La stagione della danza 2026-2027 si apre all’Opéra nazionale di Lione con un dittico dal titolo Icônes, composto da Dance di Lucinda Childs, creazione del 1979 e ripresa dal Ballet de l’Opéra de Lyon, e HØPE, nuovo lavoro di Alessandro Sciarroni.
Nel buio della sala, la percezione dello spettatore viene avvolta dalla musica minimalista di Philip Glass e dalle immagini video di Sol LeWitt proiettate sul fondale, mentre i danzatori emergono lateralmente, a coppie, e attraversano orizzontalmente la scena, come un flusso continuo di corpi sincroni che disegnano traiettorie parallele. Salti, rotazioni e semplici passi: chassés, rimbalzi e elementi geometrici si combinano e modificano continuamente le direzioni del corpo. Gli interpreti, nei costumi bianchi, lucidi e aderenti, vorticano sulla scena come fiocchi di neve.
Il film in bianco e nero, realizzato a partire dalla coreografia originale del 1979, si distacca presto dal fondale per essere proiettato su uno schermo trasparente collocato tra il pubblico e i danzatori, introducendo così un secondo piano visivo. Le immagini ripropongono gli stessi movimenti della coreografia, ma ripresi da diverse angolazioni e a diverse scale, e si sovrappongono ai corpi presenti sulla scena, come in un ologramma, moltiplicando le traiettorie e la percezione dello spazio. Le superfici a scacchiera, filmate in prospettiva, producono inoltre un’illusione ottica di profondità e inclinazione del piano, mentre i danzatori lo attraversano.
L’opera, originata nel clima della danza postmoderna americana e del minimalismo newyorkese – dopo l’esperienza di Lucinda Childs con il compositore Philip Glass e il regista Robert Wilson in Einstein on the Beach (1976) – è entrata nel repertorio dell’Opéra di Lione esattamente dieci anni fa. Alcuni degli artisti che la portano in scena oggi avevano già partecipato a quella prima ripresa. Tra loro Marco Merenda, oggi maître de ballet della compagnia insieme a Raúl Serrano Núñez. Si tratta di una coreografia astratta, ripetitiva e fortemente strutturata, fondata sul flusso, sulla variazione e sulla percezione dello spazio e composta attraverso una partitura grafica che organizza traiettorie, percorsi, diagonali, cerchi, combinazioni. È un’opera che richiede agli interpreti, alcuni dei quali compiono una cinquantina di entrate in scena nel corso della coreografia, un’estrema attenzione anche dietro le quinte e una dedizione assoluta al lavoro collettivo.

Le sequenze d’insieme sono interrotte da un solo più rallentato, che concentra gli stessi principi compositivi nel corpo di una sola danzatrice (Jacqueline Bâby, per la seconda distribuzione). Una scrittura precisa di elementi del linguaggio classico – déboulés, temps levé, jetés en tournant – sostiene e amplia progressivamente la struttura, mentre la traccia sonora accompagna il crescendo di ripetizioni e variazioni in una composizione sempre più articolata. È uno sciame morbido ed elegante che scivola sulla scena: non un nugolo di insetti luminosi, ma un insieme di corpi che si separano, si ricompongono e tornano a confluire nello spazio, provocando un’ebrezza delicata di pura danza.
La cerniera tra le due creazioni proposte all’Opéra di Lione sembra trovarsi in una domanda che le accomuna: come costruire una coreografia senza affidarsi alla narrazione?
In Dance, la narrazione è assente: a prendere forma sono la geometria, la reiterazione e il rapporto tra corpi, musica e immagini. Dopo l’intervallo, Alessandro Sciarroni parte invece da una forma di danza immediatamente riconoscibile, il Two-Step legato all’immaginario country, e la porta verso una ricerca sul ritmo, sul gesto, sull’ascolto reciproco e sulla resistenza del corpo. Il dispositivo scenico cambia radicalmente. Il plateau è un quadrato bianco quasi spoglio: la pista da ballo è contornata da flycases nere su ruote, mentre sul fondo compare la grande immagine fotografica di un bambino vestito da principe, con spada e corona. I danzatori sono inizialmente presenti ai margini dello spazio, in un atteggiamento conviviale, fatto di scambi e conversazioni, accompagnato da un brusio discreto.
Anche le prime note del pianoforte non entrano come una composizione già pienamente affermata. La musica e il movimento procedono insieme per accumulazione: un danzatore, poi due, poi quattro, fino all’intero gruppo. In seguito, il pianoforte lascerà spazio alla chitarra acustica, per finire con le voci di due interpreti, che entrano direttamente nella dimensione del ballo. Il fatto che i danzatori si inseriscano uno per volta, con discrezione, ricalcando e facendo propria la gestualità dell’altro, contribuisce, insieme alla traccia sonora, a spostare l’attenzione dalla costumistica di Ettore Lombardi legata alla cultura cowboy – jeans, stivali, camicie con le frange, cinture e ovviamente cappelli western a tesa rialzata – verso la relazione che si costruisce tra i corpi.
La frenesia di Dance ha lasciato il posto a una situazione di calma, tanto più sorprendente in un contesto che richiama il ballo sociale. Sotto una luce morbida, il contatto e la connessione tra i danzatori emergono al di là del semplice materiale coreografico: una sequenza di passi scandita dal quick-quick slow-slow, in cui i corpi restano in relazione attraverso la presa e il trasferimento del peso. Quando l’intero gruppo è ormai sulla scena, questa qualità non viene meno. Per tutta la durata della performance, i movimenti di coppia convivono con quelli del gruppo, che si forma, si ricompone e si disperde con estrema naturalezza. Ne risulta una presenza scenica pulita e distesa, attraversata da un’energia collettiva misurata, elegante e condivisa.

Nel dilatare le possibilità di una danza sociale, Alessandro Sciarroni, che ha rivolto parte della sua ricerca alle pratiche popolari, ne fa un materiale coreografico fondato sulla trasmissione del gesto. Sottraendolo al chiasso, senza privarlo della sua dimensione spontanea e collettiva, il coreografo italiano restituisce al gruppo la speranza di affermare il proprio potenziale con dolcezza ed empatia. Lasciando intravedere che la tradizione americana può essere una fonte di ispirazione, capace di assumere sulla scena una forma contemporanea, più intima e concettuale, Sciarroni ne cambia la qualità della presenza.
L'autore
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Esperta in didattica della traduzione, ha sviluppato un percorso di ricerca nelle Digital Humanities e si dedica alla scrittura sulla danza e sul teatro. Vive a Lione, dove cura Du 6ème Art e collabora con L’Oca, Persinsala e Altre Velocità.



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