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Foto di Ruben Vuaran
Foto di Ruben Vuaran

#08 C’è posta per noi. ‘Handle With Care’ di Ontroerend Goed

di Altre Velocità

Il collettivo belga Ontroerend Goed, in Handle With Care, insegna una cosa: non si può sbagliare. Uno “spettacolo” unico nel suo genere, che viaggia per il mondo – senza far viaggiare alcun attore – all’interno di una scatola di cartone.

Il 4 settembre 2026, nel Teatro Nuovo di Gradisca d’Isonzo, quarantacinque inconsapevoli “performer” si sono ritrovati a dover collaborare per portare a termine una delle rappresentazioni teatrali più particolari che io abbia mai avuto l’opportunità di sperimentare, in un’ambientazione convenzionale che viene sconvolta dalla non-conformità: non ci sono né attori né tecnici, solo il pubblico e una scatola con su scritto “maneggiare con cura”. 

Un semplice evento quale l’apertura del misterioso pacco è ciò che scaturisce un’ora di caos, divertimento, umanità e riflessione. La decostruzione del gioco teatrale si mette a disposizione della ricostruzione della nostra società, dove nulla può procedere serenamente senza l’aiuto reciproco. Quasi come in una peculiare catena di montaggio, ogni gesto di un singolo partecipante avviene in correlazione a quello di un secondo, permettendo così a tutti i presenti di sperimentare il ruolo dell’attore.
Le istruzioni ambigue, i piccoli indizi che suggeriscono un passaggio perpetuo dell’azione scenica e la necessità di mettersi in contatto con chi ci sta attorno, danno forma a una comunità, un gruppo di perfetti sconosciuti che custodiranno il segreto di quel piccolo universo che si è creato e distrutto nell’arco di sessanta minuti. Una compagnia teatrale effimera, l’unica davvero consapevole di cosa sia davvero successo su quel palco, incapace di trasporre la propria esperienza nero su bianco – come testimonia questo stesso articolo, nel quale a essere raccontata non è la serata in sé, ma una miriade di emozioni e pensieri, condivisi in un tentato ordine.

Ciò che rende intrigante una performance come Handle With Care è l’attrazione umana per l’ignoto. Com’è possibile partecipare a uno spettacolo di cui non si sa niente? La forza motrice dell’animo dei partecipanti è la curiosità di sapere cosa un gruppo di circa cinquanta persone è in grado di creare nella spontaneità. L’inconsapevolezza gioca un ruolo fondamentale nell’inclusione degli improvvisati performer, legati imprescindibilmente dalla necessità di scoprire quale sarà il gran finale del confusionario spettacolo.
Dall’imprevedibilità dell’esperienza sorge però un dubbio: con l’assenza degli ideatori dell’opera, chi può assicurarsi la corretta messa in scena? Handle With Care tenta di ovviare al problema tramite un set di “Regole”, definite e consegnate al pubblico per favorire la migliore esperienza possibile; tuttavia, nel momento in cui l’unico garante dell’ordine è il senso di responsabilità delle singole persone, le regole rigide e indispensabili si trasformano in istruzioni e suggerimenti, e non la base su cui tutto lo spettacolo viene costruito.

Nonostante l’importanza dell’aiuto reciproco, la performance non riesce a distinguersi come opera accessibile ed inclusiva, come racconta Francesca, una spettatrice ipovedente: «Molti aspetti si perdono a causa dell’impossibilità di vedere alcuni dettagli, come scritte, gesti o espressioni facciali. Lo spettacolo non è di per sé inaccessibile, anche se non sembra che questa dimensione sia stata particolarmente attenzionata nella progettazione. Affida però in larga parte l’inclusione di tutti alla volontà e alle azioni individuali, risultando incapace di garantirla».

Tuttavia, Handle With Care è stato in grado di offrire agli spettatori di In/Visible Cities una serata difficile da dimenticare, costruita attorno all’hic et nunc. In quel frangente del nostro presente eravamo tutti intrinsecamente collegati, tra di noi e con tutti coloro che hanno avuto l’opportunità di sperimentare quei caotici ma meravigliosi sessanta minuti. 

Chi aprirà la prossima scatola? 

Marianna Canfora

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