coppia: tic verbali, grande consuetudine, tenerezze, espressioni ricorrenti, passato e scelte condivise… Sono sempre soli tranne un giorno all’anno durante il quale la zona contaminata viene aperta ai visitatori che si recano nel cimitero per ricordare i loro defunti. Un giorno solo all’anno che rappresenta l’occasione, attesa e desiderata, per i due anziani coniugi, di farsi aggiornare sulle vicende della comunità, sui propri familiari, su ciò che accade fuori di lì.
Tutto questo si racconta nel video che viene proiettato su uno schermo da cinema, con il pubblico seduto su due tribune, disposte a specchio, con lo schermo a dividere a metà lo spazio. Sotto il grande schermo sono posizionati tre modellini, che riproducono la casa dei due anziani coniugi, durante stagioni diverse. È una bellissima idea creare questo contrappunto tra gli enormi video e piccoli plastici. Peccato che il dispositivo scenico non sia sviluppato fino in fondo e l’opera sia fortemente schiacciata sulla proiezione video. In prospettiva una maggiore integrazione tra i diversi linguaggi e le differenti dimensioni potrebbe giovare molto alla scelta di una fruizione teatrale e, in qualche modo, “comunitaria”. Altrimenti rimane l’impressione di uno squilibrio, di pesi specifici non ben organizzati.
Quando vengono illuminati o quando si girano meccanicamente, rivelando dei piccoli video, inseriti nelle porte e nelle finestre, i modellini sono fortemente seducenti. Emerge un mondo in miniatura, esattamente come può apparire all’occhio che guarda l’orizzonte, a volo d’uccello; o più probabilmente come risulta dalla telecamera di un drone che, controllando l’area altamente contaminata, registra inaspettati residui di vita umana, là dove la scienza ha decretato i suoi divieti, le sue implicazioni estreme.

foto di Frederik Buyckx 

L'autore

  • Rodolfo Sacchettini

    Critico teatrale, è tra i fondatori di Altre Velocità e collabora con la rivista Gli Asini. Dal 2004 conduce una rubrica radiofonica di attualità teatrale su Rete Toscana Classica. Ha curato svariate pubblicazioni nell'ambito del teatro ed è stato codirettore del Festival di Santarcangelo per il triennio 2012-2014 e presidente dell'Associazione Teatrale Pistoiese.

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