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A Olinda ci sono le lucciole. I 20 anni del festival Da vicino nessuno è normale 

di Rodolfo Sacchettini

A Olinda ci sono le lucciole. La notte, girando per il parco Paolo Pini, si rimane sorpresi da come brillano i cespugli e si animano i prati. Non c’è bisogno di scomodare Pasolini e neppure Didi-Huberman. A Olinda le lucciole ci sono davvero e sembrano delicati addobbi natalizi fuori stagione.
Come viene segnalato dai cartelli sparsi all’incrocio delle strade interne, a Olinda sostano d’estate lo sparviero e il rigogolo, considerato uno degli uccelli più belli nell’avifauna italiana, di un giallo smagliante. Più facilmente si incontrano galline e conigli a raspare poco distante da una ricca area di orti condivisi. Non sembra, ma siamo a Milano, alla periferia nord-ovest, quasi alla fine della metro gialla, nell’ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini che dagli anni trenta al 1999 ha avuto migliaia di ricoverati. Da venti anni è attiva l’associazione fondata da Rosita Volani e dallo psichiatra Thomas Emmenegger, che organizza il festival dal titolo emblematico “Da vicino nessuno è normale”. Il manifesto di questa importante edizione recita: «Oggi il Paolo Pini è diventato un laboratorio che sprigiona energia sociale e culturale. Si sperimenta ovunque, ogni giorno,  in teatro, in cucina, nelle relazioni, in ostello, sul campo di calcio, negli orti». Gli ex Ospedali psichiatrici sono sempre luoghi profondamente segnati dalle biografie dolorose degli internati, ma qui al Paolo Pini il peso del passato è in dialogo stretto all’intensa vita che scorre nelle attività del presente. Tra le numerose iniziative e gli articolati progetti il teatro occupa, per tutto l’anno, un ruolo di grande importanza. Abbiamo incontrato Rosita Volani e Thomas Emmenegger all’inizio di questa nuova edizione di “Da vicino nessuno è normale”, che si è aperta con la mostra e la performance del disegnatore e artista Stefano Ricci, il debutto di Fanny & Alexander e continuerà tra le altre cose con Mario Perrotta, Cuocolo Bosetti, Teatro delle Albe, non-scuola, Fattore K, Abbondanza/Bertoni, Fabrizio Ottaviucci, Punta Corsara, Lella Costa, Gruppo Nanou, Teatro delle Ariette… (il programma completo su www.olinda.org)

Oggi festeggiate i venti anni di attività, qui al Paolo Pini. Cosa vi viene in mente ripensando agli inizi?

T.E. – Il paradosso è che sono passati molti anni, i tempi sono mutati profondamente, ma siamo ancora qui a lavorare a un progetto che, a grandi linee, ci eravamo già immaginati venti anni fa. Poi ci siamo resi conto di quanto è difficile portare avanti tutte le attività. Ed è per questo che è come fossimo sempre all’inizio. Venti anni fa la situazione politica e sociale era molto diversa. Riuscivamo a coinvolgere l’intera città attorno al tema del manicomio, del “ghetto”. Il messaggio culturale manteneva una sua forza. Oggi viviamo invece sempre di più nella cultura dell’evento: si monta e si smonta tutto rapidamente, prevale l’effimero e non resta nulla. Al contrario è importante per noi cercare di costruire progetti articolati, complessi. A questo stiamo lavorando.

La “follia” e il teatro hanno legami antichi, quasi ancestrali. Ma più recentemente in Italia è stato il Nuovo Teatro a intrecciarsi alla nuova psichiatria. Penso simbolicamente all’esperienza di Giuliano Scabia assieme a Franco Basaglia, con cui tu hai lavorato. Quarant’anni dopo alcune conquiste si sono talmente sedimentate che forse ce ne siamo dimenticati. A che punto siamo oggi?

T.E. – Il teatro è fondamentale da vari punti di vista: innanzitutto perché è lo strumento migliore con il quale si riesce a tematizzare il confine tra normale e anormale. Ognuno di noi si porta dietro un pezzo di anormalità e il teatro richiede un guardare attento, preciso.
Dopo che all’inizio si fece un focus sulla “follia” ci siamo resi conti che è molto facile, e pericoloso, insistendo su una tematica, riprodurre il “ghetto”. Ed è ciò che volevamo evitare in tutti i modi. Per questo ci siamo allontanati dai temi della follia e abbiamo allargato il campo. L’importante è che le nostre proposte siano di qualità e che parlino a tutta la città. Non vogliamo che si utilizzino nuove etichette per chi lavora in questo luogo. In un certo senso cerchiamo di renderlo “competitivo” con altri spazi della città, anche se non abbiamo mai rinunciato alla sua storia, mantenendo l’intestazione “Paolo Pini, ex ospedale psichiatrico”. Alcuni ci dicono: chiamatelo solo Paolo Pini! Invece no, è importante ricordare il carico di sofferenza che c’era qui e che in parte c’è ancora, appartiene alla storia della città.

Con l’apertura dei manicomi il rapporto con il resto della città ritorna ad essere determinante. In questi venti anni di lavoro, dal 1996 a oggi, come è cambiata Milano?

T.E. – Siamo partiti con un’idea di “res pubblica”. Non statale, ma pubblica, in senso ampio. Oggi si parla invece solo di “res economica”. Le regole del gioco non sono più quelle di rendere uno spazio attraversabile e aperto a tutti, ma di far circolare sempre più denaro. In fondo l’idea della res pubblica era di costruire soggetti e soggettività. Mentre il denaro è qualcosa di oggettivante. I soggetti tendono a sparire, a perdere di importanza. Tutto deve apparire trasparente, ma solo per le regole del denaro. Più che trasparente bisognerebbe dire “astinente”. Siamo partiti con una forte energia sociale, oggi la res economica ci astiene dall’energia sociale ed è deleterio. Venti anni fa era molto diverso.

A che punto è oggi lo studio della salute mentale? C’è un processo di medicalizzazione come su tante altre questioni? In che termini si parla oggi di integrazione con il tessuto urbano? La chiusura dei manicomi fu un atto politico di enorme rilevanza, riguardava tutti in qualche modo. Oggi il problema della salute mentale è rivolto solo agli addetti ai lavori?

T.E. – Gli anni di Basaglia sono stati anni di liberazione, di grande entusiasmo, di euforia e si sono corsi anche grandi rischi. Negli anni Ottanta, usciti “dall’ubriacatura” dei Settanta, il problema è stato costruire la libertà delle persone e andare oltre l’atto di liberazione. Ed è stato, e continua ad essere, un duro lavoro. Mi piace ripetere che “la libertà è un esercizio quotidiano”. Molti scrittori dell’est Europa, che hanno vissuto in stati dittatoriali, raccontano molto bene dell’atto di liberazione e delle enormi difficoltà che sono seguite per mantenere la libertà. E la libertà delle persone è qualcosa che va ben oltre l’idea sanitaria di controllare i sintomi di una persona che sta male, ma ha a che fare con la capacità delle persone di fare delle scelte, di avere delle alternative sociali, personali, familiari, tutto ciò che riguarda la vita, condizioni molto difficili da mantenere e costruire.
Oggi gran parte della psichiatria scientifica ricomincia ad alzare i muri proprio di fronte alla difficoltà di mantenere un grado di complessità; tende a ridurre il problema a una questione biologica, sanitaria o istituzionale, per potersi rinchiudere nella propria specializzazione o professionalizzazione con delle tendenze che sono di preoccupante regressione istituzionale e organizzativa. Negli ospedali non di rado si torna a legare le persone a letto, a chiudere le porte. In Italia poi ci sono delle contraddizioni assurde. In alcune regioni ci sono tra gli studi psichiatrici più avanzati al mondo e in una regione accanto invece sono diffusi atteggiamenti paternalistici e autoritari, che oggi si rafforzano sotto varie etichette, come la “psichiatria biologica” che guarda solo dentro l’individuo e non più fuori.
Prendiamo la storia della psichiatria: negli anni Trenta c’era una tendenza simile a oggi, l’idea che la scienza potesse risolvere tutti i problemi. In quegli anni si era diffuso il meccanismo che permetteva di guardare sotto il microscopio cellule “colorite”. Si potenziò l’aspetto iconografico della scienza, che aprì tante fantasie. Si studiava il cervello di Lenin per capire dove stava il genio. Anche la schizofrenia veniva studiata guardando dentro al cervello. Tutto questo negli anni Cinquanta è sparito, anche perché non aveva portato risultati significativi, ed è arrivata la cibernetica. Nei libri non apparivano più le immagini a colori, ma tanti disegni con un’infinità di frecce. Adesso torna una forte tendenza iconografica perché con i nuovi macchinari si riescono a colorare le attività del cervello o l’intensità del metabolismo. Si diffonde l’illusione che questo possa spiegare cosa accade dentro di noi, è una tendenza che rafforza l’atteggiamento “organicistico” e abbassa molto l’attenzione alla complessità delle relazioni che sono individuali, ma anche interpersonali e sociali. Per stare bene bisogna curare tutti questi aspetti, in psichiatria nessuno è mai guarito prendendo una pillola!

In questi anni c’è stata una rivoluzione incredibile nelle nostre vite quotidiane. Le nuove tecnologie sono entrate prepotentemente in tanti gesti di ogni giorno con una rapidità impressionante. Ma allora non si può dire che stiamo diventando tutti un po’ matti?

T.E. – È un fenomeno molto contraddittorio. Questi mezzi da un lato limitano le relazioni umane, ma dall’altro le amplificano. Vengono usati anche per essere meno soli. Credo che in parte possa alleggerire il nostro problema principale, che è la solitudine. La solitudine può generare dei mostri. Su questo argomento ci sono comunque opinioni davvero opposte.

Rosita, come avete pensato questa edizione del festival e come avete incontrato il segno artistico di Stefano Ricci a cui dedicate una mostra, la proiezione di un documentario e una performance?

R.V. – Il teatro è fatto di relazioni ed è relazione esso stesso: qui dentro è determinante. È vero che abbiamo usato la “cultura” come testa d’ariete per aprire il cancello del manicomio, ma per essere precisi più che la cultura è stato importante il teatro, che ha portato una nuova qualità della relazione e ha restituito la “storia” alle persone, quelle storie, quelle biografie che proprio qui venivano negate a chi entrava.
Per i nostri venti anni è stato ancora più importante avere vicino le persone care, cioè le persone che con noi in questi anni hanno investito su questo progetto. Quando ho visto a Ravenna la mostra di Stefano Ricci mi è subito sembrata perfetta per il festival, perché riesce a tenere assieme, con vera poesia, la questione dei “matti”, di Basaglia e una relazione umana autentica. È come se si dicesse “io ho vissuto con te e tu mi eri amico, questo ha fatto la differenza”. Prima di decidere ho chiesto a Stefano di venire a vedere il luogo, perché è fortemente caratterizzato, ha un’energia molto particolare e non è detto che tutti si trovino bene.

Parlavi di storie e di relazioni, cos’altro c’è nel teatro di così importante per questo vostro progetto?

R.V. – Il coraggio. I teatranti sono persone coraggiose. Si buttano in progetti coraggiosi e bislacchi. E lo fanno senza pensarci due volte. Ed è molto simile a quello che facciamo noi. All’inizio abbiamo fatto un salto nel vuoto. C’è voluto coraggio per noi e per tutti quelli che hanno deciso di stare con noi e i teatranti non si sono mai tirati indietro. Il coraggio è fondamentale.

Il Nuovo teatro ha dialogato molto con la salute mentale. Tante sono le esperienze eccellenti. Oggi a che punto è la ricerca teatrale in questo campo? Procede o si è fermata?

R.V. – Sono molto d’accordo con Marco Martinelli, quando dice dell’importanza di “farsi luogo”. Il teatro è un fatto sociale di per sé. E in questi ultimi anni sono cresciuti moltissimo i progetti che coinvolgono vari tipi di disabilità. Il problema è che spesso si creano tanti piccoli “ghetti”: il festival sulle donne, sulla disabilità, il queer festival… O siamo tutti assieme o ha poco senso! Molti cavalcano l’onda di un certo teatro sociale: lo spettatore va a teatro perché è “buono”, va a vedere lo “sfigato” di turno. Non abbiamo bisogno di questa “bontà”. Infatti di solito se i lavori coinvolgono attori con disabilità non lo segnaliamo in locandina, perché non devono essere questioni determinanti per il pubblico. Insomma, tra le varie categorie sociali non tutti hanno talento teatrale, per quale motivo allora dovrei andare a vedere uno spettacolo senza particolari qualità? Mi rendo conto di essere molto dura, ma questa durezza deriva anche dal fatto di lavorare in un ex ospedale psichiatrico, dove un certo tipo di discorso può diventare pericoloso. Proprio qui è ancora più importante la qualità della proposta.

Oltre al festival questo spazio è aperto al teatro durante tutto l’anno. Accogliete compagnie e artisti per lavorare. Quanto è importante questa attività di “residenze” di compagnie ospiti?

R.V. – Per noi è importantissimo, perché qui dentro stare soli è molto difficile. Per noi le residenze sono anche un allenamento continuo all’accoglienza, rispetto a tutti i nostri settori di impresa sociale (il bar, il ristorante, l’ostello…). Chi lavora qui ha la possibilità di vedere la sera lo spettacolo ed anche questo è molto importante e fa bene. Qui si può essere isolati dal resto della città, perché il parco è molto grande, ma siamo pur sempre a pochi chilometri dal centro: è  una condizione è molto particolare. Cerchiamo di offrire alle compagnie il lusso del tempo, il tempo della ricerca, che oggi è sempre più importante.

Qual è il vostro rapporto con il sistema teatrale?

R.V. – Ho relazioni molto calde con alcuni interlocutori, ma mi rendo conto che mi fa bene stare ai margini del sistema, perché mi sento più libera. Essere al confine di una città, essere al confine del teatro mi dà una libertà di movimento maggiore. Magari è solo una sensazione illusoria, ma credo faccia bene stare al confine.

C’è un progetto particolare in questa edizione di festival che vuoi sottolineare?

R.V. – La partita di calcio dedicata a Pasolini con la regia di Giorgio Barberio Corsetti. Quando l’ho vista a Roma mi ha commosso. Abbiamo un campo di calcio qui accanto, ma non lo abbiamo mai allestito per fare spettacolo. Usarlo per questa edizione è come fare un regalo a noi e alla città: tutto il festival è un regalo che facciamo a noi stessi e alla città.

Nota
Dopo questo dialogo con Rosita e Thomas mi sono sorte alcune riflessioni che, in forma di appunto, provo qui a fermare. Qualcosa si sta muovendo oggi, riemerge un’attenzione nuova ai confini e a quella linea così sottile tra normalità e anormalità, tra libertà e dipendenza, anche in relazione alla recente chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. Sarà la deriva patologica dei nostri tempi che, superando la nevrosi – concetto che ha aperto il Novecento –, esplora adesso i limiti estremi del disagio come nuova frontiera di non si sa bene cosa. Il dolore e la sofferenza delle anime fragili in più di un caso vengono ribaltate in gridi gioiosi, seppur momentanei, in gesti di rivolta, seppur perdenti. Se la società occidentale assume i caratteri sempre più cupi della gabbia, del sistema chiuso, dell’atomizzazione delle relazioni, è come se certe vie di fuga e di resistenza fossero possibili non nel raggiungimento di un “equilibrio” solido e di buon senso (che sembra oggi irrealizzabile), bensì solo oltrepassando o frequentandone i limiti: così il giovane iperattivo in Mommy di Xavier Dolan, irriducibile alle leggi sociali, ma di una vitalità scardinante; così uno dei protagonisti di La ferocia di Nicola Lagioia, anello debole di una famiglia di palazzinari, capace di innescare un processo autodistruttivo a suo modo salvifico; così anche le due protagoniste squinternate del recente La pazza gioia di Paolo Virzì. Tutte storie segnate da un dolore profondo, ma anche da una pulsione vitale che bussa con prepotenza. Sul versante teatrale una decina di anni fa debuttò il progetto La pecora nera di Ascanio Celestini, tra i suoi lavori più belli, poi anche libro e film omonimi. In un certo senso alcuni elementi di quella indagine sono ritornati anche nell’ultimo Laika dove follia e povertà coniugate assieme caratterizzano una vita marginale, potenzialmente ribelle, in rivolta. Un paio di anni fa debuttò anche un curioso progetto dal titolo Stamattina ho messo le tue scarpe del giovane collettivo Lelemarcojanni che portò il pubblico prima a compiere una visita silenziosa a un centro riabilitativo e poi lo guidò in un percorso molto originale di cinema urbano dove finestre e saracinesche di Pesaro si trasformavano in schermi di proiezione, che permettevano di vedere e ascoltare le potenti storie di alcuni “matti”, impegnati a ragionare del proprio disagio psichico, tra fiaba, sogno, crudo realismo e desiderio di aprirsi alla città. Poi ci sono le immersioni profonde dell’ultimo romanzo di Simona Vinci, La prima verità, e il libro e documentario, citato nell’intervista, di Stefano Ricci, Eccoli.
I punti di vista, i linguaggi, gli obiettivi sono differenti, ma continuare a osservare il disagio psichico (si veda il dossier “Matti da slegare” nel numero 31 della rivista “gli Asini” con scritti di Barberio, Basaglia, Fanelli, Maone, Pivetta, Villa) è ancora un modo per guardare il recente passato e il presente di una società e di un modo di vivere fortemente dis-equilibrato, per interrogarsi sulle rapide e profonde mutazioni dei nostri anni, per guardare al nostro “io” frantumato e il depauperamento dell’energia sociale.

L'autore

  • Rodolfo Sacchettini

    Critico teatrale, è tra i fondatori di Altre Velocità e collabora con la rivista Gli Asini. Dal 2004 conduce una rubrica radiofonica di attualità teatrale su Rete Toscana Classica. Ha curato svariate pubblicazioni nell'ambito del teatro ed è stato codirettore del Festival di Santarcangelo per il triennio 2012-2014 e presidente dell'Associazione Teatrale Pistoiese.

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