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Foto di Ruben Vuaran
Foto di Ruben Vuaran

#10 Cartolina da Gorizia. ‘Tea for Five: Opium Clippers’ – Nuove prospettive storiche davanti a una tazza di tè

di Altre Velocità

Quella di Tea for Five è prima di tutto un’esperienza immersiva. Dieci persone vengono accolte in una stanza: al centro, un tavolo con sopra disposti cinque servizi da tè dipinti a mano. Su ciascuna tazzina, un’imbarcazione (le cosiddette opium clippers); su ogni teiera, illustrazioni di paesaggi e personaggi che compariranno nei racconti presentati. C’è silenzio, se non per della musica eterea. Ad attenderle, già sedute al tavolo, Neja Tomšič e Silvia Viviani, vestite di bianco e con i capelli raccolti con cura. La prima, originaria della Slovenia, è l’autrice di quest’opera; la seconda è la narratrice italiana.

La performance, a Gorizia nell’ambito di In\Visible Cities, si inserisce nell’impegno di quarantasettezeroquattro per l’accessibilità e l’inclusione. Attraverso il percorso tematico Zero gradi di separazione, infatti, l’associazione intende promuovere questi valori nella cultura, e lo fa sia sforzandosi attivamente di rendere il proprio lavoro accessibile, dai materiali informativi alle performance stesse; sia presentando opere realizzate da artisti con disabilità e collaborando con professionisti appartenenti a questa categoria.
L’esperienza di Tea for Five è arricchita da mappe tattili per le persone cieche e ipovedenti, realizzate da Pergine Festival in collaborazione con Associazione Fedora. Questi materiali, che riproducono le illustrazioni sui servizi da tè, vengono esposti al pubblico con disabilità visive prima della performance. Da persona ipovedente, partecipo anche io a questo momento e noto alcune criticità che ostacolano la mia completa fruizione della performance. Le mappe tattili rappresentano solo una parte delle immagini mostrate durante la performance. Inoltre, vederle (o toccarle) prima dello spettacolo le scollega dal racconto, rendendole elementi sparsi e decontestualizzati in attesa di essere riconosciuti, poi, all’interno della narrazione. Ciò è comprensibile, però, se si considera il carattere immersivo dell’esperienza, introdurre le mappe tattili interrompe il flusso intorno al quale è costruita la performance. Nonostante queste criticità, va sottolineato il valore di questi passi verso un mondo più equo, giusto ed inclusivo.

La cerimonia del tè è accompagnata dal racconto, eseguito magistralmente da Viviani, di eventi legati al commercio di tè e oppio nella Cina imperiale. È qualcosa di diverso da ciò che mi aspettavo. Forse influenzata dall’immagine magica, spirituale e surreale della storia e della cultura cinesi che domina in Occidente, avevo immaginato una narrazione di leggende, antichi miti, draghi e saggi. Mi aspettavo che il nucleo centrale dell’esperienza sarebbe stato proprio la cultura cinese, magari collocata in una dimensione spazio-temporale indeterminata e fantastica. L’opera di Tomšič, invece, mira a tutt’altro. Attraverso le vicende e i protagonisti del commercio di tè e oppio e del “sogno cinese”, l’accento viene posto su come questi fatti abbiano determinato l’ordine sociale e politico internazionale nei secoli a venire, stimolando una riflessione critica in chiave anticolonialista e anticapitalista. Vengono affrontati inoltre i temi della dipendenza, dello sfruttamento e di come, nel ricostruire la storia del mondo che abitiamo, certe vicende siano ignorate, nascoste o semplicemente presentate in ottica eurocentrica.

Alzandomi dalla mia sedia al termine della cerimonia, il sapore del tè ancora in bocca, ho in testa una frase in inglese: what goes around comes around, una sorta di “si raccoglie ciò che si semina”. Se il commercio di oppio in Oriente è stato, per Gran Bretagna e Stati Uniti, un modo di massimizzare i profitti e perseguire i propri interessi a scapito di gravi conseguenze per le popolazioni locali (in particolare l’assuefazione alla sostanza), le circostanze e gli eventi successivi hanno fatto sì che l’abitudine a consumare l’oppio si espandesse in Occidente, rendendo ancora oggi la dipendenza da oppioidi un fenomeno tristemente diffuso e problematico. Questo ragionamento porta a pormi una domanda: ne è valsa la pena? Profitti e potere sono valsi la salute e il benessere di milioni di persone, oltre alla stabilità del tessuto sociale? La società capitalista e individualista occidentale sembra aver già dato la sua risposta. E voi, cosa rispondete?

Francesca Spanghero

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