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Come appoggiati al davanzale. Il documentario in forma di libro di Lelemarcojanni
di Rodolfo Sacchettini pubblicato in Recensioni il 25 Marzo 2019 0 commenti 7 minuti di lettura
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Cinema e libro, si sa, sono due media opposti. Il cinema si muove e il libro, a parte farsi sfogliare, sta fermo. Il cinema è composto soprattutto da immagini, il libro da parole. Il cinema si proietta su schermi grandi e sempre più avvolgenti, il libro lo si tiene in mano con facilità. Cosa succede allora se si prova a unire i due media, a far contenere uno nell’altro? Lelemarcojanni (Elena Mattioli, Roberto Mezzano, Flavio Perazzini), gruppo originale di videomaker con sede a Bologna, capace di inventarsi una personalissima videoarte, fatta soprattutto di cinema e contesto urbano, di fuori formato e riflessione sociologica, sperimenta un curioso dispositivo. Si entra nel capannone di DAS in via del Porto, in occasione di ArtCity Bologna. Da soli o in piccoli gruppi ci si trova davanti a un tavolino con sopra un libro aperto. Il grosso volume è completamente bianco, ma appena lo si tocca, appena si gira pagina, compaiono immagini e testi che vengono proiettati con grande precisione sui fogli, tanto da risultare davvero stampati. Ogni pagina è una scoperta e l’intero libro è un viaggio.

La mèta del viaggio, il tema del libro, è la Città Vecchia di Taranto. All’inizio sembra di avere davanti un libro fotografico composto da immagini e testi, come sfogliare un bel volume di Contrasto Editore, dedicato a una città con foto e testi d’autore. Poi le immagini iniziano a muoversi. E il libro si trasforma in un film in miniatura. O forse sarebbe meglio dire in un micro-documentario. Entrando nella sala in realtà l’atmosfera iniziale ha una sfumatura anche fiabesca. L’impressione è di osservare un oggetto magico. A chi non è capitato di immaginare che un libro tenuto in mano potesse, per eccesso di fantasia, cominciare ad animarsi? A chi non è mai venuto in mente che una figura fissa, per intensità di sguardo, potesse magicamente cominciare a muoversi? Il titolo del progetto, I racconti di nessuno / Nobody’s tales, potrebbe suggerire le atmosfere del Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, portato al cinema pochi anni fa da Matteo Garrone. In effetti le storie che si evocano nel libro hanno a che fare con un lontano sapore di fiaba, ma solo se le si intende nell’interpretazione di Italo Calvino che, in conclusione della sua introduzione a Fiabe Italiane, diceva: «le fiabe sono vere». Cioè sono portatrici di un nucleo molto più concreto di quanto sembri, che si è sedimentato nel corso dei secoli e chissà forse anche dei millenni. L’ambizione di un certo cinema di oggi – con l’originale emergere di una sorta di realismo magico – pare sia di riscoprire un cortocircuito tra fiaba e realtà: leggere la realtà tramite gli archetipi della fiaba o viceversa dare corpo alle fiabe calandole nella realtà. Questo tipo di riflessione, in progress, si avverte anche nel lavoro di Lelemarcojanni e permette di dare consistenza e unitarietà a un formato ibrido, con uno stile che nulla ha a che fare con il fantasy, ma guarda tutto al cinema del reale, cioè all’opposto della fiaba. E poi però avvicinarsi così tanto alla realtà… fino a scorgere in filigrana e in lontananza la grana forse di una fiaba antica.

Nella prima pagina siamo su un motoscafo e ci dirigiamo verso la Città Vecchia di Taranto. Non succede nulla. Semplicemente ci avviciniamo lentamente all’isola e i contorni della Città Vecchia si fanno via via più nitidi. La prima sequenza ci immerge nel mondo dei pescatori e dei cozzari. Poi si entra nella città che viene ritratta nei suoi dettagli caratteristici. Si possono osservare i palazzi antichi e decadenti, i vicoli angusti, i cestini calati giù dalle finestre, il caos, le zone crollate. Alcuni testi accompagnano le immagini in movimento. Spesso sono brani tratti dai libri di Alessandro Leogrande dedicati a Taranto, che spiegano e raccontano in particolare le ferite della Città Vecchia. Sostanzialmente tutte le riprese sono realizzate con la telecamera fissa. Lo sguardo sulla realtà è circoscritto in un’immagine definita, in un punto di vista che ha il sapore dell’osservazione pura, della lente attraverso cui scorgere la vita nel suo scorrere quotidiano. Ad esempio un’intera sequenza è costruita su un cortile nel quale giocano a pallone dei bambini. La telecamera posta all’angolo della piazza ricorda il sistema di videosorveglianza. Non succede nulla, se non questa partita tra ragazzini, eppure non si riesce a scollare gli occhi dal fluire naturale delle piccole azioni, dei piccoli accadimenti.

Una delle sequenze più originali si sviluppa su una decina di pagine, a volte con l’immagine a tutta pagina, a volte solo parziale e accompagnata da testi, a volte addirittura a doppia pagina. La Città Vecchia è inquadrata in uno dei suoi grandi palazzi. È notte, le luci sono tutte spente e le finestre chiuse. Sembra quasi di sentire il respiro notturno della città. Solo una luce accesa. Solo una finestra è aperta. E da quel punto luminoso si scorge attaccato alla parete un grande poster di Gesù Cristo e si avverte il brusio di una televisione accesa. Si aspetta che succeda qualcosa, che appaia qualcuno. E invece rimaniamo a lungo ad osservare la città che dorme, incuriositi da questo interno domestico. Girando pagina entriamo all’improvviso nella stanza. Osserviamo l’arredamento, gli oggetti, le bottiglie di liquori, lo stereo, riconosciamo con precisione il poster di Gesù Cristo. Sembra che il tempo si sia fermato agli anni Novanta. La televisione è accesa ma non c’è nessuno. C’è un film di Buster Keaton. Giriamo pagina e la televisione è in primo piano. Possiamo stare un’ora a guardarla o anche solo un attimo. Viene mandato in onda un bizzarro film pornografico. In questa sequenza ogni pagina è uno zoom, come in un classico dei silent book, Zoom di Istvan Banyai. In quel caso però ogni figura ingrandendosi rivelava una nuova identità, qui invece lo sguardo che affonda è più simile a quello dell’entomologo. Nuovi dettagli, nuove informazioni, per cercare di capire e conoscere qualcosa in più. Poi nel libro si incontrano anziane signore che parlano degli enormi problemi della Città Vecchia, giovani cozzari agli arresti domiciliari e altra umanità popolare e ferita. Le parole di Leogrande accompagnano le immagini e offrono una sponda sempre lucida e intensa per comprendere meglio il contesto, le mutazioni del passato e del presente.

Questo libro è come un documentario, ma un documentario fatto a pezzi. È il “racconto di nessuno” perché in un certo senso potrebbe essere il racconto di “tutti”. Di tutti coloro che aprono il libro. Perché alla fine il montaggio, e cioè la scrittura finale del film, è in mano allo spettatore. Si può sfogliare l’intero libro in cinque minuti oppure si può sostare per cinque ore. L’originalità di questo progetto e ciò che lo rende oggi particolarmente interessante è la capacità di ridare senso alle immagini. Abituati a guardare solo per pochi secondi una foto, gli occhi sono ormai saturi di forme, colori, suggestioni. Di solito il flusso travolgente delle immagini quotidiane lascia più che informazioni, tanto stordimento e assuefazione. In questo caso, nello spazio limitato di una pagina, ci si può fermare anche mezz’ora su una sequenza. Come stare alla finestra e osservare per strada le chiome degli alberi che sfondano i tetti delle case abbandonate, strani liquami che bagnano le strade, e infine i movimenti e le espressioni di gatti, cani ed esseri umani. Come riscoprire la meraviglia della vita che scorre.

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