Abracadabra. Una formula magica non basta per alleviare il dolore del lutto, dei ricordi aggrappati agli oggetti e ai vestiti, per mettere ordine e pace ai pensieri. Se di fronte alla malattia anche il trucco del prestigiatore non può che rimanere incompleto nella negata riapparizione, Babilonia Teatri, con l’aiuto di Emanuela Villagrossi, accompagna Francesco Scimemi nel tentativo di fare accadere qualcosa di simile alla luce delle stelle, dove il Teatro Comunale di Castello d’Argile si trasforma in coordinata di riverbero tra passato e presente.
Sulla scena la magia prende corpo tanto nei giochi di prestigio quanto nella regia a vista, che scandisce un susseguirsi di parole, visioni e brani musicali in un mosaico che unisce differenti linguaggi per provare a dare voce e forma al vuoto della perdita. Il racconto del lutto vissuto in prima persona dal prestigiatore al centro della scena viene inserito in una costruzione drammaturgica equilibrata su diversi registri in grado di diventare filtro che evoca nel suo mostrarsi. La testimonianza personale assume una eco in quanto esperienza di un vuoto, pur nelle sue infinite variabili, inevitabile quanto inesprimibile in modo univoco, ma accomunato da questa stessa impossibilità. La presenza di Enrico Castellani e Valeria Raimondi viene coinvolta a servizio della narrazione, inserendosi come voce martellante nella scansione corale dei referti medici e nella filastrocca magica per provare a ristabilire un ordine laddove la gioia del ricordo condiviso assume piuttosto il peso della solitudine.
Insieme a Emanuela Villagrossi, le tre figure attoriali sembrano muoversi sotto la minuziosa direzione del protagonista, affinché la magia possa essere compiuta e la sequenza di scene sul palcoscenico possa assumere connotati dal potere trasformativo, così come la precisa progressione dei gesti che accompagna una carta spezzata del mazzo a ritrovare la sua metà. Sui toni del nero, del bianco e del rosso, il richiamo della donna appare e scompare, tra una coltre di fumo e le ante nascoste di una poltrona color turchese, smascherando lo stratagemma o levitando nel buio, e lasciando impressa la propria traccia nella sagoma di un abito rosso infine issato sul soffitto: assistente e coefficiente di magia perduto dallo sguardo ed evocato sul palcoscenico, luogo di trasfigurazione del senso dove diventa possibile un attraversamento che assume la forma di un rito collettivo, condizione comune alla dimensione teatrale quanto alla cerimonia funebre. In questa cornice, lo scambio del mago con il pubblico avviene attraverso interazioni dal ritmo preciso, interno alla costruzione illusionistica e drammaturgica, portando in fondo, con la magia, lo sguardo al centro della scena.
«La magia è negli occhi di chi guarda. La magia è un modo di vedere il mondo.»
Una formula magica non basta per alleviare il dolore, così come la contezza delle fasi che scandiscono l’elaborazione di un lutto: la magia si esplicita in questa misura come linguaggio capace di trasformare e superare il razionale, e immaginarne una possibile accettazione. Il pensiero vola veloce al teatro, nel suo semplice eppur fondamentale patto con chi guarda, tanto che pare banale chiamarlo in causa, ma disvelato nel necessario abbandono di un senso del reale per credere a ciò che sul palcoscenico, semplicemente, accade. E allora le gelide pagine delle cartelle cliniche possono, come un fazzoletto, stracciarsi e ricomporsi, e stracciarsi e di nuovo ricomporsi, possono essere masticate e infine rigettate come una infinita stella filante; le lacrime possono diventare esilaranti giochi d’acqua attraverso cannucce intrecciate su copricapi indossati dagli attori in scena. E dall’alto di una scala può iniziare a cadere polvere di stelle che dal cielo ricongiunge passato e presente attraverso e dentro la scena.


