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foto di Alice Brazzit
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“Avalanche”, il geometrico disordine della parola

di Anita Fontana

Due esatte forze vettoriali. Una direzione, un verso, un’intensità. Questi i movimenti di Marco D’Agostin (interprete e regista) e Teresa Silva, già in scena quando il pubblico entra in sala del Teatro Studio Melato il 6 e 7 maggio. Emettono suoni difficilmente comprensibili, parole mozze. Sembra un riscaldamento verbale unito a quello fisico, con cui prendono confidenza con lo spazio. Il palco è totalmente vuoto, il fondale e il pavimento sono neri, non ci sarà alcun oggetto a occuparlo. Italien, portuguese, espanhol, francés, inglese. Presentano lo spettacolo in tutte e cinque le lingue, in piedi di fronte al pubblico. Ripetono ogni parola alternando tutte le possibili combinazioni in un vortice labirintico, che stordisce e fa entrare lo spettatore in una sorta di trance. In scena le luci rimangono fisse, di un giallo freddo. Le uniche due figure presenti vestite con una tuta nero-blu, a piedi scalzi. Avalanche non è solo uno spettacolo di danza. La parola, come dice D’Agostin al termine della performance, è come «un campo da attraversare», è un territorio fatto di ritmo e di tempo da esplorare. La valanga di gesti travolge con un’esattezza e una precisione che arrivano dritte al corpo. I movimenti e le parole costruiscono un incastro perfetto. Tutto nell’apparente disordine di una valanga che rotola e s’ingrossa è misurato geometricamente. Il susseguirsi di parole prima tronche poi sempre più composte sino a formare frasi, dona un ritmo e una musicalità ai gesti che a loro volta guidano le parole, dando loro un attacco.

Avalanche riporta, tramite il corpo e la voce, quello che due superstiti a una valanga, sperduti in un qualche deserto del mondo, ricordano dell’umanità. Quello a cui D’Agostin dà vita è un organismo a cinque facce (come cinque sono le lingue) che mostra contemporaneamente tutta la sua complessità, la sua capacità di cambiare e modificarsi repentinamente. Si passa da frammenti di conversazione, di storie personali, versi di poesie, canzoni di Beyoncé e Adele, per arrivare all’immagine finale del fuoco attorno al quale si siedono i due interpreti. Il fuoco è il luogo simbolo del racconto, che ascolta come un testimone quello che l’umanità, alla fine dei suoi giorni, ha da tramandare. Lo spettacolo è come una fiamma costante, che non si spegne mai e rimane in qualche modo in potenza. Gli stessi corpi di Marco e Teresa sono spinti allo stremo delle forze, per cinquanta minuti si muovono incessantemente, senza pause. Alla fatica fisica si aggiunge quella di coniugare la forza scrosciante della parola, nella quale rimane un perenne non detto. Specialmente all’inizio, le frasi sono afasiche, pronunciate a metà, sta allo spettatore ricomporle a modo proprio.

Tutto è pronunciato come un accenno, la partenza in levare di un brano musicale. La parte visibile nasconde quella in oblio, una zona indeterminata che lascia un’angosciosa sospensione, quella di chi non può tratteggiare precisamente cosa e come sarà il futuro che ci aspetta. Il linguaggio di Marco D’Agostin è talmente originale da risultare, a volte, destabilizzante. Le parole sono così tante da risultare inafferrabili, solo poche rimangono impresse nello spettatore. Si ha l’impressione di essere sulla cresta della valanga, in procinto di cadere.

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